I nuovi stimoli di Draghi sono il via alla guerra valutaria

I nuovi stimoli BCE apriranno le danze tra le banche centrali per esportare deflazione altrove. Siamo al nuovo capitolo della guerra valutaria.

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I nuovi stimoli BCE apriranno le danze tra le banche centrali per esportare deflazione altrove. Siamo al nuovo capitolo della guerra valutaria.

I mercati festeggiano da ieri l’arrivo di nuovi stimoli monetari promessi ieri dal governatore della BCE, Mario Draghi, al termine della riunione del board a Malta. Lo spread BTp-Bund si aggira stamane a 95 punti base e i rendimenti decennali dei nostri titoli di stato sono scesi all’1,42%. Per trovare un differenziale così basso bisogna tornare indietro a 7 mesi fa, esattamente alla prima settimana di attuazione del “quantitative easing”, mentre è da fine aprile che i nostri rendimenti sovrani non sono così bassi.

E il cambio euro-dollaro è sceso poco sopra 1,11, il livello più basso da oltre un mese. Nel frattempo, le borse europee (e non solo) corrono. Tutti questi elementi sono un indizio chiaro che il mercato crede al varo di un nuovo round del QE. Con le sue parole, Draghi ha colpito nel segno. Ieri, ha dichiarato che i rendimenti sovrani potrebbero salire e l’euro apprezzarsi e che condizioni finanziarie più restrittive, unitamente a shock esterni, potrebbero provocare rischi al ribasso per i prezzi.

Obiettivo reale: cambio più debole

Pur ribadendo che la BCE non abbia come obiettivo il tasso di cambio, ha spiegato, però, che esso è determinante per la stabilità dei prezzi e la crescita, in sostanza, che Francoforte non vuole un euro più forte. Più esplicito di così non poteva essere. Non è casuale che lo sia stato ieri e non in precedenti riunioni dell’istituto. Quest’ultimo board è arrivato, infatti, dopo che a settembre l’inflazione nell’Eurozona è tornata negativa per la prima volta dal marzo scorso, mese di inizio di attuazione del QE. E dopo che la Federal Reserve ha mancato per la 55-esima volta consecutiva di aumentare i tassi USA, indisponendo la gran parte delle banche centrali dei paesi avanzati del pianeta. La promessa di nuovi stimoli, che saranno varati solo con stime aggiornate sul pil e l’inflazione nell’Eurozona a dicembre, rappresentano una risposta all’ atteggiamento più accomodante delle attese della Fed. Sono una minaccia di guerra valutaria al tentativo palese del governatore Janet Yellen di indebolire il dollaro, allontanando l’avvio della stretta monetaria.

E’ come se nelle scorse ore, Draghi avesse detto alla collega: “tu fai la furba con me e io te la faccio pagare”.  

La Fed potrebbe posticipare di molto la stretta

Giocando d’anticipo, che la Fed alzi o meno i tassi entro fine anno, la BCE si sarà assicurata, almeno così pare, un euro più debole per i prossimi mesi contro il dollaro, cosa che dovrebbe stimolare i prezzi al consumo, seppur non subito. Anziché tendere verso quota 1,15, il cambio euro-dollaro dovrebbe ora virare verso 1,10 o anche al di sotto di tale soglia, nel caso di un rialzo dei tassi USA. D’altra parte, la sbornia sui mercati cederà il passo presto alla presa d’atto che gli stimoli sin qui varati non hanno centrato l’obiettivo e che la stessa BCE si aspetti un peggioramento delle stime macroeconomiche sull’area. Se consideriamo che la crescita del pil era già intorno alla metà di quella americana e che l’inflazione era prevista debole fino al 2017, lo scenario a cui potremmo assistere a breve termine potrebbe anche essere lo scivolamento dell’economia europea verso la stagnazione da un lato e la deflazione dall’altro. Se il rallentamento delle economie emergenti, poi, fosse superiore al temuto, non potremmo nemmeno escludere una nuova recessione.

Guerra valutaria anche con altri istituti

Poiché la Fed a sua volta vorrà evitare un apprezzamento ulteriore del dollaro contro le principali valute, potrebbe decidere di rinviare la stretta al 2016 o di prendersi anche tutto l’anno prossimo, prima di agire. Da mesi, poi, c’è chi ipotizza negli USA che l’istituto varerà presto un QE4. Se così fosse, sarebbe la rappresentazione plastica della guerra valutaria in corso tra le maggiori economie mondiali, che non riguarda solo gli USA e l’Eurozona. Attendiamoci novità anche dalla Riksbank, già sotto pressione per le minacce deflazionistiche in Svezia, nonché dalla SNB elvetica per indebolire il franco svizzero.

 

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