Tra aumenti IVA, inflazione e lavoro, consumi delle famiglie italiane attesi deboli

I consumi delle famiglie italiane potrebbero entrare nuovamente in crisi tra aumento dell'IVA, ritorno dell'inflazione e occupazione stagnante. Se, poi, anche i fattori esterni (tassi, cambio e petrolio) peggiorassero, rischiamo la recessione.

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I consumi delle famiglie italiane potrebbero entrare nuovamente in crisi tra aumento dell'IVA, ritorno dell'inflazione e occupazione stagnante. Se, poi, anche i fattori esterni (tassi, cambio e petrolio) peggiorassero, rischiamo la recessione.

Il 2017 non si preannuncia un anno di grandi notizie per i consumi delle famiglie italiane, ma il peggio potrebbe arrivare dal 2018. L’ultimo Rapporto COOP, così come Confcommercio e CENSIS, stimano un aumento più contenuto rispetto ai ritmi già blandi del triennio 2014-2016, con una crescita attesa inferiore all’1%. Questo, quando ancora il livello dei consumi degli italiani non è nemmeno tornato a quello del 2007, ultimo anno prima della crisi.

Tre i fattori di rischio per le famiglie: l’aumento dell’IVA, il ritorno dell’inflazione e il rallentamento della dinamica dell’occupazione. (Leggi anche: Consumi famiglie italiane: spesa concentrata su casa, cibo e ristoranti)

Il rischio aumento IVA

Entro la fine di quest’anno, il governo dovrà mettere mano a una legge di bilancio, che tra le altre cose dovrà disinnescare le clausole di salvaguardia per 19,5 miliardi di euro, scattando le quali l’aliquota IVA più alta aumenterebbe dal 22% al 25% e quella intermedia dal 10% al 13%. Per evitare che ciò accada, a Roma dovranno trovarsi 12,2 miliardi per impedire l’aumento dell’aliquota massima e quasi 7 miliardi per quella sui generi alimentari.

Considerando che è da oltre due mesi che parliamo del varo di una manovra da 3,4 miliardi per adempiere alle richieste della Commissione, risulta abbastanza complicato, specie in una fase pre-elettorale, trovare tutti i quattrini necessari per evitare la stangata fiscale. Lo scenario temuto è quello di un governo paralizzato, non in grado di tagliare la spesa pubblica per un pari importo e, pertanto, destinato ad alzare automaticamente l’IVA sui consumi. (Leggi anche: Crisi dei consumi: -10% dal 2007)

Calo atteso dei consumi con stangata IVA

Secondo i calcoli di Codacons, gli aumenti dell’IVA peserebbero per 791 euro a famiglia, pari a circa il 3,5% dei consumi complessivi annui. Non è detto, però, che l’onere sia sostenuto passivamente dalle famiglie, che potrebbero reagire comprimendo i consumi. E’ accaduto nel 2013, quando l’allora governo Letta lasciò scattare l’IVA dal 20% al 21% dal mese di ottobre, provocando non un aumento, ma un calo del gettito relativo.

In effetti, Confesercenti e CGIA di Mestre stimano il possibile calo dei consumi in 8 miliardi, lo 0,5% del pil. Ciascun nucleo familiare, quindi, comprimerebbe le proprie spese di circa 320 euro nell’intero anno, il 40% dell’aggravio accusato. Uno scenario pauroso sia per le imprese, sia per il commercio, quest’ultimo il più immediatamente esposto a un possibile tonfo dei consumi. (Leggi anche: Clausole di salvaguardia, se Gentiloni dovrà fare il lavoro sporco)

Il mercato del lavoro

Non solo la stangata IVA potrebbe incidere negativamente sulla dinamica della spesa. Nell’ultimo triennio, nonostante i salari italiani siano cresciuti mediamente di pochissimo, il reddito reale delle famiglie è rimasto intatto o è persino aumentato, grazie a un’inflazione azzerata e leggermente negativa nel 2016 per la prima volta dal 1959. Ma l’inflazione è tornata a salire e punta al 2% anche in Italia, mentre i salari continuano a crescere a ritmi blandi, quasi impercettibili. In termini reali, le famiglie rischiano di perdere reddito disponibile, se i prezzi saliranno nei prossimi mesi più delle loro entrate.

Infine, il lavoro. Il 2015-’16 è stato un biennio positivo per l’occupazione con oltre 400.000 nuovi occupati, pur in una congiuntura economica solo appena in miglioramento rispetto al triennio di recessione del 2012-2014. Merito in gran parte del Jobs Act, che introducendo la decontribuzione (totale per i neo-assunti nel 2015 e parziale per quelli assunti nel 2016) per i nuovi rapporti stipulati a tempo indeterminato, ha sostenuto la creazione di nuovi posti di lavoro. (Leggi anche: Creare lavoro con la crescita, non a colpi di leggi)

Con peggioramento fattori esterni, rischio recessione

Tuttavia, questa dinamica è finita. Lo segnala anche la ripresa della disoccupazione, che continua a sostare in prossimità del 12%, così come il rallentamento nelle nuove assunzioni, specie stabili. Ma un mercato del lavoro così asfittico non darebbe una mano ai consumi delle famiglie, anzi potrebbe provocare una nuova caduta della spesa.

Per tutte queste ragioni, il biennio in corso potrebbe essere caratterizzato da una nuova fase di crisi dei consumi degli italiani e in assenza di un contributo positivo della domanda estera, ciò potrebbe innescare una nuova recessione dell’economia italiana.

Peraltro, il cambio dell’euro potrebbe rafforzarsi, colpendo le esportazioni, mentre i tassi di interesse dovrebbero risalire, impattando negativamente sui bilanci di famiglie e imprese indebitate. Se, poi, sale pure il prezzo del petrolio, lo scenario diverrebbe ancora più cupo. (Leggi anche: Ripresa economica, come l’Italia ha sprecato un’opportunità)

 

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