I consumi in Cina sosterranno l’economia mondiale e il made in Italy

La Cina non si limita ad esportare, è diventato un immenso mercato di consumo. Il made in Italy potrebbe compiere un balzo con lo sviluppo della classe media a Pechino.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina non si limita ad esportare, è diventato un immenso mercato di consumo. Il made in Italy potrebbe compiere un balzo con lo sviluppo della classe media a Pechino.

La Cina non è solo un’economia “export led”, ovvero basata sulla vendita di merci e servizi all’estero. Quasi i due terzi del suo pil è composto da consumi finali, il 63,4% per l’esattezza, secondo gli ultimi dati ufficiali. Le sole famiglie hanno speso nel 2016 circa 4.500 miliardi di dollari, pari al 39% del pil cinese, la percentuale più alta dal 2004. All’inizio del Millennio, prima che Pechino facesse ingresso nell’Organizzazione del Commercio Mondiale, i consumi delle famiglie cinesi incidevano per il 46,2%. Successivamente, ad avere trainato il boom economico sono state le esportazioni e gli investimenti sono saliti dal 38% al 48% del pil nel 2010, declinando attorno al 44% attuale, una percentuale doppia rispetto a quella delle principali economie avanzate. (Leggi anche: La Cina taglia i dazi sulle importazioni)

Adesso, però, che l’economia cinese sta rallentando i suoi ritmi di crescita sotto il 7% all’anno, avendo raggiunto un adeguato sviluppo e un certo grado di maturità, la quota dei consumi finali ha ripreso a salire, come segnala anche la Festa dei Singles, che si celebra a novembre e che quest’anno ha visto la sola Alibaba, colosso nazionale delle vendite online, fatturare ben 25 miliardi di dollari in una sola giornata, quando le vendite online nel fine settimana per il Ringraziamento negli USA sono state di 14 miliardi. Rispetto al 2009, parliamo di un controvalore esploso di circa 3.350 volte, segno certamente del boom dell’e-commerce, ma anche dello sviluppo di una classe media, i cui consumi si stanno diversificando, puntando non solo sulla quantità, ma anche sulla più alta qualità degli acquisti, quello che in gergo si definisce “upgrade”.

Le opportunità per il made in Italy

Un solo dato: secondo JP Morgan, gli abbonati a contenuti pay digitali nella seconda economia mondiale saliranno dai 144 milioni di quest’anno ai 234,3 milioni del 2020. Ad approfittare di questo cambiamento epocale per il pianeta, visti i numeri in gioco, potrebbero essere anche le società straniere, italiane comprese. Un sondaggio condotto a luglio da McKinsey tra adulti di età compresa tra i 18 e 65 anni in 7 villaggi rurali e città in Cina ha trovato che la preferenza per prodotti stranieri varia nettamente dalla tipologia merceologica. Se ancora il 91% degli intervistati si mostra interessato a comprare cibo e pollame locali e l’89% detersivi made in China, il 49% opterebbe per cosmetici e il 52% per vino prodotti all’estero, così come il 53% per il latte in polvere per bambini non locale (buone notizie per colossi alla Nestlè). Bene anche gli accessori moda con il 42% di potenziali clienti cinesi disposti a comprare straniero (e qui l’Italia ha ottime chances).

Se i risultati del sondaggio fossero veritieri, ci sarebbero pochi settori su cui puntare con ottimismo per rilanciare il nostro made in Italy, ma si badi anche alle dimensioni del mercato cinese. Dicevamo prima di 4.500 miliardi nel 2016 di consumi delle famiglie. Se aumentassero del 10% all’anno, in appena un lustro vi sarebbero 2.750 miliardi di dollari di domanda aggiuntiva e ipotizzando che le importazioni cinesi restino intorno al 20% del pil, significherebbe qualcosa come 550 miliardi di fatturato in più che il resto del mondo potrebbe registrare verso la Cina. Una modesta quota del 3% ci assicurerebbe un aumento delle esportazioni nell’ordine dei 14 miliardi di euro, circa lo 0,8% del pil attuale. Con una propensione marginale alle importazioni del 30%, le maggiori esportazioni globali verso la Cina supererebbero gli 800 miliardi e la fetta a cui l’Italia potrebbe attingere sarebbe nell’ordine di una ventina di miliardi di euro, oltre l’1% del pil. Insomma, alla Cina dovremmo iniziare a guardare non più solo come un competitor temibile per i prezzi stracciati praticati ai danni delle nostre merci, bensì pure come un potenziale mercato di sbocco dalle potenzialità enormi, visto che i suoi residenti sono 23 volte più numerosi di noi italiani. (Leggi anche: La nuova via della seta, il treno che unisce Italia e Cina)

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese