Conti pubblici e bugie di casa nostra, l’Italia ha risanato poco e niente dal 2011

I conti pubblici italiani sono sarebbero così a posto, come crediamo. Il risanamento è stato tra i più bassi in Europa, mentre l'avanzo primario si riduce e la spesa corrente cresce.

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I conti pubblici italiani sono sarebbero così a posto, come crediamo. Il risanamento è stato tra i più bassi in Europa, mentre l'avanzo primario si riduce e la spesa corrente cresce.

Il governo Renzi ha ingaggiato una dura battaglia contro la Commissione europea, sinora più mediatica che reale, per ottenere sempre maggiore flessibilità sui conti pubblici, sostenendo di essere tra le economie più virtuose, come dimostrerebbero i dati sul rapporto deficit/pil, chiusosi al 2,6% nel 2015, in calo dal 3% del 2014. Esistono buone ragioni per affermare che l’Italia avrebbe meritato maggiore rispetto nella fase iniziale di questa crisi finanziaria ed economica, in quanto è stata certamente tra le grandi economie ad avere mostrato il peggioramento minore dei saldi fiscali. Tra il 2007 e il 2015, il debito pubblico italiano è passato dal 103% al 133%, sostanzialmente crescendo del 28% (rispetto ai livelli iniziali). Nello stesso arco di tempo, l’indebitamento medio nell’Eurozona è salito dal 66,2% a oltre il 92%%, registrando un’impennata del 40%.

Debito italiano cresciuto di più della media europea dal 2011

In pratica, abbiamo fatto meglio della media, anche perché il nostro spazio di manovra iniziale dei conti pubblici era già inferiore. Inoltre, a differenza di paesi come Germania, Olanda e Spagna, non abbiamo dovuto salvare alcuna banca con entrate statali e ciò ci ha consentito di aumentare il deficit entro certi limiti. In effetti, se si guarda ai dati dell’anno terribile per l’economia, il 2009, notiamo come il deficit medio nell’area fosse del 6,4%, mentre in Italia è stato del 5,2%, un paio di punti percentuale in meno rispetto ai valori della Francia. Tuttavia, nel verificare l’andamento della dinamica all’interno di questi lunghi 8 anni, scopriamo come le virtù del nostro paese siano svanite clamorosamente proprio quando sarebbe iniziato il famoso ciclo dell’austerità fiscale, del risanamento dei conti pubblici ad opera dei tecnici del premier Mario Monti e dei successivi governi a guida Letta e Renzi.

   

Il vantaggio iniziale dissipato dopo il 2011

Dal 2007 al 2011, l’Italia aveva registrato un incremento del debito di 15 punti e mezzo contro una media nell’area del 32%, la metà. Nel quadriennio 2012-2015, invece, da noi il debito cresce di un altro 12%, più del doppio del +5,5% dell’Eurozona. Il vantaggio iniziale, quindi, è stato in parte dissipato dal venir meno della “virtù” negli ultimi anni, quelli del presunto risanamento. E non è il solo dato sul debito a segnalare un simile andamento. L’Italia è tra i paesi europei ad avere migliorato di meno i suoi saldi di bilancio lungo tutti questi anni. Rispetto al terribile 2009, il nostro deficit è stato tagliato di appena il 2,7% del pil, mentre l’Irlanda lo ha fatto per il 12%, il Portogallo del 5,6%, la Francia del 3,5%, la Spagna del 6,2%.

Taglio deficit fermo negli ultimi anni

A conferma che il risanamento dei conti sembra essersi arrestato paradossalmente con l’arrivo dei tecnici al governo, abbiamo che dal 2012 ad oggi, il deficit scende in Italia scende dell’1,3%, esattamente della stessa percentuale con cui era sceso in appena 2 anni prima. E dire, che il costo di rifinanziamento del debito è nel frattempo sceso a un quinto rispetto ai livelli del 2011, grazie alle politiche di azzeramento dei tassi e alle maxi-iniezioni di liquidità della BCE. In effetti, il vero punto debole nella trattativa di fatto intavolata dal nostro governo con l’Europa è il saldo primario. Parliamo della differenza tra le entrate e la spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito. Esso segnala la reale condizioni dei conti pubblici di un paese, al netto delle variazioni dei tassi sui mercati, una sorta di indicatore della sostenibilità fiscale.      

Cala avanzo primario, sale spesa corrente

Ebbene, l’Italia mostrava nel 2007 un avanzo primario al 3,4% del pil, nettamente superiore al +2,3% della media nell’Eurozona. Da allora si è registrato un calo all’attuale 1,5%, una percentuale sempre al di sopra del +0,2-0,3% registrato nell’unione monetaria, ma anche in questo caso si ha un trend a 2 tempi: tra il 2007 e il 2011, l’avanzo primario si era ridotto del 2,2% del pil, meno del -3,4% accusato mediamente nell’Area Euro. Dal 2012, invece, registriamo un lieve incremento dello 0,3% del pil (ma nel 2015 è diminuito dello 0,1% sul 2014), mentre nell’intera area si è avuta una ripresa si quasi un punto e mezzo percentuale. In altri termini, l’austerità non solo non ha compromesso i conti pubblici dell’Eurozona, pur considerando i presumibili effetti d’impatto negativi sul pil, ma li avrebbe migliorati al netto di questi ultimi. In Italia, i saldi sono rimasti quasi sostanzialmente stabili, come se le manovre per svariate decine di miliardi varate in questi anni non abbiano sortito alcun effetto beneficio sul bilancio statale. Infatti, dal 2007 al 2015, il taglio complessivo della spesa pubblica nel nostro paese è stato solamente dell’1,8%, meno del 7,6% del Portogallo e del 4% dell’Irlanda, anche se un po’ meglio dell’1,3% della Spagna. La Francia, invece, l’ha aumentata complessivamente di oltre l’8%. E le entrate tributarie in Italia sono aumentate nel frattempo di 16 miliardi (+3,8%), pari all’1% del pil.

La spesa pubblica corrente, ossia al netto sia della spesa in conto capitale (investimenti) che degli interessi sul debito, è salita dal 39,6% del 2007 al 42,8% dello scorso anno, crescendo di 20 miliardi (+2,9%) dal 2011, quando si attestava al 42,5% del pil. Un’ennesima smentita del presunto lavoro ciclopico di risanamento dei conti, che semmai si è limitato a ridurre gli investimenti pubblici, in calo di oltre 15 miliardi in appena 5 anni.  

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