Gli arresti sauditi puntano ad espropri per $800 miliardi?

In Arabia Saudita è caccia agli sceicchi. Chiunque abbia accumulato grossi patrimoni potrebbe vederseli evaporare in un attimo.

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In Arabia Saudita è caccia agli sceicchi. Chiunque abbia accumulato grossi patrimoni potrebbe vederseli evaporare in un attimo.

L’ondata di arresti nel fine settimana in Arabia Saudita, ai danni di principi, ex ministri e ministri in carica, nonché di grandi nomi nel mondo del business potrebbe essere un grande affare per il regno. Abbiamo appreso con stupore che tra coloro che sono finiti in manette con le accuse di corruzione e di avere distratto fondi pubblici per scopi privati vi è Alwaleed bin Talal, uno degli uomini più ricchi al mondo con un patrimonio stimato fino a 32 miliardi di dollari, azionista di tante società multinazionali di successo, tra cui Twitter, Newscorp di Rupert Murdoch, Apple e Citigroup. Per capire chi sia il magnate, si consideri che egli è nipote del fondatore del regno saudita, Abdulaziz Ibn Saud, risultando così cugino dell’attuale principe ereditario Mohammed bin Salman, figlio di Re Salman e reale detentore del potere a Riad. L’ex ambasciatore USA in Arabia Saudita, Robert Jordan, commentando l’arresto, ha dichiarato a Bloomberg che sarebbe come se in America fosse arrestato Bill Gates, il patron di Microsoft. (Leggi anche: Petrolio ai massimi da giugno 2015 su arresti eccellenti in Arabia Saudita)

Gli arresti non sono finiti, come avverte la Corona, perché diversi numerosi altri individui potrebbero finire in manette con le stesse accuse, a seguito di indagini iniziate tre anni fa. Si apprende anche che i conti bancari di 1.200 sudditi sauditi sono stati congelati, ma non quelli delle imprese da loro controllate, precisa un comunicato ufficiale. E a molti alti funzionari, principi, politici e uomini di affari è stato vietato di volare, in modo che non possano lasciare il paese.

Il presidente americano Donald Trump ha indirettamente appoggiato gli arresti, twittando che “molti di questi (arrestati) hanno spremuto per anni il loro paese”, aggiungendo che “ho grande fiducia in Re Salman e nel Principe ereditario, sanno esattamente cosa fanno …”.

Parole come pietre, che sembrano scolpire una santa alleanza di nuovo conio tra Washington e Riad, o meglio tra Trump e Mohammed bin Salman, che si contrappone alle critiche che il magnate caduto in disgrazia aveva esternato nei confronti dell’allora candidato alle presidenziali americane. Ma dietro agli arresti cosa si nasconde di preciso, oltre la foglia di fico della lotta alla corruzione? Certamente, il desiderio del giovane principe di liberarsi di ogni potenziale rivale per la successione, la quale sarebbe forse questione persino di pochissimo tempo, quello sufficiente per consolidare il proprio potere.

Conti congelati vero scopo degli arresti?

C’è una seconda lettura meno romantica in questi accadimenti: al regno servono soldi. Con i prezzi del petrolio precipitati fino al 70% in appena un anno e mezzo tra la metà del 2014 e l’inizio del 2016, risaliti ancora solamente poco sopra i 60 dollari, per quanto in accelerazione nelle ultime sedute (in parte, proprio ai fatti di Riad), il bilancio statale saudita è passato da un forte attivo a un pauroso deficit, con le riserve valutarie scese dall’apice di circa 740 miliardi toccato nel settembre 2014 ai meno dei 488 miliardi di agosto. Proprio il principe si è intestato un elenco di numerose riforme economiche, ma che per essere attuate richiedono tempo e che puntano a sganciare l’economia saudita dal petrolio, incrementando le entrate fiscali dal settore non petrolifero. Intanto, bisogna non solo tamponare il deficit, ma anche investire quantità ingenti di denaro, come i 500 miliardi messi sul piatto per la costruzione di Neom, una mega-città futuristica, che comprenderà anche porzioni del territorio egiziano e giordano. (Leggi anche: Rivoluzione saudita punta a paradiso finanziario)

E se gli arresti in corso fossero legati proprio alla necessità di trovare denaro fresco? La Corona ha reso pubblica l’intenzione di avocare allo stato tutta la liquidità e gli assets che risultassero stati accumulati a seguito di episodi di corruzione e di distrazione di fondi pubblici.

Secondo il Wall Street Journal, che riporta i calcoli di persone vicine agli ambienti monarchici sauditi, si stima che i patrimoni requisiti potenzialmente arriverebbero a 800 miliardi di dollari, qualcosa come il 120% del pil saudita o il 160% delle riserve valutarie del regno. Cifre tutte da verificare, ma sembra proprio che l’intento sarebbe quello di dare vita forse al più grande esproprio ai danni di imprenditori e facoltosi della storia.

Potrebbe esservi, però, un rovescio della medaglia in questa strategia, ovvero l’alienazione delle simpatie degli investitori, perché c’è da scommetterci che in pochi vorranno portare i loro capitali, anche in vista dell’IPO di Aramco, in un paese, dove dalla sera alla mattina ci si ritroverebbe espropriati di ogni avere. E già i contratti forward sul tasso di cambio (fisso) tra rial e dollaro segnalano scommesse per un depegging ai massimi dalla fine dello scorso anno, segno che ci si attenderebbe un deflusso di capitali. Forse non accadrà nulla di tutto questo, forse non si procederà nemmeno ad espropriare grosse cifre. Ma i tempi di sceicchi, principi e alti funzionari a fare la vita da nababbo a carico dello stato sembrano finiti nel peggiore dei modi. Adesso è arrivato il conto da pagare.

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