Commissione europea a rischio, cambio di presidenza non escluso: si scalda un altro tedesco

La Commissione europea rischia di essere bocciata dall'Europarlamento e il voto di fiducia a Strasburgo slitta. La presidenza è più in dubbio che mai sulle tensioni tra Francia e Germania. Un altro tedesco prenderebbe il posto di Ursula von der Leyen.

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La Commissione europea rischia di essere bocciata dall'Europarlamento e il voto di fiducia a Strasburgo slitta. La presidenza è più in dubbio che mai sulle tensioni tra Francia e Germania. Un altro tedesco prenderebbe il posto di Ursula von der Leyen.

E se Ursula von der Leyen non riuscisse a diventare presidente della Commissione europea, bocciata in extremis dall’Europarlamento? L’ipotesi tutt’altro che fanta-politica prenderebbe piede dopo che la candidata francese a commissario Sylvie Goulard è stata clamorosamente bocciata a larga maggioranza, mandando il presidente Emmanuel Macron su tutte le furie.

Una parte consistente di Renew Europe, il nuovo nome dei liberali a Strasburgo al posto del vecchio Alde, ha messo in discussione la capacità della tedesca di reggere i fili della maggioranza che la sostiene, composta da loro, popolari e socialisti. E se dalla cancelleria di Berlino trapela l’impazienza di Angela Merkel nel vedere formata e approvata la nuova squadra di governo dell’Unione Europea, da Parigi arriva una brusca frenata.

Oltre alla francese, bocciati anche i candidati di Ungheria e Bulgaria. In sé, nulla di irrituale, ma brucia il “no” alla pupilla dell’Eliseo, che sarebbe intenzionato a farla pagare ai popolari e, nei fatti, ai tedeschi. Si parla di un possibile voto contrario alla Commissione da parte dei liberali o della sola componente che fa capo a Macron, il che affosserebbe ugualmente la von der Leyen, vuoi perché non disporrebbe dei numeri per governare (a luglio passò per soli 9 voti di scarto, con il “sì” determinante dei 14 eurodeputati del Movimento 5 Stelle), vuoi anche perché sul piano politico non sarebbe sostenibile una presidenza senza l’assenso della Francia.

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Il ritorno di Weber?

A questo punto, il piano B sarebbe il piano A. Se la von der Leyen uscisse di scena, al suo posto verrebbe un altro tedesco, niente di meno che quel Manfred Weber a capo del PPE, lo “Spitzenkandidat” che avrebbe dovuto guidare la Commissione, secondo lo schema che vede essere nominato presidente il leader del partito che ottiene più seggi all’Europarlamento. Ma sul suo nome vi fu l’ostracismo della Francia, mal digerito dalla cancelliera. E da chi verrebbe votato stavolta? O Macron dà il suo assenso solamente per fare un dispetto alla presidente “in pectore” o al suo posto potrebbero arrivare i voti di parte di quel mondo “sovranista”, che ha fatto mancare il suo apporto alla von der Leyen, giudicata fautrice di una svolta a sinistra della Commissione.

Weber venne persino accusato dai socialisti in campagna elettorale di essere pronto a governare la UE con gli euro-scettici. In effetti, si vociferava che potesse accordarsi con lo stesso Matteo Salvini per spostare a destra l’asse dell’esecutivo. I numeri a consuntivo raccontano una storia più complicata, perché nessuna maggioranza sarebbe possibile senza i socialisti. E che i socialisti governino con la destra euro-scettica è escluso in partenza. Né i liberali sommerebbero i loro voti a quelli di formazioni come Lega, Rassemblement National, etc. A meno che la voglia di rivalsa di Macron non superi le divisioni ideologiche, cosa che è accaduta anche con l’attuale compagine, che vede schierati i grillini pro-gilet gialli assieme ai loro “nemici” francesi.

Certo, l’eventuale sostituzione in corsa avrebbe effetti politici rilevanti, al punto che determinerebbe una crisi politica europea evitata per un soffio a luglio solo dai “sì” (inconsapevoli) degli M5S. La verità è che la Commissione che sta per nascere si regge su basi fragilissime, su una pura sommatoria di voti e non su una comunione di intenti e una visione programmatica unitaria. I nodi sono arrivati al pettine ancor prima che la tedesca muovesse i primi passi da capo dell’esecutivo comunitario, svelando i dubbi iniziali sulla sua capacità di leadership e di mediazione, essendo nota in patria per la sua caratura politica assai modesta, una sorta di ombra della cancelliera, unica a cui deve la sua nomina. Troppo poco per essere sicura di farcela, specie se la sua mentore sia in declino politico e di consensi in Germania come all’estero.

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