Conti pubblici e crescita, quello che Mattarella non ha detto ieri

L'appello alla responsabilità del presidente Mattarella ai partiti è sacrosanto, ma i nomi dei responsabili dei nodi che stanno arrivando al pettine vanno trovati nella passata legislatura.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'appello alla responsabilità del presidente Mattarella ai partiti è sacrosanto, ma i nomi dei responsabili dei nodi che stanno arrivando al pettine vanno trovati nella passata legislatura.

Ha fatto bene il presidente Sergio Mattarella ieri sera ad invitare i partiti alla responsabilità, la stessa che non hanno dimostrato né prima, né dopo le elezioni politiche del 4 marzo. A voler essere sinceri, è da decenni che non troviamo un briciolo di senso di responsabilità in giro per la politica italiana e di fatto ciò rende incompleto l’appello del capo dello stato, che ha paventato mercati finanziari in fibrillazione e contraccolpi sull’economia italiana derivanti dalle clausole di salvaguardia, che scatterebbe dal 2019 in assenza di coperture fiscali per circa 15,5 miliardi. Dunque, si avrebbe un’impennata dell’IVA dal 22% al 24% per l’aliquota più alta e dal 10% all’11,5% per quella intermedia. Per non parlare del rischio di un esercizio provvisorio, ovvero di non essere in grado di approvare in tempo la variazione al bilancio per il 2019, di fatto sfiduciando i mercati. Non solo. Sempre Mattarella ha ricordato che a giugno si terrà un vertice europeo, in cui di discuterà di immigrazione, bilancio comunitario per i prossimi 7 anni e riforme.

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Tutto giusto sin qui, ma il capo dello stato, che certo non poteva tenere un comizio, ma si è giustamente limitato a esternare le sue preoccupazioni sul futuro immediato, non ha potuto citare i responsabili dei nodi che stanno arrivando al pettine. Essi hanno nomi e cognomi e si chiamano Matteo Renzi e il suo successore Paolo Gentiloni, oltre che del loro ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.

A fine mese, la Commissione europea ci chiederà ufficialmente di aggiustare i conti pubblici per l’anno in corso di 5 miliardi di euro, attraverso una manovra correttiva. Colpa di chi, se non del governo uscente, che ha deviato dai target fiscali? E tra pochi mesi, dicevamo, scatteranno le clausole di salvaguardia, un’ipoteca siglata dai governi passati sui conti pubblici con annessi maxi-aumenti di IVA e accise, che diverrebbero ancora più onerosi nel 2020, quando l’aliquota IVA intermedia salirebbe ancora al 13%. Di chi è la responsabilità? Del governo Renzi, che ha chiesto e ottenuto da Bruxelles flessibilità di anno in anno, rinviando i nodi a dopo le elezioni, senza cercare di affrontarli, ma confidando nel miracolo economico che non è arrivato o forse anche nella consapevolezza che il PD le elezioni politiche le avrebbe perse, per cui tanto valeva lasciare agli altri la patata bollente.

Le responsabilità taciute dei “responsabili”

Se i mercati potrebbero tornare a punirci (se non lo hanno fatto già è solo grazie alla BCE, che ha azzerati i tassi e continua a comprarsi i nostri titoli di stato), lo si deve al fatto che l’economia italiana venga percepita ancora debole e che il debito pubblico tricolore non sia considerato al riparo da una nuova turbolenza finanziaria, essendo esploso al 132% del pil. E chi dovrebbe rendere conto, se non i governi della legislatura passata, ossia i tre a guida PD, che hanno dimostrato di avere peggiorato i fondamentali macroeconomici, inseguendo la ripresa europea dall’ultima posizione in classifica?

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Certo, il giochino di accollare alle amministrazioni passate le responsabilità di ciò che non va in Italia è vecchio quanto la storia unitaria. D’altra parte, la Seconda Repubblica ha trascorso 25 anni ad addossare ogni colpa alla Prima su debito, inefficienze pubbliche e disastri sociali vari, avendo in parte ragione, ma dimenticando di avere avuto ben un quarto di secolo di tempo per riparare ai guai, senza esservi minimamente riusciti, anzi aggravandoli. Nel frattempo, la Germania dell’est è passata da un’economia pianificata e sottosviluppata per i criteri occidentali a una ben integrata con il resto della Germania e d’Europa, a dimostrazione che i problemi, se affrontati, si risolvono.

Quanto al vertice europeo di giugno, più che invocare un governo “neutrale”, Mattarella avrebbe dovuto chiedere agli interlocutori politici, in sede di consultazioni, quale idea di Europa vorrebbero portare al consesso per l’Italia, perché è evidente che un esecutivo incolore ci relegherebbe ai margini del dibattito più di quanto non lo siamo già. Quando sarà il turno di alzare la mano sulle riforme avanzate dal presidente francese Emmanuel Macron, come bilancio comune e ministro unico delle Finanze nell’Eurozona, il premier neutrale la terrà abbassata per via della sua non posizione o dirà di sì o di no? Come vedete, la neutralità nelle scelte decisionali non esiste, esiste semmai un vuoto di pensiero, che è tipico della classe politica italiana, sia quella rottamata dagli italiani il 4 marzo, sia quella che ne è uscita premiata.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana