Confindustria torna a fare politica e sulla ripresa avverte: votate bene!

Confindustria torna nella mischia politica e avverte gli italiani che la ripresa economica dipenderà dall'esito delle elezioni. Eppure, un anno fa dava l'Italia in dura recessione nel caso di sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale.

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Confindustria torna nella mischia politica e avverte gli italiani che la ripresa economica dipenderà dall'esito delle elezioni. Eppure, un anno fa dava l'Italia in dura recessione nel caso di sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale.

Vi ricordate quella Confindustria che poco più di un anno fa avvertiva gli italiani che nel caso di sconfitta del governo Renzi al referendum costituzionale vi sarebbe stata una dura recessione, con il pil cumulato nel triennio 2017-2019 a segnare un -4%? Sappiamo tutti quanta validità abbiano avuto queste illustri previsioni del suo ufficio studi, smentite niente di meno che dagli stessi uomini che le avevano messe nero su bianco. Oggi, infatti, Viale dell’Astronomia ha confermato le stime di crescita per l’economia italiana all’1,5% per quest’anno, le ha riviste al rialzo dal +1,3% al +1,5% per il 2018 e per il 2019 intravede un rallentamento al +1,2%. Dunque, secondo la stessa Confindustria catastrofista di un anno fa, la crescita cumulata del pil nel triennio 2017-’19 sarebbe del 4,3%, segnando una differenza di ben oltre 8 punti percentuali rispetto all’allarmismo profuso a piene mani prima del referendum, che sappiamo essere stato straperso dall’esecutivo precedente con il 60% dei “no”. (Leggi anche: Referendum costituzionale, le vere ragioni del “sì” di Confindustria)

Vi chiederete se il presidente Vincenzo Boccia abbia fatto mea culpa, non tanto per la legittima posizione che l’organizzazione assunse in favore delle riforme istituzionali nel 2016, quanto per le previsioni del tutto sballate propinate, che si aggiunsero ad altri scenari paventati quasi al limite dell’Armaggedon. Niente affatto e, anzi, Confindustria fa il bis, se è vero che nel definire la ripresa economica italiana “pienamente agganciata” a quella internazionale, il suo capo economista Paolo Paolazzi è tornato a mettere in guardia gli italiani dal come voteranno alle prossime elezioni politiche, che verosimilmente si terranno a marzo.

Secondo Paolazzi, i risultati delle urne saranno un test rilevante per il futuro della nostra economia tra “il proseguire il cammino delle riforme o non far nulla (che, in termini relativi, vuol dire arretrare), se non proprio tornare indietro”. Tradotto dal linguaggio aulico a quello dell’uomo della strada: se votate per l’attuale partito di governo, il PD, la crescita proseguirà grazie alle riforme che verranno attuate anche nei prossimi anni; se preferite il centro-destra, che non dovrebbe né cancellare, né varare nuove riforme, faremo passi indietro rispetto agli altri paesi e perderemmo l’aggancio alla ripresa; se, infine, voterete per il Movimento 5 Stelle, che cancellerebbe le riforme già attuate, torneremo indietro, ovvero andremo a sbattere contro una nuova crisi.

Confindustria più brava a fare politica

Tuttavia, la stessa Confindustria promuove la legge di Stabilità per il 2018, sostenendo che essa appare favorevole alla crescita, in quanto coniugherebbe le ragioni dell’economia con quelle dei conti pubblici. Insomma, nessuna lamentela del fatto che il deficit fiscale non venga abbassato ormai dal 2012, essendosi solo di poco ridotto grazie ai minori interessi pagati dal Tesoro sul debito pubblico in scadenza, conseguenza della politica monetaria espansiva della BCE. Nessuna critica all’impostazione della politica fiscale degli ultimi anni fondata su bonus a pioggia, il cui impatto sulla crescita è pressoché nullo, ma non sui conti pubblici, drenando miliardi di risorse che sarebbero state utilizzabili in altro modo, facendo rimanere il rapporto debito/pil nei pressi del 130% persino tra due anni, secondo le stime di Confindustria di un 129,6% nel 2019.

E allora, qui il vero tema non sembra nemmeno più di quanto crescerà l’Italia l’anno prossimo o tra due anni (le stime italiane sono state storicamente molto inesatte), bensì quale credibilità abbiano gli uffici studi di organismi così rinomati, ma che si sono mostrati molto politicizzati nelle loro conclusioni anche recenti. Del resto, parliamo della stessa Confindustria a capo di quel Sole 24 Ore, che nel tardo novembre del 2011 scriveva in prima pagina “Fate presto”, invocando il varo imminente del governo tecnico per “salvare l’Italia”, quando il direttore di allora, Roberto Napoletano, qualche giorno fa, tornando su quell’articolo, ha avuto l’impudenza di dichiarare che non vi fosse alcun sostegno a un esecutivo a guida Mario Monti. Per la cronaca, il quotidiano è finito nei guai nell’ultimo anno, a causa di presunti magheggi nel conteggio degli abbonamenti “gonfiati” e di recente ha dovuto ricapitalizzarsi per una cinquantina di milioni, onde evitare di portare i libri in tribunale. Il suo azionista di riferimento non si mostra molto bravo a gestire, ma molto di più a pontificare. (Leggi anche: La crisi de Il Sole 24 Ore segna la caduta di Confindustria e Boccia)

 

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