Conti bancari sotto attacco, ai governi ora danno fastidio e vogliono ridurli

Risparmiatori nel mirino delle banche centrali. Contro i conti correnti è in corso una battaglia, che potrebbe presto prendere piede in Italia.

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Risparmiatori nel mirino delle banche centrali. Contro i conti correnti è in corso una battaglia, che potrebbe presto prendere piede in Italia.

Non è un periodo così tranquillo per i risparmiatori europei, che dall’inizio dello scorso anno fanno i conti con la nuova disciplina sui salvataggi bancari, nota anche come “bail-in”. Essa non si applicherebbe, tuttavia, nemmeno nei casi più estremi ai conti correnti e deposito di importo inferiore ai 100.000 euro. Nelle scorse settimane, tali certezze sono parzialmente venute meno, quando la BCE ha rilasciato il suo parere all’Europarlamento e al Consiglio d’Europa sulla possibile riforma della normativa, suggerendo di intaccare anche i conti bancari sotto i 100.000 euro nei casi di risoluzione e di “congelarli” temporaneamente, al fine di prevenire eventuali emorragie di liquidità.

Anche qualora tali suggerimenti fossero messi nero su bianco, non sarebbe per l’oggi e forse nemmeno per il domani. E appare politicamente poco sostenibile compiere un simile passo. In Italia, ad esempio, ballano giacenze per oltre 1.720 miliardi di euro, oltre il 100% del pil. Alla sola notizia, molti di questi soldi fuggirebbero dalle banche per prendere le vie dell’estero, provocando una crisi di liquidità. (Leggi anche: Conti bancari a rischio bail-in anche sotto 100.000 euro?)

Che i conti bancari siano sempre più malvisti dai governi, però, lo conferma il caso della Danimarca. Copenaghen è stata la prima banca centrale al mondo ad avere introdotto nel 2012 i tassi negativi, un esperimento monetario del tutto senza precedenti fino ad allora e che ha fatto scuola, molto più di quanto non potesse immaginare il governatore Lars Rohde. L’obiettivo di tale misura era duplice: contrastare le minacce di deflazione e indebolire il cambio. La corona danese è agganciata all’euro da un “peg” attorno a 7,04638. Gli eccessivi afflussi di capitali nel paese scandinavo con l’esplosione della crisi dell’euro hanno messo a rischio tale ancoraggio e il ricorso ai tassi negativi, pur non subito, ha grosso modo allontanato i due spauracchi.

Oggi, le banche danesi si ritrovano depositi dei clienti per 840 miliardi di corone, qualcosa come 115 miliardi di euro e Nykredit, l’istituto maggiore del paese, li stima in crescita ai record di sempre a fine anno.

La cosa sta indispettendo il governo, che con il suo ministro per le Attività produttive e finanziarie, Brian Mikkelsen, ha proposto di spostare parte dei conti bancari verso investimenti più produttivi e remunerativi. Il ministro ha dichiarato che questa montagna di soldi parcheggiata nelle banche sarebbe “inutile per la società” e non otterrebbe alcuna remunerazione, essendo stati i tassi azzerati.

Attacco alla libertà dei risparmiatori?

Per questo, Mikkelsen ha studiato uno schema “volontario” per spingere i risparmiatori danesi a puntare su conti dedicati agli investimenti in capitale. Fino a 200.000 corone e a partire dal 2019, sarebbero consentiti e sui loro rendimenti si pagherebbe un’imposta del 17%, più che dimezzata rispetto a quella altrimenti dovuta sui “capital gains”. E una tassazione di favore sarebbe introdotta anche per gli investimenti fino a 800.000 corone per finanziare le start-up. Ripetiamo, lo schema non sarebbe obbligatorio, ma fortemente caldeggiato dal governo. Parliamo dello stesso paese in cui è stato proprio oggi suonato l’allarme della banca centrale, secondo cui “alcuni grossi istituti” danesi sarebbero sotto-capitalizzati e dagli ultimi stress-test emergerebbe che rischiano di scendere sotto i livelli minimi di patrimonializzazione richiesti in caso di scenario avverso. (Leggi anche: Tassi negativi inefficaci: cresciuti risparmi, non prestiti)

L’istituto spiega che molte banche starebbero finanziando clienti sempre più vulnerabili e che dal 2015 subirebbero un calo dei margini, a causa dei bassi tassi. E non c’è bisogno di spiegare che questi ultimi sarebbero la causa principale del deterioramento della qualità dei nuovi crediti erogati, visto che in un ambiente a interessi infimi, pur di sostenere i margini, le banche si vedono quasi costrette a puntare sulla clientela maggiormente a rischio, ma proprio per questo potenzialmente più remunerativa.

Anziché interrogarsi sui benefici effettivi dei tassi negativi e se non siano già stati superati dai costi, la Danimarca starebbe ingaggiando un’altra battaglia inedita, stavolta per fare defluire la liquidità dalle banche, forse percependo come questa operazione possa alzare i tassi a cui verrebbero remunerati i risparmi, spingendo in alti anche quelli applicati sui crediti e aumentando così potenzialmente la loro qualità.

Il fatto curioso è che le decisioni di scelta tra consumi e risparmi e tra le varie forme di investimento dei secondi si pretende che vengano adottate o almeno pilotate dai governi, i quali considerano sé stessi più capaci di interpretare i bisogni di coloro che hanno compiuto sacrifici per mettere da parte i risparmi. Non a caso, la consigliera esecutiva della BCE, Sabine Lautenschlaeger, si è mostrata quasi incredula delle critiche alla proposta di coinvolgere anche i conti bancari sotto i 100.000 euro nelle perdite, ribattendo che esisterebbero investimenti alternativi migliori e più remunerativi, come l’oro. Insomma, tu risparmi e politici e banchieri centrali vorrebbero decidere come investire i tuoi soldi. Del resto, tassi negativi altro non sono che un attacco ai risparmi, specie se si è costretti a farli transitare dalle banche in era di pagamenti digitali e di lotta al cash. Se questo è libero mercato. (Leggi anche: Lotta al contante legata ai tassi negativi?)

 

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