Conti pubblici italiani, i fattori di rischio e l’ipotesi di una manovra correttiva fino 10 miliardi

Ecco perché l'Italia potrebbe essere chiamata a varare dalla primavera prossima una manovra correttiva dei conti pubblici fino a oltre 10 miliardi di euro.

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Ecco perché l'Italia potrebbe essere chiamata a varare dalla primavera prossima una manovra correttiva dei conti pubblici fino a oltre 10 miliardi di euro.

C’è grande attesa per la pubblicazione della stima preliminare dell’Istat sul pil italiano nell’ultimo trimestre dello scorso anno. Le previsioni parlano di una contrazione congiunturale dello 0,1%, cosa che formalmente porterebbe l’Italia in recessione tecnica. Quest’ultima si ha quando il pil diminuisce rispetto ai tre mesi precedenti per almeno due trimestri consecutivi. Chiaramente, si tratterebbe di una cattiva notizia, per quanto nell’aria da mesi, specie dopo che sempre l’Istat ha reso noto che la produzione industriale a novembre sia diminuita dell’1,6% mensile e del 2,6% annuo, in scia al tonfo presso anche le altre principali economie dell’Eurozona. L’allarme riguarderebbe, in particolare, lo stato dei nostri conti pubblici. Dopo intense trattative tra Roma e Bruxelles, il governo Conte ha deciso di alzare il deficit al 2% del pil, meno del 2,4% inizialmente fissato per quest’anno, ma superiore sia all’1,6% a cui dovrebbe essersi attestato nel 2018 e, soprattutto, allo 0,8% concordato tra il governo Gentiloni e la Commissione europea.

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Minore crescita comporta entrate inferiori alle attese e uno sbilanciamento dei rapporti deficit/pil e debito/pil in favore dei numeratori. Di quanto? Dipende dalla deviazione rispetto ai numeri inseriti nel Def, il Documento di economia e finanza, che cerca di fornire le stime governative sull’andamento dei principali indicatori macroeconomici nel triennio successivo. E di ragioni per temere che in sede di redazione del Def sia stato esercitato un ottimismo a dir poco eccessivo ve ne sono. A partire dai dati sulla crescita: +1,5% per quest’anno, in accelerazione dal +1,2% del 2018. Lo stesso governo, al termine delle trattative con i commissari, ha accettato di abbassare la stima per il 2019 al +1%, che alla luce del rallentamento in corso in tutta l’Eurozona continua a mostrarsi ottimistica.

Si consideri che la stessa Germania ha appena quasi dimezzato le sue previsioni dal +1,8% al +1%.

Crescita del pil sovrastimata

Il problema del Def sta nell’avere con ogni probabilità sopravvalutato i dati anche relativi allo scorso anno, al termine del quale il governo attende che il pil risulti in valore assoluto di 1.767,6 miliardi di euro. Rispetto ai 1.725 miliardi del 2017, sarebbe una crescita nominale del 2,5% e dell’1,2% reale, con un’inflazione media attesa all’1,3%. In realtà, nei primi 11 mesi dell’anno, l’inflazione italiana si è attestata all’1,1%. Questo significa che, affinché la previsione del +2,5% possa essere centrata, servirebbe che la crescita reale risultasse dell’1,4%, ma questo non solo è improbabile, anzi matematicamente sarebbe quasi impossibile che accadesse. Se l’Istat domani ci confermasse che il pil nel periodo ottobre-dicembre sia sceso dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, il suo valore nominale totale per l’anno si attesterebbe a circa 11 miliardi inferiore alle stime del governo.

Dunque, partiamo già con il piede sbagliato per quest’anno, avendo da recuperare qualcosa come lo 0,6% del pil per anche solo sperare di centrare il target del +1%, ovvero che il pil nominale salga ai 1.822,7 miliardi attesi nel Def, frutto di un +1,6% dell’inflazione e, come dicevamo, di un +1,5% reale, seppure già abbassato. Sul fronte inflazione, un’accelerazione rispetto ai mesi passati non è nell’aria, anzi la stessa BCE ha confermato che i tassi di crescita dei prezzi saranno più deboli nei prossimi mesi, risalendo probabilmente in quelli successivi. Anche ammesso che, quindi, l’economia italiana davvero crescesse quest’anno in linea con le aspettative del governo, il valore del pil alla fine dell’anno rischierebbe di disattendere ugualmente le stime.

E, in effetti, il governo ha redatto il Def a settembre, quando il petrolio stava dirigendosi verso gli 80 dollari al barile, stimando per il 2019 la media di 73,8 dollari e un cambio euro-dollaro a 1,16.

Al momento, le quotazioni del Brent viaggiano sui 60 dollari e il cambio euro-dollaro giace sotto 1,15. Dunque, a meno di immaginare un recupero delle prime di quasi il 25% medio, l’inflazione in Italia dovrebbe attestarsi su percentuali inferiori all’1,6% stimato. E la crescita reale? Banca d’Italia e Fondo Monetario Internazionale la collocherebbero realisticamente (non senza un pizzico di ottimismo!) allo 0,6%.

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I numeri traballanti del Def

Fermiamoci un attimo. Immaginiamo che l’inflazione per quest’anno sia dell’1,1% come nel 2018 e che Palazzo Koch e Washington avessero ragione. A conti fatti, il pil salirebbe nei pressi dei 1.786 miliardi, qualcosa come 26-27 in meno rispetto alle attese. Tenendo presente che la pressione fiscale in Italia si attesta intorno al 43%, su quella minore ricchezza prodotta lo stato incasserebbe circa 11,5 miliardi in meno, lo 0,6% del pil. Il deficit rischia così di salire al 2,6%. Se fosse stato mantenuto nelle previsioni al 2,4%, già sarebbe scattato l’allarme del 3%, soglia superata la quale verrebbe avviata automaticamente la procedura d’infrazione. Un disastro, che per fortuna abbiamo evitato, non potendoci permettere una simile prospettiva con un debito sopra il 130% del pil e una crescita che manca all’appello ormai da decenni.

Non è finita, perché nel Def si prevede anche che il commercio mondiale quest’anno cresca del 3,9%, mentre l’FMI ha da poco rivisto al ribasso le sue stime al +3,5%. Essendo la nostra un’economia esportatrice netta, corriamo il rischio di subire un ulteriore rallentamento per via della più debole domanda internazionale delle nostre merci e dei nostri servizi. E già lo stesso ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha previsto per il 2019 un contributo netto del -0,1% da parte dell’export, nel senso che la bilancia commerciale resterà verosimilmente attiva nell’ordine dei 45 miliardi, ma al di sotto dei livelli del 2018, quando già sarebbe stato registrato un -0,3% rispetto al 2017.

Per fortuna, non tutto va storto. La spesa per interessi sul debito pubblico è stata stimata dal governo al 3,7% del pil, in lieve aumento dal 3,6% del 2018, ma più bassa del 3,8% nel 2017. In valore assoluto, parliamo di 67,4 miliardi, 4 in più rispetto al 2018. Tuttavia, in questo primo scorcio dell’anno, i rendimenti sovrani si sono abbassati e l’intera curva delle scadenze risulta sgonfiatasi rispetto agli ultimi mesi dello scorso anno. Non solo: quando Tria scriveva il Def, si scontava un rialzo dei tassi BCE a partire da questa estate, mentre adesso si parla apertamente sui mercati di rinvio della stretta al 2020, tra inflazione calante e crescita in rallentamento nell’Eurozona. Questo sta premiando i bond, a beneficio delle finanze statali, dato che il Tesoro potrà continuare a emettere debito a costi contenuti. Vero è che se il pil salisse di quei 26-27 miliardi in meno sopra citati, l’incidenza degli interessi si porterebbe al 3,8%, ma d’altra parte il calo dei rendimenti alleggerirebbe il peso, per cui non dovremmo attenderci sorprese negative su questo fronte, tranne che non si riaccendano le tensioni sul nostro debito, come nel caso di nuove frizioni con i commissari sul deficit.

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Manovra correttiva di almeno 4-5 miliardi

Ora, è probabile che già in sede di trattative, Bruxelles abbia scontato un peggioramento del deficit oltre quanto esplicitamente perseguito dall’esecutivo. Al netto del monitoraggio costante sull’andamento dei conti, promesso da Tria, resta il fatto che il “gap” tra previsioni e realtà rischia di costare al Tesoro gli 11,5 miliardi sopra indicati. Se la Commissione avesse cercato di spingere Roma a tagliare il deficit programmato dal 2,4% al 2% solo per fare sì che alla fine il governo risulti in grado di centrare proprio la soglia inizialmente fissata, dovremmo scontare non meno di 4,5 miliardi di correzione da apportare ai conti con una manovra tardo-primaverile o estiva. In altre parole, Bruxelles chiederà a Tria di recuperare risorse per fare sì che il deficit non si porti oltre il 2,4%, consapevole che se avesse accettato tale percentuale sin dall’inizio, essa si sarebbe verosimilmente portato nei pressi del 3%, mettendo a dura prova i nervi sui mercati.

Spetta al governo decidere come rispondere alle richieste. Il capitolo privatizzazioni sarebbe il meno doloroso, in quanto eviterebbe aumenti di tasse e/o tagli alla spesa. Tuttavia, il deficit strutturale resterebbe intatto ed è quello che la Commissione intende ridurre, a meno che non accetti per ragioni di realismo di vedere abbassato solo il disavanzo nominale e il rapporto debito/pil come da previsioni, volendo evitare una manovra fiscale restrittiva in piena recessione o a stagnazione in corso. L’importante è giungere a un compromesso senza creare scontri campali, altrimenti si rischia di subire una nuova impennata dello spread e la lievitazione della spesa per interessi, con la necessità di recuperare ancora maggiori risorse per mettere in sicurezza i conti pubblici.

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