Conti pubblici ipotecati, così i governi passati hanno già messo le mani sul futuro

Sui conti pubblici sembra già tutto scritto, indipendentemente da chi andrà al governo. Ecco come gli ultimi governi hanno ipotecato il futuro degli italiani.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sui conti pubblici sembra già tutto scritto, indipendentemente da chi andrà al governo. Ecco come gli ultimi governi hanno ipotecato il futuro degli italiani.

Il Def, il Documento di economia e finanza, è il primo scoglio da superare nelle prossime settimane. Verrà scritto dal governo uscente, per mano del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ma necessariamente dovrà essere approvato dal nuovo Parlamento, dove non esiste alcuna maggioranza numerica certa, come sappiamo. Consapevoli di tali difficoltà, Padoan e la Commissione europea hanno preso atto che serva flessibilità nell’ottemperanza delle regole. Il primo si limiterà a mettere mano solo alle tabelle contenenti dati a legislazione vigente, mentre la seconda ci concederà più tempo per presentare a Bruxelles il documento finale.

Non si tratta di un adempimento solo formale, perché entro maggio i commissari ci comunicheranno il giudizio definitivo sulla legge di Stabilità 2018. Stando ai calcoli di questi mesi, ci chiederanno con ogni probabilità di tagliare il deficit di un altro 0,2%, ovvero per 3-4 miliardi di euro, a tanto ammonterebbe la deviazione attesa tra gli impegni assunti da Roma e le previsioni sui conti pubblici per l’esercizio in corso.

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La cifra in sé non sarebbe tale da fare tremare i polsi a un governo, ma il tempo stringe e difficilmente il nuovo esecutivo, qualunque esso sia, vorrà esordire con tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di imposte. Eppure, una risposta a Bruxelles la si dovrà dare e molto probabilmente prima dell’estate. A quel punto, inizia un’altra partita ben più importante sul piano dei numeri. Bisogna disinnescare le clausole di salvaguardia da 12,4 miliardi, che entrerebbero in vigore dall’1 gennaio prossimo, facendo aumentare l’aliquota IVA più alta dal 22% al 24,2% e quella intermedia dal 10% all’11,5%. Sarebbe un salasso per i contribuenti, che finirebbe per porre fine alla ripresa economica già tiepida, colpendo i consumi.

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Aldilà delle buone intenzioni, se i commissari non ci concederanno ulteriore flessibilità, resterà da coprire con altre misure quello 0,7% del pil che ci manca. Se non scatterà l’aumento dell’IVA, sarà verosimilmente un’altra l’imposta a lievitare, oppure bisognerà mettere mano a sostanziosi tagli alla spesa. Anche ammesso che si trovassero tante risorse, non ve ne sarebbero più per tenere fede agli impegni elettorali. La Lega di Matteo Salvini dovrebbe dire addio alla cancellazione della legge Fornero e alla “flat tax”, mentre il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio si sognerebbe di introdurre il reddito di cittadinanza.

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Non vogliamo entrare qui ne merito di dette misure, ma ci troviamo anche in questo caso dinnanzi a un futuro ipotecato dalle azioni dei governi precedenti. Il combinato tra la riforma del 2010 con cui fu introdotto dal governo Berlusconi il meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile alla longevità media rilevata dall’Istat e la legge Fornero del 2011, con cui sono stati inaspriti i meccanismi di accesso alla pensione esita un sistema previdenziale già predeterminato da qui ai prossimi decenni, rigido e al contempo inefficiente, visto che a fronte di un’età pensionabile ufficiale relativamente elevata a 67 anni per uomini e donne dall’anno prossimo (la più alta attualmente in Europa), esistono ancora numerose scappatoie per anticipare l’uscita dal lavoro, che avviene oggi mediamente poco sopra i 62 anni di età.

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Mutare un sistema siffatto diventa difficile per chiunque, perché disintegrerebbe uno status quo che scontenta un po’ tutti, ma al quale non sarebbe facile trovare alternative praticabili nel breve periodo. Sarebbe molto più sensato rendere flessibile l’età pensionabile, magari dai 63-64 anni in poi senza penalizzazioni, impedendo al contempo ai lavoratori di andare in pensione prima, come continua ad avvenire oggi. Tuttavia, ciò equivarrebbe ad affrontare un’impennata di richieste di pensionamento di quanti negli ultimi anni sono rimasti “bloccati” al lavoro dai nuovi requisiti della Fornero, cosa che aumenterebbe il costo della previdenza nell’immediato, pur senza intaccare i conti dell’Inps nel medio-lungo termine, su cui incide, infatti, l’età pensionabile effettiva, non quella ufficiale.

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Come vedete, il futuro sembra già scritto e la rigidità con cui le regole sono state scritte e gli impegni fiscali sono stati assunti a Roma non ci lascia immaginare possibili inversioni di rotta credibili, che il prossimo premier si chiami Matteo Salvini o Luigi di Maio o altri. E’ stato creato un sistema irriformabile (volutamente) e non già per ragioni di tutela dei conti pubblici, che restano negativi per ammissione dello stesso ex commissario alla “spending review”, Carlo Cottarelli. Chiunque entrerà a Palazzo Chigi verrà accusato dai pilastri dell’appena sepolta Seconda Repubblica di attentare al bilancio dello stato, lo stesso che hanno devastato in modalità bipartisan, rinviando alle calende greche ogni decisione sul da farsi e spendendo miliardi di euro in provvedimenti elettoralistici senza impatto duraturo positivo sull’economia.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Economia Italia, Pensioni