Conti pubblici, flessibilità infinita per Renzi deriva dai due grandi errori di Draghi

Il lassismo fiscale degli ultimi tempi sui nostri conti pubblici è figlio di Mario Draghi, che tra QE e Grecia ha indebolito l'apparato sanzionatorio della UE.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il lassismo fiscale degli ultimi tempi sui nostri conti pubblici è figlio di Mario Draghi, che tra QE e Grecia ha indebolito l'apparato sanzionatorio della UE.

Il premier Matteo Renzi ha svelato nel fine settimana scorso i numeri della legge di bilancio 2017, annunciando che il target sul deficit sarà del 2,3%, superiore al 2% precedentemente ventilato. Per quest’anno, invece, sale al 2,4% dal 2,3% finora previsto. In tutto, il governo italiano rosicchia altri 4 decimali di pil alla Commissione europea, pari a circa 6,5 miliardi in due anni. In nome della flessibilità fiscale sui nostri conti pubblici, Roma sta disperatamente cercando di stimolare la crescita dell’economia italiana da un lato e i consensi per l’esecutivo dall’altro, quando mancano poche settimane al referendum costituzionale del 4 dicembre, fatidico per le sorti della politica tricolore. (Leggi anche: Flessibilità, UE immola il Patto di stabilità per salvare governi “fedeli”)

Da Bruxelles non sono arrivati commenti all’ultima revisione della legge di bilancio per l’anno prossimo, ma per il solo fatto che i commissari non vogliono in alcun modo depotenziare il governo Renzi alla vigilia di un voto cruciale per la sua sopravvivenza, nonostante gradiscano ogni giorno di meno la china presa negli ultimi mesi, caratterizzata da una veemenza verbale contro la UE e da un deficit spending sempre più marcato, un fatto non rassicurante per un paese con un debito pubblico già al 133% del pil, il secondo più alto d’Europa, dopo la Grecia.

Draghi causa del lassismo fiscale europeo

Ma c’è un nome e un cognome peer il responsabile della fine del risanamento fiscale in Italia: Mario Draghi. Vi chiederete cosa c’entri il governatore della BCE con i conti pubblici italiani. La risposta non sarà complicata da fornire.

Era l’8 maggio del 2014, quando il board di Francoforte annunciava l’imminente arrivo di stimoli monetari per reagire a una crescita stagnante dei prezzi nell’Eurozona, conseguente anche di un cambio euro-dollaro a ridosso di 1,40. Gli stimoli arrivarono all’inizio dell’anno seguente, prendendo il nome di “quantitative easing”, consistente in acquisti mensili di titoli di stato, Abs, covered bond e da pochi mesi anche di covered bond per l’attuale controvalore di 80 miliardi al mese dai 60 miliardi inizialmente preventivati. (Leggi anche: Crisi euro, Draghi responsabile del lassismo fiscale)

 

 

 

Mercati drogati e governi euforici

Acquistando BTp, Bonos, Bund, etc., Draghi ne ha fatto crollare i rendimenti, riducendone anche gli spread rispetto ai titoli “core” tedeschi, generando l’illusione di un rasserenamento dei mercati, nonostante una crescita dell’unione monetaria incerta, bassa e coincidente con uno stato di deflazione strisciante.

Scampato il pericolo di una crisi dello spread, che nel novembre di 5 anni fa spinse alle dimissioni l’allora governo Berlusconi, il premier Renzi si è convinto di poter “giocare” con i conti pubblici, certo che la “droga” monetaria somministrata ai mercati in forma di acquisti massicci non farà sentire dolore alcuno alla nostra economia. E in barba alle richieste quasi quotidiane di nuove riforme, a Roma non si muove foglio da mesi, ma così come a Madrid, Lisbona e Parigi. (Leggi anche: Draghi annuncia nuova droga monetaria)

Torna il deficit spending

Il QE, che puntava a calmierare i rendimenti, facendo guadagnare tempo ai governi, si è tradotto in un ritorno alle teorie pro-crescita del passato, basate sulla spesa pubblica, nonché in un rinvio del calendario delle riforme, solitamente impopolari nel breve termine.

Ma Draghi di errori ne ha commesso un altro sul piano strategico. Parliamo della Grecia. Quando nel 2010 si scoprì che Atene aveva truccato i conti pubblici per circa una decina di punti di pil, anziché reagire con durezza, l’Eurozona fece di tutto per impedire che l’economia ellenica scivolasse fuori da essa. In due anni e mezzo arrivarono salvataggi per complessivi 210 miliardi, seguiti da altri 86 miliardi stanziati nell’estate dello scorso anno con un terzo “bail-out”. (Leggi anche: Tassi negativi inefficaci, arriverà il deficit spending)

 

 

Minacce europee poco credibili

Prima ancora dei mercati, gli stessi governi dell’unione monetaria si sono convinti che Draghi, il principale sostenitore di questi salvataggi pubblici, avrebbe fatto di tutto per impedire che anche il più periferico dei membri lasci l’Eurozona. Figuriamoci se l’Italia o la Spagna potranno mai essere cacciati per un’infrazione dei conti pubblici, il ragionamento delle cancellerie a Roma e Madrid. (Leggi anche: Sanzioni UE contro Spagna e Portogallo, con un occhio a Italia e Francia)

Da qui, le armi spuntate dei commissari, che potranno urlare a più non posso, ma restano poco o nulla credibili, non avendo mai nemmeno una sola volta sanzionato alcun paese, nonostante le numerosissime infrazioni alle sue regole fiscali. Queste ultime appaiono così flessibili, che di fatto contemplano ormai qualsiasi ipotesi, come lo stesso Renzi rimarca nel richiedere a Bruxelles ulteriori margini di manovra per il bilancio statale.

Ammettiamo che l’Italia infranga i target concordati con i commissari; cosa potrebbero fare nel concreto per obbligare il nostro al loro rispetto? Comminare sanzioni, in linea con le previsioni contenute del Patto di stabilità, quando l’ultima parola spetterebbe ai ministri finanziari dell’Eurozona, ciascuno dei quali tiene la coda di paglia? La frittata è già stata fatta. Draghi ha reso poco credibile l’apparato di “minacce” europee contro i paesi spendaccioni e riottosi.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, Governo Renzi, Mario Draghi, Matteo Renzi