Conti pubblici in Grecia migliori delle attese, ma il surplus fiscale strangola l’economia

La Grecia vanta un grosso avanzo primario, eppure non vale nulla con l'economia strangolata dalle alte tasse e con una spesa per interessi che si annuncia in forte crescita nei prossimi anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Grecia vanta un grosso avanzo primario, eppure non vale nulla con l'economia strangolata dalle alte tasse e con una spesa per interessi che si annuncia in forte crescita nei prossimi anni.

La Grecia è uscita dal terzo bail-out nell’agosto scorso e da pochi mesi è tornata a camminare sulle proprie gambe, anche se fino all’anno prossimo non dovrebbe avere bisogno di rifinanziarsi sui mercati con l’emissione di debito a medio-lungo termine, grazie alla liquidità risultata in eccesso degli 86 miliardi stanziati dai partner dell’Eurozona nel 2015 e parzialmente inutilizzati. Nei primi 11 mesi del 2018, Atene ha chiuso il suo saldo primario in attivo di 7,6 miliardi di euro, pari a circa il 4% del pil. Già nel 2017, aveva sorpreso positivamente, quando aveva registrato un surplus, al netto degli interessi, del 4,2% e un avanzo fiscale finale dello 0,8%. Sembrano remoti i tempi in cui il disavanzo chiudeva in doppia cifra, raggiungendo il culmine del 15,1% nel 2009. Eppure, non è tutto oro ciò che luccica. Il Fondo Monetario Internazionale aveva avvertito, ancor prima che la Grecia trovasse un accordo con i creditori pubblici europei per la terza volta in 5 anni, che pretendere un avanzo primario pari al 3,5% del pil per molti anni sarebbe stato politicamente ed economicamente non sostenibile.

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Sin dal 2017, invece, il governo Tsipras è riuscito a fare persino meglio delle più rosee previsioni, nonostante avesse fatto della battaglia contro l’austerità fiscale propinata da Bruxelles una sorta di identità per la sua Syriza, il cartello di sinistra di cui è leader. In pratica, avanzo primario significa spendere meno di quanto si incassi, vale a dire tagliare la spesa pubblica da un lato e/o tenere alte le tasse (entrate) dall’altro. In effetti, è quanto sta accadendo in Grecia da anni: il governo taglia la spesa per investimenti, scesa ormai sotto il 2% del pil, mentre alza le tasse, così come avevano fatto i predecessori sin dal 2010. Basti pensare che nessun altro stato dell’OCSE ha aumentato nel decennio passato così tanto le entrate fiscali come Atene, passando da una pressione fiscale al 33,7% del 2008 al 41,8% del 2017. Certo, l’aspetto quasi imbarazzante sta nel fatto che noi italiani eravamo e restiamo più tassati dei greci, con una pressione fiscale in area 43%. Una delle imposte più odiate è quella sugli immobili, nota come Enfia, che porta nelle casse statali qualcosa come 2,65 miliardi all’anno, l’1,5% del pil, anche se il governo ha già previsto un abbattimento del 30%.

Economia strangolata dalle tasse

Ad ogni modo, non è alzando le tasse e abbassando gli investimenti che si può puntare a crescere. Infatti, il pil ellenico resta di molto inferiore ai livelli pre-crisi del 2007, contrattosi in valore assoluto di oltre il 25%. Anche per questo, il rapporto tra debito e pil non solo non sta scendendo, anzi nel 2018 dovrebbe essere salito al nuovo record di oltre il 188%, nonostante gli avanzi primari imponenti e la ristrutturazione subita dai creditori privati nel 2012 e costata loro 107 miliardi di euro per mezzo del cosiddetto “haircut”. Non solo, perché quel surplus intorno al 4% nasconde una verità tutt’altro che rallegrante: la Grecia continua a pagare interessi elevati. Si pensi che dei 356 miliardi di debito pubblico, stando agli ultimi dati ufficiali disponibili, solamente il 17% è in mano a creditori privati, mentre l’83%, cioè sui 295,5 miliardi, è detenuto da governi europei, BCE e FMI.

Quest’ultimo è stato contratto a tassi molto favorevoli, anzi la Grecia non sta nemmeno pagando gli interessi sui prestiti europei e, tuttavia, la loro spesa ha inciso per il 3,4% del pil nel 2017. Cosa accadrà quando dal 2023 dovrà iniziare a pagare sia gli interessi che le prime rate di capitale dopo il periodo di grazia decennale spuntato sui prestiti europei e dal prossimo anno dovrà tornare a rifinanziarsi gradualmente a tassi di mercato? Si consideri che un decennale ellenico, per quanto molto meno costoso di qualche anno fa, ancora rende il 4,3% contro lo 0,2% offerto dalla Germania sui suoi Bund, per cui lo spread con i titoli tedeschi resta superiore ai 400 punti base. A quel punto, l’avanzo primario non basterà nemmeno, per quanto straordinariamente elevato già sia.

Inoltre, la Grecia non sembra avere affatto risolto i suoi problemi strutturali, restando un’economia profondamente non competitiva. Una spia di questo malessere lo fornisce il saldo commerciale, negativo per quasi 12 punti di pil nel 2017. Se è vero che rispetto al periodo pre-crisi, quando il deficit superava il 25% del pil, si registra un notevole miglioramento, ancora siamo lontanissimi dal raggiungimento dell’equilibrio e l’eventuale stretta monetaria della BCE, rafforzando il tasso di cambio, di certo non aiuterà le imprese elleniche ad esportare all’infuori dell’Eurozona. E questo è il grosso problema della bilancia commerciale, che si regge sulle esportazioni verso economie come Italia, Turchia, Germania, Bulgaria, Cipro, Libano e USA.

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Avanzo primario futile senza ripresa economica

Alla Grecia servirebbero tasse più basse sulla produzione e sui redditi da lavoro, da finanziare tagliando la spesa corrente e non gli investimenti. Eppure, resta il paese con la maggiore incidenza delle pensioni sul pil a oltre il 17%, nonostante una dozzina di interventi legislativi dallo scoppio della crisi. Liberalizzazioni, privatizzazioni e politiche pro-business di sostegno alla produzione di ricchezza e, quindi, anche del rilancio della competitività non saranno probabilmente possibili fino a quando il governo resta guidato da Alexis Tsipras, il quale potrebbe avere innalzato il livello dell’avanzo primario per utilizzarlo in buona parte già in questi primi mesi dell’anno, in previsione delle nuove elezioni politiche a settembre. Syriza è molto indietro nei sondaggi rispetto a Nuova Democrazia, il partito conservatore guidato da Kyriakos Mitsotakis.

A deludere è stata la politica fiscale dell’attuale esecutivo, caratterizzata da aumenti delle tasse, i quali sono finiti per tenere in agghiaccio l’economia, che pure ha smesso di arretrare. Per il resto, nessuna misura di reale sostegno alla crescita, con la conseguenza che il tasso di disoccupazione, per quanto in calo rispetto ai massimi del 27% degli anni bui della crisi, rimane inchiodato intorno al 18,5%, un livello più che doppio rispetto alla media dell’Eurozona e all’apice delle classifiche europee. Se l’avanzo primario servirebbe, in teoria, a rassicurare gli investitori sull’affidabilità del nuovo corso ellenico, a poco giova, se tutti sanno che l’economia domestica sia morta e che nemmeno tanti sacrifici saranno capaci di mantenere solidi i conti dello stato nei prossimi anni, quando non ci saranno più i creditori pubblici a garantire il finanziamento delle nuove emissioni. Il rischio è di ritrovarsi tra qualche anno punto e a capo, quando già i greci avranno perso almeno un quindicennio tra disoccupazione e povertà alle stelle, crollo dei redditi, stangate fiscali, fuga dei capitali e assenza di prospettive.

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Argomenti: austerità fiscale, bond Grecia, creditori Grecia, Crisi della Grecia