Con l’euro la Germania batte l’Italia 100 a 1, ecco la prova

I dati sulle partite correnti dimostrano che la Germania avrebbe beneficiato quasi da sola dell'euro, tanto da riportare risultati migliori di quelli italiani di 100 volte, quando le cose stavano diversamente prima del 2002.

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I dati sulle partite correnti dimostrano che la Germania avrebbe beneficiato quasi da sola dell'euro, tanto da riportare risultati migliori di quelli italiani di 100 volte, quando le cose stavano diversamente prima del 2002.

Da quando è esplosa la crisi del debito nel 2011, in Italia ha iniziato ad attecchire il dibattito intorno alla bontà dell’euro, fino ad allora mai messa in discussione seriamente da nessun economista, oltre che da nessun politico. E’ indubbio come alcuni benefici della moneta unica siano stati concreti per la nostra economia e paradossalmente, alla luce di quanto accaduto negli ultimi anni, il più avvertibile riguarda proprio il nostro debito pubblico, che grazie al fatto di venire emesso in euro, ha potuto godere sin dall’adesione al progetto della moneta unica ad oggi di un minore costo di rifinanziamento, tanto che nell’agosto del 2005 si è arrivati sostanzialmente ad avere rendimenti pressoché uguali tra BTp e Bund a 10 anni.

Persino durante la fase più acuta della crisi dell’euro, ovvero tra la fine del 2011 e l’estate del 2012, i rendimenti sovrani dell’Italia risultavano in valore assoluto più bassi di quelli pre-euro. Ma se passiamo ad analizzare un altro dato saliente per valutare lo stato di salute di un’economia, il discorso cambia e ancora bruscamente. Parliamo delle partite correnti, che sono la sintesi di quanti beni, servizi un paese esporta, al netto delle importazioni, oltre che di quanti capitali riesce ad attirare dall’estero, al netto di quelli che defluiscono. Proprio oggi, commentando i dati tedeschi, l’ex commissario alla spending review, Luca Cottarelli, tornato a fare il funzionario del Fondo Monetario Internazionale (FMI), in dissenso con la gestione della spesa pubblica da parte del governo Renzi, si è mostrato pessimista sulla possibilità che l’Eurozona ritorni ai tassi di crescita pre-crisi (oltre che l’economia globale), in considerazione anche del fatto che la Germania registri un surplus record delle partite correnti all’8% del pil.      

L’inversione di tendenza di Italia e Germania con l’euro

In sostanza, l’economia tedesca è fin troppo in buona salute, tanto da esportare all’estero beni, servizi e capitali molto più di quanti ne importi. Eppure, non è sempre stata una caratteristica della Germania, anzi.

Leggendo i dati sulla sua bilancia dei pagamenti, infatti, si scopre che nel decennio precedente all’entrata in vigore dell’euro, aveva sempre chiuso ogni esercizio in rosso, segnalando una scarsa competitività della sua economia. Potrà essere un caso, ma il suo saldo corrente si tramuta in attivo dal 2002 in poi, anno di ingresso materiale dell’euro nelle tasche dei cittadini dell’Eurozona, allora composta da 12 paesi e oggi salita a 19 membri. I calcoli sono chiarissimi: negli ultimi 14 anni, ovvero dal gennaio del 2002 al novembre del 2015 (ultimo dato disponibile), la Germania ha accumulato un surplus corrente di quasi 2.000 miliardi di euro, per l’esattezza di 1.967 miliardi. Vi chiederete come siano andate le cose in Italia. Anche in questo caso, abbiamo una sorpresa, ma amara: nel decennio precedente all’entrata in vigore dell’euro, la nostra economia aveva chiuso con un saldo corrente passivo solamente 2 volte e agli inizi degli anni Novanta, in coincidenza con i deflussi dei capitali scattati con l’attacco speculativo della lira prima e della crisi economico-finanziaria dopo. Ma dal 1993 aveva sempre registrato un avanzo corrente, segnalando di essere in grado complessivamente di esportare beni, servizi e capitali in misura maggiore di quanti ne importasse. E cosa succede con l’euro? In ben 8 anni su 14, la nostra bilancia dei pagamenti chiude con il segno meno. Può apparire paradossale, ma solo con l’ultima recessione le cose sono migliorate, in quanto la crisi ha indotto gli italiani a importare meno beni dall’estero, facendo registrare un surplus delle partite correnti. Ma il saldo complessivo è imbarazzante: dal 2002 alla fine del 2015, ha segnato un attivo di appena 19 miliardi di euro, meno dell’1% di quello tedesco.        

Esportazioni Germania uniche vere beneficiarie

Nel resto dell’Eurozona, le cose non sembrano essere andate meglio, perché al netto del surplus della Germania, il saldo corrente sarebbe stato negativo per quasi l’intero periodo esaminato. In pratica, la Germania ha esportato di più con l’euro, mentre il bilancio per gli altri paesi è nel complesso negativo.

Il dato del 2015 è anch’esso emblematico: a fronte di un avanzo corrente in tutta l’area di 304 miliardi di euro, la sola Germania rappresenta i 3 quarti con il suo attivo da 224,7 miliardi. Che cosa significa? Che l’economia tedesca assorbe quasi per intero il beneficio della ripresa dell’export e dell’attrattività dei capitali nell’area. Ovviamente, essere efficienti non è una colpa, anche perché nessuno ha puntato la pistola alla tempia ad alcun governo, perché facesse parte dell’euro. Resta il fatto che il Trattato di Maastricht avesse previsto una clausola, secondo la quale un paese con un avanzo corrente mediamente superiore al 6% del suo pil per 3 anni consecutivi o con un deficit corrente maggiore del 4% del suo pil sarebbe tenuto a porre rimedio allo squilibrio, essendo altrimenti passibile di sanzioni da parte della UE, come per i casi di infrazione per deficit eccessivo. Ebbene, la Germania registra questi sforamenti da almeno 6-7 anni, senza che la Commissione sia intervenuta mai seriamente. E il problema è che si scadrebbe nel ridicolo, se s’imponesse a Berlino di fare debiti o di essere meno efficiente per sostenere le altre economie dell’Eurozona, attraverso le conseguenti maggiori importazioni di beni e servizi. Nessuno può pretendere che un’economia si auto-danneggi per fare un piacere alle altre. Resta lo squilibrio e appare chiaro come la moneta unica abbia ribaltato i destini non forse ineluttabili dei suoi membri.  

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