Conti pubblici a rischio, dalla Consulta un’altra possibile ‘bomba’ da 35 miliardi

La Corte Costituzionale potrebbe bocciare anche il blocco degli stipendi pubblici, che graverebbe sullo stato per 35 miliardi. I conti pubblici rischiano di saltare.

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La Corte Costituzionale potrebbe bocciare anche il blocco degli stipendi pubblici, che graverebbe sullo stato per 35 miliardi. I conti pubblici rischiano di saltare.

Martedì 23 giugno potrebbe essere una data funesta per i conti pubblici e per le speranze di risanamento delle finanze statali. La Corte Costituzionale comunicherà quel giorno la sua decisione sulla legittimità del blocco degli stipendi pubblici, deciso nel 2010 dal governo Berlusconi per 3 anni e che è stato confermato anche dal governo Letta nel 2013, nonché esteso anche dal governo Renzi lo scorso anno. Poiché il blocco degli stipendi pubblici avrebbe perso quel carattere temporaneo, determinato dall’emergenza dei conti pubblici durante la crisi finanziaria prima e del debito sovrano dopo, trasformandosi quasi in una misura strutturale, i sindacati sono sul piede di guerra e da qui il ricorso alla Consulta.   APPROFONDISCI – Con lo spread in risalita conti pubblici a rischio e forse una nuova stangata fiscale   Il governo italiano si sta preparando alla sentenza con una linea difensiva, improntata sulla necessità di non fare saltare i conti pubblici. Se la Cisl stima, infatti, in 14 miliardi l’onere a carico dello stato, nel caso in cui il blocco degli stipendi dovesse essere bocciato e il governo dovesse così provvedere al rimborso, quest’ultimo ritiene che l’aggravio ammonterebbe a ben 35 miliardi, il 2,2% del pil, considerando anche il necessario versamento dei contributi previdenziali annessi e dello sblocco dovuto anche per altre categorie non tenute conto, spiega il Tesoro, nelle stime della Cisl.

Dopo rimborso pensioni rischio nuovo colpo dalla Consulta

Ricordiamoci che il 30 aprile scorso, la stessa Consulta ha dichiarato illegittimo il blocco delle pensioni nel biennio 2012-2013, che avrebbe comportato un onere per lo stato di 19 miliardi, se non fosse che il governo abbia deciso di limitare i rimborsi a circa un quinto del dovuto. La bocciatura del blocco delle pensioni si basava su ragioni di iniquità, a causa della mancata differenziazione tra i diversi importi degli assegni, e di prolungata estensione dello stop alla rivalutazione. A ben vedere, si tratta di 2 elementi, che potrebbero riscontrarsi a maggior ragione per gli stipendi pubblici, visto che sono bloccati da 5 anni.   APPROFONDISCI – Rivalutazione pensioni, l’M5S attacca. E l’Inps: l’uscita a 62 anni dal lavoro costa troppo   Dunque, tra meno di 2 settimane, i conti pubblici rischiano seriamente di saltare in aria. Per quanto l’impatto dei rimborsi sarebbe una tantum, l’aggravio si avrebbe strutturalmente, perché gli stipendi dovrebbero essere rivalutati già dall’anno in corso, sottraendo risorse destinate altrove, senza che si abbia più la possibilità di finanziare la misura in deficit. Sulle pensioni, la Commissione europea ha dovuto chiudere più di un occhio, in considerazione che si è trattato di una decisione esterna alla volontà dell’esecutivo e le cui conseguenze sulle finanze statali sono state limitate dal Tesoro. Adesso, però, tra i rendimenti sovrani in aumento rapido, che minacciano di travalicare l’accantonamento del famoso “tesoretto” di marzo (già stanziato a parziale copertura del rimborso delle pensioni) e i colpi di coda dei giudici costituzionali, il tetto del deficit rischia di essere sforato e, in ogni caso, di non ridursi a quel 2,6% del pil preteso da Bruxelles, soglia sempre meno raggiungibile, pur in presenza di un’economia in crescita. L’Italia ha già goduto di svariate concessioni, un’altra non sarebbe possibile. Ogni euro speso per lo sblocco degli stipendi pubblici, quindi, dovrebbe essere coperto con nuove tasse o altri tagli alla spesa pubblica.   APPROFONDISCI – Conti pubblici, altro che tesoretto. Il governo chiede alla UE deficit per altri 6,4 miliardi  

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