Con i Cir torneremo ad essere i BoT people di un tempo, padroni assoluti del nostro debito?

Il debutto dei Cir avverrà volutamente in sordina, ma nel caso di successo sarebbe guerra a tutto campo da parte del governo contro la speculazione finanziaria.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il debutto dei Cir avverrà volutamente in sordina, ma nel caso di successo sarebbe guerra a tutto campo da parte del governo contro la speculazione finanziaria.

Un attimo prima che crollasse la Prima Repubblica, il 54% del debito pubblico italiano risultava in possesso delle famiglie e solo il 7% degli investitori stranieri. Nel 2010, all’apice del successo dei nostri titoli di stato all’estero, ben il 52% del debito tricolore veniva posseduto da soggetti stranieri, percentuale scesa oggi al 33%, compresa la quota di circa 100 miliardi in capo alla BCE, al netto della quale sarebbe inferiore al 30%. Resta il fatto che appena il 6% dello stock da 2.300 miliardi si trova oggi custodito nei cassetti delle case italiane in forma di certificati del Tesoro. In valore assoluto, in circa un quarto di secolo è crollato di 300 miliardi il risparmio investito dagli italiani in BoT e BTp, nonostante nel frattempo il nostro debito pubblico sia cresciuto di quasi 1.500 miliardi. Se agli inizi degli anni Novanta incideva ancora per il 45% del pil, adesso non si va oltre l’8%, conseguenza certamente sia del crollo dei rendimenti offerti in termini sia nominali che reali (le scadenze medio-brevi non coprono nemmeno l’inflazione), sia della crescente diversificazione dei portafogli da parte degli italiani.

La verità scomoda per l’Europa sul debito pubblico italiano, esploso per salvare l’Occidente

In realtà, i dati possono essere fuorvianti, se si considera che in meno di un decennio, gli investimenti realizzati dalle famiglie in fondi sono letteralmente esplosi per quasi 400 miliardi, attestandosi alla fine dello scorso anno a quota 537 miliardi. Parte degli assets di questi fondi risultano investiti proprio in BTp, per cui indirettamente molte famiglie di fatto posseggono titoli di stato italiani senza nemmeno saperlo. Ad ogni modo, è certo che non siamo più agli anni Novanta, com’è vero che nelle classifiche musicali non troviamo più “Hanno ucciso l’uomo ragno” e che l’era dei cosiddetti “BoT people” sembra un lontano ricordo.

Il lancio imminente dei Cir

Eppure, il vintage torna sempre di moda e il governo Conte sta cercando di recuperare lo spirito inconsapevolmente patriota di un tempo, quando le famiglie ogni anno sorridevano a 32 denti all’atto dello stacco delle cedole del Tesoro, il quale a sua volta continuava a indebitarsi come non vi fosse un domani. Tutti sembravano contenti, fino a quando il sogno non fu interrotto bruscamente dalla matematica. L’ambizione della maggioranza giallo-verde non sembra di tornare esattamente a quell’era, quanto di tendervi. L’obiettivo è noto da mesi: sganciare l’Italia dalla morsa della speculazione internazionale, internalizzando il suo debito monstre. In altre parole, se soggetti italiani possedessero la quasi totalità dei BTp, lo spread farebbe molta meno paura, perché i residenti notoriamente sono creditori più stabili, meno umorali. E se le banche sembrano essere arrivate al limite delle loro possibilità, possedendo già sui 365 miliardi di titoli del debito tricolore, è ai risparmiatori individuali che bisogna rivolgersi.

Per questo, nel 2019 debutterebbero i Cir, acronimo per Conti individuali di risparmio. Sono titoli di stato a tassazione zero, che consentirebbero al possessore di usufruire di un credito d’imposta fino al 3,5% (0,5% per i titoli vincolati fino ai 12 mesi) e con commissioni di gestione per le banche dell’ammontare massimo dello 0,15% rispetto al capitale investito. Gli investimenti possono arrivare dai 30.000 ai 900.000 euro, a seconda della tipologia dei Cir prescelti (dovrebbero esservene 4) e con un limite deducibile di 3.000 euro pro-capite (690 euro di Irpef in meno massima in un anno). Saranno un successo? Probabilmente, sì. E per il semplice fatto che il governo vorrebbe limitarne le emissioni a soli 15 miliardi di euro all’anno. Considerando che tra depositi vincolati, a vista e contanti, si stimi che le famiglie italiane deterrebbero sui 1.370 miliardi, basterebbe che poco più dell’1% di questa liquidità venisse fatta confluire sui Cir per assicurarne un debutto coi fiocchi.

Tuttavia, da qui a pensare di tornare agli anni d’oro dei BoT people ne corre. Non solo le emissioni attese incideranno per appena il 4% o poco più di quelle totali nel prossimo triennio, ma oltre tutto si rischia di rimpiazzare i titoli già circolanti con i Cir, questi ultimi più appetibili sul fronte fiscale, nonché impignorabili e insequestrabili. A temere di più sono le nostre banche – e non è un caso che il governo annunci obiettivi molto prudenti – perché se le famiglie iniziassero a vendere BTp classici per i Cir, il valore di mercato dei primi scenderebbe, per cui gli istituti sarebbero costrette o a mantenere a bilancio i bond fino alla scadenza o a rivenderli prima subendo una potenziale perdita. Ricordiamo, infatti, che gli investitori istituzionali potrebbero solo piazzare i Cir ai clienti individuali, non anche possederli o acquistarli all’atto della loro emissione, essendo riservati ai risparmiatori. A dire il vero, le banche potrebbero approfittare del rialzo dei rendimenti per liberarsi gradualmente dei bond e rivenderli ai clienti, alleggerendo i propri portafogli e allentando la dipendenza dal debito sovrano.

Ecco perché i Cir non risolvono il problema debito pubblico, ma offrono vantaggi ai risparmiatori

Torneremo ad essere BoT people?

Sul piano dei grandi numeri, il travaso di bond da banche e investitori stranieri a famiglie potrà avvenire solo nel caso in cui i Cir fossero potenziati al massimo, resi strumenti del tutto appetibili anche sotto il profilo del rendimento. Tuttavia, due le conseguenze potenzialmente negative per l’Italia: più soldi investiti nei titoli “patrioti” significano minori investimenti in altri comparti (azionario, obbligazionario, fondi e conti bancari), per cui verrebbero drenate risorse dal settore privato; inoltre, non è credibile che le famiglie italiane finanzino in massa lo stato a lungo termine, trattandosi di titoli che perderebbero i loro benefici nel caso in cui non fossero mantenuti fino alla scadenza. Non a caso, quando i risparmiatori domestici possedevano oltre la metà del debito, la vita residua di questo era di appena 2,5 anni contro gli attuali 6,9. In altre parole, un pur graduale ritorno all’era dei BoT people frenerebbe o ci farebbe persino compiere passi indietro sul piano del consolidamento del debito, quando ci servirebbe più che mai allungare di molto le scadenze medie, in modo da minimizzare la dipendenza dagli umori dei mercati nel breve termine.

Vero è anche, però, che se per ipotesi estrema le famiglie italiane tornassero a detenere la maggioranza assoluta del debito, le nostre banche potrebbero liberarsi di qualche centinaio di miliardi di BTp, aumentando le risorse investibili in favore di famiglie e imprese, per cui non sarebbe del tutto scontato un esito complessivamente spiazzante per il settore privato, sebbene il rischio esista ed è alto. In conclusione, i Cir debutteranno probabilmente in sordina per volontà espressa dello stato, che li sfrutterà per testare la reazione delle famiglie. Se fosse come da auspicio, le emissioni potrebbero incrementare di anno in anno e la “nazionalizzazione” del debito pubblico diverrebbe un “sogno” molto più alla portata. In fondo, le stiamo davvero provando tutte per cercare di renderci più autonomi possibile dalla speculazione. E finito il QE della BCE, dovranno essere i milioni di risparmiatori italiani a mettere mano al portafoglio per salvare i conti pubblici. Del resto, siamo la nazione che consegnò l’oro alla patria per vincere la guerra. Allora era contro l’Eritrea, oggi contro gli speculatori finanziari.

Perché troppo debito pubblico in mani italiane frena la crescita economica

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: bond sovrani, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Italia, rendimenti bond, Spread