Conti pubblici e flessibilità, le armi spuntate di Renzi e il rischio sovrano

L'Italia non può più permettersi uno scontro con la UE sui conti pubblici, perché oltre allo spread esiste il rischio di un declassamento sovrano, le cui conseguenze sarebbero gravissime per il mercato dei bond.

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L'Italia non può più permettersi uno scontro con la UE sui conti pubblici, perché oltre allo spread esiste il rischio di un declassamento sovrano, le cui conseguenze sarebbero gravissime per il mercato dei bond.

Le avvisaglie di un ritorno della crisi dello spread rappresentano la conferma dei timori dei nostri sospetti, ovvero che l’apparente calma dei mercati finanziari fin qui vissuta potrebbe essere seguita presto da una nuova impennata del divario tra i rendimenti sovrani italiani e quelli tedeschi. In questi minuti, lo spread BTp-Bund sfiora i 150 punti base, 5 bp in meno dei Bonos spagnoli.

Proprio l’accorciamento delle distanze tra Roma e Madrid non dovrebbe essere sottovalutato, perché fino a poche sedute or sono il differenziale tra i 2 paesi toccava anche i 20 bp sulla medesima scadenza. In pratica, l’aumento dei rendimenti, relativamente a quelli dei Bund, riguarderebbe in misura particolare i nostri BTp. Tuttavia, essi si attestano ancora a livelli abbastanza bassi, simili a quelli dei Treasuries, tanto per avere un raffronto, pur salendo ai massimi dallo scorso settembre. Lo spread, invece, è il più alto da luglio, mese di forti tensioni finanziarie per le vicissitudini della Grecia.

Rendimenti BTp restano bassissimi

In sostanza, quand’anche i rendimenti dei nostri titoli di stato aumentassero vertiginosamente o mediamente raddoppiassero, resterebbero bassissimi in valore assoluto. Nel 2015, il costo medio di emissione del nostro debito sovrano è sceso ai minimi storici, ad appena lo 0,70% dall’1,35% dell’anno precedente. Si consideri che nel 2011, anno di massima crisi del nostro mercato dei bond, il costo medio di emissione dei titoli di stato fu del 3,61%, inferiore al 4% del 2008, quando esplose la crisi finanziaria globale. Per essere espliciti, non sono i valori assoluti dei rendimenti a dovere preoccupare, almeno fino a quando non rimarranno nei limiti della sostenibilità da parte delle nostre finanze statali. Grazie anche alle minori emissioni attese per quest’anno, ai minimi degli ultimi 5 anni, se i livelli dei rendimenti tornassero ai livelli del 2014, l’aggravio sui conti pubblici rispetto all’anno scorso sarebbe di appena 2,5 miliardi, ovvero solo dello 0,15% del pil.      

Declassamento rating debito sarebbe rischiosissimo

Non esiste, quindi, un rischio imminente per le casse dello stato, ma di certo la strada per ottenere maggiore flessibilità sul deficit si fa più ardua, perché le condizioni per il rifinanziamento del debito in scadenza starebbero diventando un po’ meno favorevoli.

Ciò riduce il potere contrattuale del premier Matteo Renzi nella diatriba con la UE, ma lo spread non è l’unica minaccia ad incombere sull’Italia. Il nostro debito ha un rating relativamente basso, pari a “BBB-“, l’ultimo livello, prima di essere considerato “non investment grade”, ovvero “junk” o “spazzatura”. Che cosa significa? Che bisogna fare di tutto per impedire un nuovo declassamento e non solo per una questione di orgoglio.

Quantitative easing, acquisti BTp svanirebbero

Anche senza le misure restrittive allo studio della UE per gli acquisti dei bond sovrani da parte delle banche, già oggi diversi fondi e società di investimento per statuto non possono acquistare titoli “junk”. Dunque, l’Italia rischierebbe improvvisamente di perdere parte della domanda sul mercato, assistendo così a un rialzo dei rendimenti. E non sarebbero solo alcuni investitori privati a dover rinunciare agli acquisti, bensì pure uno dei più importanti protagonisti di questi mesi, la BCE. Francoforte può anch’essa acquistare solo bond del tipo “investment grade”, per cui il declassamento di un solo gradino avrebbe per l’Italia conseguenze assai gravi, perdendo la tutela offertale dal “quantitative easing”.    

Con un “downgrade” arriverebbe un commissariamento

Ciò crea le condizioni, perché i mercati finanziari siano più che mai “ascoltati” dal governo Renzi, altrimenti le possibili turbolenze spingerebbero le agenzie di rating di prenderne atto e di adottare una misura inevitabile. A quel punto, il contraccolpo psicologico tra gli investitori sarebbe fortissimo, perché il nostro paese sarebbe l’unico, insieme alla Grecia, a restare escluso dal QE e ad esserne, quindi, associato in termini di affidabilità. Ne seguirebbe una tempesta finanziaria, che oltre a provocare una probabile crisi di governo, ci costringerebbe a ripararci sotto l’ombrello della BCE, l’OMT (Outright Monetary Transactions), anche noto come piano anti-spread. Ciò, però, avrebbe un costo: la firma di un memorandum d’intesa con Francoforte, ovvero un commissariamento sostanziale del nostro esecutivo, la cui politica economica sarebbe ferreamente sottoposta al controllo di Mario Draghi e dei commissari di Bruxelles.

Lo scenario è così cupo, che Renzi farà presto a capire che dovrà abbassare la voce con le istituzioni europee, se non vorrà evitare di fare la fine di un suo illustre predecessore, che in una sera di novembre di 5 anni fa fu costretto a lasciare in fretta e furia Palazzo Chigi, bombardato dallo spread e isolato sul piano internazionale.  

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