Conti pubblici, perché Renzi non è credibile sullo scontro con l’Europa

Scontro tra Matteo Renzi e UE in chiave elettorale. Il segretario del PD chiede altri 150 miliardi di flessibilità fiscale in 5 anni e parla di pregiudizio contro l'Italia. Ma dobbiamo credergli?

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Scontro tra Matteo Renzi e UE in chiave elettorale. Il segretario del PD chiede altri 150 miliardi di flessibilità fiscale in 5 anni e parla di pregiudizio contro l'Italia. Ma dobbiamo credergli?

E’ battaglia a colpi di dichiarazioni al vetriolo tra il segretario del PD, Matteo Renzi, e la UE. Il primo ha lanciato la proposta di stabilizzare il deficit pubblico italiano al 2,9% del pil per 5 anni, evitando di tendere al pareggio di bilancio, in modo da liberare risorse per 30 miliardi all’anno, da destinare al taglio delle tasse. C’è un piccolo particolare che l’ex premier dimentica, ovvero che il raggiungimento prima e il mantenimento dopo del pareggio di bilancio è previsto dal Fiscal Compact, il trattato siglato nel 2012 dall’allora governo Monti e recepito dal Parlamento quasi all’unanimità, con le sole eccezioni di Lega Nord e Italia dei Valori.

Non solo: l’Italia allora decise di costituzionalizzare il vincolo, inserendolo nell’art.81 della nostra Carta. (Leggi anche: Conti senza l’oste: Renzi ha trovato 150 miliardi per tagliare le tasse)

Ieri, però, il ministro alle Infrastrutture, Graziano Delrio, giudicava “un errore” l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, come se si trattasse di un fatto secondario, non della riscrittura della legge principale su cui dovrebbe basarsi l’operato delle istituzioni nazionali.

Renzi e il pregiudizio UE contro l’Italia

Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha risposto picche alla proposta di Renzi, sostenendo che non si tratterebbe di una decisione che un paese potrebbe prendere da solo e, soprattutto, che essa sarebbe “fuori dalle regole”. “Ogni euro in più di debito è un euro in meno per le future generazioni”, ha dichiarato il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, mentre da Bruxelles si chiariva che vi sarebbe perfetta sintonia con il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, e che non vi saranno commenti ufficiali su dichiarazioni rese da persone “esterne a questa cerchia”.

La controreplica di Renzi è stata durissima: l’Europa avrebbe un “pregiudizio sull’Italia”. L’ex premier ha attaccato senza sconti Dijsselbloem, rievocando una sua gaffe di qualche mese fa, quando aveva dichiarato che il Sud Europa spenderebbe i soldi della flessibilità per “donne e alcool”.

Insomma, mai lo scontro verbale era stato portato a questo livello con la UE da un premier in carica o ex. C’è palpabile preoccupazione a Bruxelles per quella che potrebbe trasformarsi in una campagna elettorale euro-scettica a 360 gradi nel panorama politico italiano dopo l’estate. Se a difendere l’Europa non è rimasto nemmeno il segretario del PD, ragionano, chi lo farà? (Leggi anche: Conti pubblici, austerità solo con Berlusconi-Monti)

Tre anni di renzismo

Ma contro l’Italia vi è davvero quel pregiudizio di cui parla Renzi? Per rispondere alla domanda, non possiamo non accennare a quanto sia avvenuto negli ultimi 3 anni, ovvero da quando proprio l’attuale leader democratico era arrivato al governo. Il primo annuncio sui conti pubblici reso dall’allora neo-premier fu il rinvio del pareggio di bilancio di un anno al 2017, anche se va detto che già i suoi predecessori avevano spostato in avanti l’obiettivo di anno in anno dal 2013 inizialmente previsto. E si consideri che quando sempre Renzi lasciava Palazzo Chigi nel dicembre scorso, l’equilibrio dei conti pubblici veniva atteso a non prima del 2019-2020. (Leggi anche: Governo Renzi rinvia pareggio di bilancio)

Nel 2014, il deficit fiscale chiudeva al 3% del pil, in lieve risalita dal 2,9% ereditato dal governo Letta. Resterà a tale livello anche nel 2015, godendo di tutta quella flessibilità fiscale chiesta e ottenuta dalla UE, invocata sia per fare le riforme, sia anche per effettuare gli investimenti necessari per rilanciare la crescita economica e sia ancora per affrontare l’emergenza migranti.

Nel biennio 2015-2016 ci verranno concessi 26 miliardi di euro di maggiore spazio di manovra, compreso il rinvio al 2018 delle clausole di salvaguardia per 19,6 miliardi, le quali scattando prevederebbero l’aumento dell’aliquota IVA massima dal 22% al 25% e di quella intermedia dal 10% al 13%. Sotto Renzi, il deficit è stato abbassato di appena mezzo punto percentuale, peraltro nemmeno frutto di un consolidamento dei conti pubblici perseguito dal governo, bensì dell’abbassamento dei costi di rifinanziamento del debito, grazie all’azzeramento dei tassi e al varo del “quantitative easing” della BCE.

Tanta flessibilità fiscale, pochi risultati

A fronte di questa immensa flessibilità garantitaci da Bruxelles, i risultati sono stati scarsi. La crescita del pil in Italia rimane la più bassa di tutto il continente, mentre le riforme auspicate sono state implementate parzialmente e spesso in modo pasticciato. Jobs Act a parte (e la cui portata è stata essenzialmente temporanea), non esiste una significativa riforma che il governo italiano oggi possa vantare, perché dalle banche alla Pubblica Amministrazione è prevalsa più la confusione che la convinzione. I soldi della flessibilità sono finiti per finanziare sostanzialmente le politiche dei bonus di renziana memoria, misure a metà tra il sapore clientelare-elettorale e la dissipazione di denaro pubblico.

Infine, l’Italia vittima dei pregiudizi europei ha appena ottenuto il via libera a un salvataggio pubblico delle due banche venete, mettendo in seria discussione le regole comunitarie in materia di bail-in. Roma non è in credito, ahi noi, bensì in debito con i commissari, che pur privi di alcuna empatia e di spessore politico, hanno ad oggi concesso al nostro paese tutto quanto sia stato richiesto, sul presupposto che rendere più facile la vita a un governo di fede europeista allontanerebbe lo spauracchio di una vittoria degli euro-scettici.

No, l’Italia non è vittima di un pregiudizio dell’Europa, nemmeno quando si parla di immigrazione, visto che è stata proprio l’Italia di Matteo Renzi a difendere l’impostazione di Bruxelles sugli sbarchi in chiave di propaganda interna anti-Lega, puntando sull’accoglienza e subendo la chiusura delle frontiere dei paesi confinanti, Francia per prima. C’è qualcosa che non va nel rapporto tra Roma e Bruxelles, ma va ricercato nei palazzi della prima e non tanto nella capitale belga. (Leggi anche: Conti pubblici e banche italiane, l’eredità di Renzi)

 

 

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