Conte sta creando un governo parallelo sul Recovery Fund e rischia di gettare il futuro dell’Italia

Centinaia di tecnici assoldati per gestire i 209 miliardi del Fondo per la Ripresa. Maggioranza divisa e Parlamento esautorato.

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Governo Conte spaccato sul Recovery Fund

I renziani minacciano la rottura sulla cabina di regia che presiederà alla gestione dei 209 miliardi di euro del Recovery Fund spettanti all’Italia. Italia Viva avverte il premier Giuseppe Conte di essere pronta a ritirare i suoi due ministri, perché non accetta il sistema ideato da Palazzo Chigi. Esso pone all’apice della struttura di gestione il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, coadiuvato da sei super manager, uno per ciascuna area di intervento e a loro volta a capo di un maxi-team di 300 tecnici.

Nelle intenzioni del governo, i fondi sarebbero così ripartiti:

  • 48,7 miliardi a favore della digitalizzazione;
  • 75,3 miliardi per la transizione ecologica;
  • 27,7 miliardi per le infrastrutture;
  • 19,2 miliardi per l’istruzione;
  • 17,1 miliardi per la parità di genere;
  • 9 miliardi per la sanità.

 

Perché a Matteo Renzi non va giù? Semplice. Conte sta mettendo in piedi un sistema per gestire in proprio i fondi europei, escludendo Parlamento, regioni e comuni. Il premier sta commettendo un errore imperdonabile, in primis perché segnala di avere una concezione proprietaria delle risorse che appartengono al futuro dell’Italia e che, se ben impiegate, lo modellerebbero per i prossimi decenni. Secondariamente, perché l’espulsione della politica dalla struttura decisionale non migliorerà la qualità dei risultati, anzi rischia di esitare progetti sconnessi dalla realtà o di difficile implementazione. E’ evidente che sul Recovery Fund si stiano addensando gli appetiti dei partiti, non solo della maggioranza, perché chiunque vorrebbe mettere le mani su centinaia di miliardi di prestiti e sovvenzioni, al fine di crearsi una rete di clientele sui territori e, nel migliore dei casi, per intestarsi alcune tematiche, coagulandovi interessi economici, finanziari e sociali.

Recovery Fund bloccato non da Ungheria e Polonia, ma dai partner “frugali”

Tecnici al posto dei politici

Non vi è dubbio che la politica debba essere monitorata per evitare che sperperi forse la nostra ultima opportunità storica di rilanciarci nel futuro post-Covid.

Ma il rimedio di spogliarla di qualsivoglia controllo e gestione per affidarne i compiti a una pletora di boiardi di stato sembra una soluzione peggiore del male. Anzitutto, perché i tecnici rispondono in fondo alla politica stessa o la influenzano in un senso o nell’altro, come abbiamo avuto modo di toccare con mano nella Seconda Repubblica. Secondariamente, perché solo il Parlamento e gli enti locali sono depositari diretti del volere degli italiani. Essi vanno coinvolti sia in fase di decisione sulla ripartizione dei fondi (obiettivi), sia in quella del loro impiego effettivo (attuazione). E questo per rendere più efficace il Recovery Fund, dato che la politica è l’interprete delle aspettative dal basso e per sua natura ha il compito di coniugarle con la realtà dei fatti. Creare una sorta di governo parallelo di tecnici per gestire i fondi equivarrebbe ad alienare ulteriormente politica e cittadini dalla gestione della cosa pubblica, ad accentuare quel senso di irresponsabilità diffusa tra i partiti, che in questi decenni ha provocato molti danni al sistema-Paese.

Peraltro, sembra che Palazzo Chigi ragioni come se i 209 miliardi che nei prossimi anni arriveranno dall’Europa fossero regalie, un di più di cui il bilancio statale beneficerà. Non è così. I quasi 130 miliardi di prestiti dovranno essere restituiti e quando ciò accadrà, a pagarne il costo saremmo tutti noi contribuenti, mentre la politica dovrà gestirne l’impatto sui conti pubblici. Le stesse sovvenzioni non sono un vero regalo, perché almeno in parte saranno finanziate dal contributo degli stati UE, tra cui l’Italia. Se non riuscissimo a spendere adeguatamente, rischieremmo di pagare più di quanto ottenuto, cioè di rimetterci. Per questo, serve un progetto nazionale condiviso, che non venga osteggiato un giorno sì e l’altro pure da questo o quel sindaco, da questa o quella regione, da questa o quella maggioranza di governo.

Davvero Renzi si spingerà fino a staccare la spina al governo? No, se ci fosse anche solo la minima probabilità di elezioni anticipate. Sì, se lo sbocco più concreto a un’eventuale crisi fosse la nascita di un governissimo o governo tecnico che dir si voglia, con tutti (o quasi) i partiti dentro a gestire i fondi. Non possiamo escludere che alla fine l’ex premier otterrà un contentino con la nomina di manager a sé vicini. Il futuro dell’Italia è in s-vendita, oggetto di baratto tra i partiti per un posto in cabina di regia.

L’Italia non sa spendere i fondi europei e rischia la fregatura sul Recovery Fund

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