Concessioni statali, Mediaset ha paura della Lega e non manda in onda Renzi

Le TV di Berlusconi rischiano da una revisione delle concessioni statali. E adesso Mediaset teme di finire nel mirino del governo penta-leghista, anche se già strizza l'occhio al vice-premier Salvini.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le TV di Berlusconi rischiano da una revisione delle concessioni statali. E adesso Mediaset teme di finire nel mirino del governo penta-leghista, anche se già strizza l'occhio al vice-premier Salvini.

Il crollo del Ponte Morandi a Genova ha fatto saltare certi schemi consolidati nella Seconda Repubblica, tanto che ieri, reagendo a giorni di insulti e invettive ricevuti a mezzo social e stampa, il segretario del PD, Maurizio Martina, ha aperto all’ipotesi di nazionalizzare nuovamente la gestione della rete autostradale. Ma le parole più incisive sul tema delle concessioni statali sono arrivate dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il leghista Giancarlo Giorgetti, da molti considerato il vero “dominus” del governo Conte. Egli ha sostenuto la necessità di rivedere l’insieme delle centinaia di concessioni dello stato ai privati, pur non mostrandosi convinto dell’ipotesi di far tornare in capo allo stato la gestione delle autostrade.

Il tonfo di Mediaset per la paura di Di Maio-Salvini: per Berlusconi la pacchia è finita?

Un brivido avrà attraversato la schiena dei dirigenti Mediaset, che ad oggi paiono tra i principali beneficiari delle concessioni riguardanti le frequenze televisive. Se non sono mai mancate le polemiche sul basso costo sostenuto dagli operatori per sfruttare tali frequenze su cui trasmettere contenuti, negli ultimi anni si sono aggiunte nuove ragioni di lamentela. Nel 2014, l’Autorità Garante per le Comunicazioni ha votato a maggioranza la fissazione di nuovi criteri per il pagamento delle concessioni. Mentre prima ogni operatore era tenuto a versare allo stato l’1% del fatturato ottenuto grazie all’uso delle frequenze, prendendo atto del riordino della materia sotto il governo Monti, seguito al passaggio al digitale terrestre, l’authority ha legato i pagamenti al numero delle frequenze possedute e alla qualità del servizio, con il risultato che Rai e Mediaset fino ad allora pagavano in tutto 50 milioni all’anno e adesso se la caverebbero con una ventina di milioni.

Cosa significherebbero le parole di Giorgetti per Mediaset? Potenzialmente, tutto e niente. Se si trattasse solo di aumentare il costo a carico degli operatori, tutto sommato Cologno Monzese se la caverebbe sborsando qualche milione di euro in più all’anno, purché l’aggravio non fosse eccessivo. Il rischio, invece, è che la Lega di Matteo Salvini inizi a prendere di mira le reti Mediaset, nel caso in cui il suo proprietario Silvio Berlusconi continui a mostrarsi ostile al governo Conte. Una delle querelle in corso tra gruppi televisivi (Mediaset e La7) e stato riguarda la cosiddetta “banda 700 Mhz”. Le frequenze che vanno da 694 a 790 Mhz saranno messe all’asta su decisione del precedente governo Gentiloni, così come sta accadendo nel resto d’Europa, al fine di liberare spazio per gli operatori radiomobili in favore del 5G.

La paura di Mediaset e il “no” a Renzi

L’asta dovrebbe tenersi dal mese prossimo e fruttare allo stato 2,5 miliardi di euro. Tuttavia, il governo Gentiloni aveva stanziato 747 milioni in favore degli operatori “espropriati”, al contempo stabilendo che la liberazione di queste frequenze dovrà avvenire a partire dal gennaio 2020 e fino al 30 giugno 2022. Non solo, ma gli operatori nazionali saranno obbligati a ospitare presso le proprie frequenze alcune reti locali private delle frequenze. Su queste decisioni pende il ricorso al Tar di Mediaset e La 7. Se il giudice amministrativo desse loro ragione, salterebbe l’assegnazione e addio per il momento ai relativi introiti.

Ma la partita più delicata per la famiglia Berlusconi riguarderebbe la pubblicità. Il ministro dello Sviluppo, Luigi Di Maio, vorrebbe imporre un tetto del 10% del fatturato su quello dell’intero mercato domestico per ciascuna rete e/o abbassare l’affollamento pubblicitario. In questo modo, ad essere colpita sarebbe la rete ammiraglia del Biscione, ovvero Canale 5. Complicato, almeno nel breve periodo, spostare uno spot, a parità di entrate, da una rete all’altra, essendo diversi il target e lo share. In pratica, una simile decisione porterebbe Mediaset a perdere centinaia di milioni di ricavi pubblicitari. Per non parlare di un’ipotesi persino più radicale, ovvero quella di costringere il gruppo televisivo a cedere una o più delle sue principali frequenze, come quella occupata da Rete 4. Se ne parla da decenni e sinora, avvalendosi anche della copertura politica garantita dai suoi governi e da quelli avversari, Berlusconi se l’è sempre cavata. E se, invece, il governo privatizzasse Rai 3? In quel caso, l’equilibrio su cui si fonda il duopolio si sgretolerebbe e la pressione su Cologno Monzese per cedere parte delle sue frequenze si farebbe più forte.

In questa ottica dovremmo inquadrare la lite tra Forza Italia e Lega sul nome di Marcello Foa come presidente della TV di stato. A Berlusconi serve una moneta di scambio da utilizzare per dissuadere l’alleato sempre più indipendente dal compiere o appoggiare azioni negative per Mediaset. E ieri è arrivata la notizia che l’ex premier Matteo Renzi, assistito dall’agente Lucio Presta, non trasmetterà su Rete 4 i documentari girati sulla città di Firenze. L’accordo con Mediaset sembrava alla portata, ma evidentemente avranno avuto il loro effetto le proteste di Salvini, in parte persino pubbliche, che dietro all’operazione aveva fiutato il risorgere di un nuovo Patto del Nazareno. Perché il Cavaliere ha voluto accontentare il leader leghista? Semplice, per non indispettirlo ulteriormente. Per la prima volta dopo 35 anni, al governo vi sono forze politiche che non rispondono più alle logiche del “do ut des” su cui è stato prima creato e successivamente difeso con mani e unghie l’impero berlusconiano. E i fronti per attaccarlo sono diversi, come segnala quel -16% accusato dalle azioni Mediaset da inizio anno, a fronte di un molto più contenuto -5% di Piazza Affari. Serve cautela!

Nomine Rai, Salvini non molla Foa e Berlusconi cederà a vantaggio di Mediaset

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Argomenti: Economia Italia, Politica, Politica italiana, Servizi pubblici