Commercio mondiale così malato? Grande timore resta la guerra valutaria

Il rallentamento del commercio mondiale potrebbe essere meno preoccupante di quanto si pensi. Alcuni dati farebbero pensare a una ripresa, anche se restano i rischi di una guerra valutaria.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il rallentamento del commercio mondiale potrebbe essere meno preoccupante di quanto si pensi. Alcuni dati farebbero pensare a una ripresa, anche se restano i rischi di una guerra valutaria.

Mentre tutti gli analisti mondiali paventano il rischio di una caduta degli scambi commerciali, aggravata dall’eventuale ondata di protezionismo che sarebbe scatenata dalla presidenza Trump, alcuni segnali sembrano andare nella direzione opposta. Secondo l’Ufficio di Analisi della Politica Economica olandese, a novembre l’import-export sarebbe cresciuto in volume nel mondo del 2,8% rispetto a ottobre, l’incremento mensile maggiore dal settembre 2009, quando il pianeta si accingeva a uscire dalla recessione mondiale. Certo, su base trimestrale si sarebbe registrata una crescita molto meno entusiasmante, pari allo 0,5% e in rallentamento dal +0,7% del trimestre agosto-ottobre 2016, ma che il commercio mondiale potrebbe stare meno male di quanto si pensi lo suggerisce un altro paio di dati.

Partiamo dal Baltic Dry Index (BDI), un indicatore che misura i prezzi del trasporto di merci non liquide su navi e che di fatto esprime la vivacità degli interscambi commerciali. Ieri, si attestava a 714 punti, mostrando un rialzo annuo del 145%, anche se il confronto si ha con i minimi storici toccati nel febbraio del 2016 dall’indice. Rispetto al 18 gennaio scorso, segna un -25%, ma giustificato dall’ingresso del nuovo anno lunare in Cina, nel corso del quale le attività produttive sostanzialmente si fermano e l’import-export con il resto del mondo subisce una brusca decelerazione. Il segno meno è in perfetta linea con l’andamento del periodo nel triennio precedente, a conferma che sarebbe di natura transitoria, stagionale. (Leggi anche: Commercio mondiale: dottrina Trump è protezionismo o nuova globalizzazione?)

Si prevede un recupero dell’import-export su nave

Certo, preoccupa quel -43% segnato rispetto alla terza settimana di novembre, ma la più grande compagnia navale al mondo per il trasporto merci, l’olandese Maersk, ha appena pubblicato i dati della sua ultima trimestrale del 2016, rivelatasi deludente, tanto da mancare l’obiettivo di un utile d’esercizio atteso dagli analisti a 2,01 miliardi di dollari, fermandosi a 1,5 miliardi. Tuttavia, la stessa Maersk ha comunicato anche che nel corso dell’ultimo trimestre dello scorso anno, la domanda sarebbe cresciuta più dell’offerta per la prima volta dal primo trimestre del 2010, tanto da stimare un giro d’affari per il gruppo in aumento per il 2017 tra il 2% e il 4%, pari a un maggiore risultato per un miliardo.

La domanda di nuova capacità di trasporto navale avrebbe toccato i minimi e si attende una risalita degli ordini di costruzione di nuove navi, dopo che il settore ha accusato nei mesi scorsi un duro colpo con il fallimento della coreana Hanjin. (Leggi anche: Commercio mondiale: Trump potrebbe portargli fortuna, lo segnala il BDI)

Crollati in contratti in yuan

Forse non basta per dire che il commercio mondiale stia bene, anche perché la sua crescita risulta ormai dimezzata rispetto a quella del pil globale, un segnale preoccupante, ma che andrebbe valutato anche alla luce della già ampia globalizzazione economica raggiunta dal pianeta, rinvigorita negli ultimi 15 anni dall’ingresso della Cina nel WTO.

Il deprezzamento dello yuan (-6,6% contro il dollaro nel 2016) ha già stravolto i contratti tra Pechino e resto del pianeta. A dicembre, solamente l’11,5% degli scambi veniva regolato in valuta cinese, giù dal 28% di un anno prima e ai minimi dal settembre 2013. E’ l’effetto della previsione del mercato di un possibile ulteriore indebolimento dello yuan e dei controlli sui capitali, che hanno ridotto anche la liquidità sul mercato valutario. (Leggi anche: Cambio cinese ha toccato il fondo?)

Vero rischio è guerra valutaria

Detto ciò, il più grande pericolo per il commercio mondiale non sembra rappresentata da qualche misura tariffaria dell’amministrazione Trump (gli USA non sono nuovi al protezionismo, anche in piena era di globalizzazione), quanto la guerra valutaria in corso, denunciata non a torto dal presidente americano. Parliamo di Germania e Giappone, che sulla base dei rispettivi indici di cambio ponderati, avrebbero oggi monete al massimo grado di debolezza degli ultimi 20 anni contro le altre valute. In pratica, i cambi euro e yen risulterebbero distorti a favore dell’economia tedesca e di quella nipponica, che esportano a pieno ritmo.

Contrariamente a quello che pensa Trump, lo yuan non farebbe più parte della schiera delle valute manipolate dalle banche centrali, tanto che oggi risulterebbe apprezzato mediamente di circa il 25% rispetto a quando la Cina si affacciò nel commercio mondiale nel 2001. Vero è, però, che negli ultimi 5 anni, il dollaro si è apprezzato mediamente del 37% contro le altre valute, un trend che non farebbe bene all’import-export globale, visto che buona parte dei contratti viene regolato proprio nella divisa americana e non solo per l’acquisto di materie prime. Trump strombazza contro il super dollaro per ottenere una probabile riedizione dell’Accordo di Plaza del 1985, che allora funzionò e di fatto diede impulso alla globalizzazione economica e finanziaria. Sarà così anche stavolta? (Leggi anche: Svalutazione dollaro concordata come con Accordo di Plaza?)

 

 

 

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Argomenti: Altre economie, Economia Europa, Economia USA, Economie Asia, Presidenza Trump, Rallentamento dell'economia cinese

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