Condono fiscale e tasse, Salvini concede troppo ai 5 Stelle e per il governo è una cattiva notizia

Matteo Salvini sta concedendo troppo a Luigi Di Maio sulla manovra di bilancio, ecco perché e quando passerà all'incasso, secondo i piani del leghista.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Matteo Salvini sta concedendo troppo a Luigi Di Maio sulla manovra di bilancio, ecco perché e quando passerà all'incasso, secondo i piani del leghista.

La tensione tra Lega e Movimento 5 Stelle sulla manovra di bilancio si è fatta palpabile negli ultimi giorni, specie con le critiche sempre meno velate da parte della fronda “grillina” in Parlamento, che accusa il vice-premier Luigi Di Maio di atteggiamento troppo cedevole nei confronti di Matteo Salvini, l’altro numero due del governo e percepito dalla maggioranza degli italiani quale vero detentore del potere politico a Roma in questa fase, di certo l’unico realmente capace di incidere sull’esecutivo. A preoccupare i pentastellati sono i sondaggi: M5S giù, forse già sotto il 30%, mentre il Carroccio avanza e sarebbe arrivato fino al 33%. Se il consenso per il governo Conte resta complessivamente inalterato, è il travaso tra i due partiti della maggioranza a impensierire base e parlamentari, perché di questo passo Salvini i grillini rischia di mangiarseli a colazione.

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Eppure, leggendo la manovra, di leghista troviamo davvero ben poco. A parte il taglio delle imposte per le partite IVA al 15% fino a 65.000 euro lordi annui e al 20% sopra tale soglia, nulla che possa rimandarci con la mente a una battaglia significativa della Lega. E questo stesso provvedimento costa spiccioli allo stato, mediamente intorno al miliardo all’anno, quando solo il reddito di cittadinanza di miliardi ne richiederà alle casse del Tesoro 10. Quanto alla revisione della legge Fornero, l’introduzione della quota 100 per andare prima in pensione avverrebbe tagliando gli assegni previdenziali in funzione dell’anticipo usufruito rispetto all’età ufficiale e la misura sarebbe ancora stata studiata per il solo 2019. Pertanto, Salvini non sta contribuendo con le sue proposte a far salire il deficit (e lo spread), nonostante venga additato insieme all’M5S come un irresponsabile fiscale, pur non portando a casa quasi alcuna misura favorevole alla propria base elettorale. Insomma, paga pegno dopo avere ricevuto quasi nulla.

E giovedì sera, il vertice tra Lega e 5 Stelle ha smontato un’altra proposta clou di Salvini: il condono fiscale. La base pentastellata sta ribollendo sulla prospettiva di avallare lo stralcio delle cartelle non pagate dai contribuenti. L’M5S passerebbe come un connivente dei grandi evasori. Per rimediare, il ministro dell’Interno ha accettato di limitare il condono ai soli redditi già dichiarati, per cui viene meno la possibilità di presentare una dichiarazione integrativa in relazione ai 5 anni precedenti e fino a una regolarizzazione massima di 100.000 euro, versando al Fisco il 20% di quanto dovuto. Resta in piedi solo la possibilità di pagare in 5 rate da luglio a novembre e senza interessi. Inoltre, niente carcere per gli evasori, come era stato sollecitato dai 5 Stelle. Poco, pochissimo per un partito come la Lega, che pure ha portato a casa il decreto sicurezza, principalmente per contrastare l’immigrazione irregolare.

Perché Salvini sta cedendo troppo sulla manovra

Se qualcuno ha ceduto, questo è Salvini, non Di Maio. Quando la manovra verrà approvata dal Parlamento, saranno i grillini a potere cantare vittoria, incassando la madre di tutte le loro promesse: il reddito di cittadinanza. Non solo, perché giovedì sempre Salvini ha dato l’ok alla possibilità per la Guardia di Finanza di accedere ai conti bancari senza richiedere prima l’autorizzazione della magistratura. Insomma, lo spionaggio dei conti correnti sarà completo, portando a termine misure nate con il governo Monti e rafforzate negli anni del PD. Davvero gli elettori della Lega, da nord a sud, potranno dirsi soddisfatti? Certo che no. Ma Salvini non è uno sprovveduto e se ha concesso praticamente tutto agli alleati di governo, una ragione ci sarà. Quale? Minimizzare i casi di frizione nella maggioranza per fare arrivare il governo almeno fino alle elezioni europee.

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L’obiettivo minimo del leader leghista resta il rinnovo dell’Europarlamento, confidando che per allora Forza Italia rimanga debolissima o si sfarini persino ulteriormente e che la Lega possa puntare a un risultato clamorosamente elevato, tale da cogliere ogni pretesto per staccare la spina al governo e ottenere elezioni anticipate, presentandosi da sola o alleata semmai di un’altra lista “sovranista”, quella che Fratelli d’Italia avrebbe in mente di mettere su insieme ad altre piccole formazioni del centro-destra e delle quali farebbero parte Raffaele Fitto, Vittorio Sgarbi, Magdi Allam, Giulio Tremonti, nonché i delusi di Forza Italia, tra cui il governatore ligure Giovanni Toti. Se questa lista di sostegno riuscisse non solo a superare lo sbarramento del 4% alle europee, ma pure a riscuotere un discreto successo, Salvini avrebbe quasi tutte le carte in regola per cercare lo scontro con i grillini e far precipitare l’Italia verso nuove elezioni. A quel punto, si presenterebbe agli italiani come il volto autorevole e rassicurante contro un M5S mal visto in Europa e inaffidabile nella gestione dell’economia. Bruxelles, che nel frattempo egli auspica sia retta da una Commissione d’impronta sovranista, lo benedirebbe.

Dunque, stando a questa lettura, Salvini non solo eviterebbe ogni tipo di scontro con i grillini, ma conserverebbe le cartucce più cariche per quando a governare sarà lui senza interposta persona. Nel frattempo, il suo avallo al reddito di cittadinanza lo renderebbe più gradito al sud, dove i consensi sarebbero già stimabili nell’ordine di un 20%. Tanti, ma non abbastanza per potere ambire a conquistare la maggioranza dei seggi senza Forza Italia o correndo semmai solo con il listone di Giorgia Meloni. Tutto qua sta il delicato equilibrio su cui si regge la linea leghista in questi mesi: ampliare i consensi tra le fasce e nelle aree in cui ancora devono e possono migliorare, senza metterli a rischio nelle roccheforti, ossia al nord. Di fatto, sui temi cari agli elettori settentrionali, come le infrastrutture (vedi TAV) e la sicurezza, la Lega non mostra di cedere, pur mostrandosi accomodante nel linguaggio. Non è un caso che sul piano istituzionale si siano invertiti i ruoli rispetto a come era nata la legislatura solo a giugno: filo diretto tra Quirinale e sottosegretario leghista alla Presidenza del consiglio, Giancarlo Giorgetti, non più tra Sergio Mattarella e Luigi Di Maio o qualche altro grillino di peso. Da qui, la famosa “manina” che interverrebbe di tanto in tanto a riscrivere i provvedimenti esitati dal Consiglio dei ministri nel tragitto tra Palazzo Chigi e il Colle. Le sue impronte sembrano portare al nord.

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Argomenti: Politica, Politica italiana