Commercio mondiale: dottrina Trump è protezionismo o nuova globalizzazione?

L'era Trump coincide con la fine della globalizzazione economica e l'inizio di una nuova forma di protezionismo? Vediamo meglio la dottrina del nuovo presidente USA.

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L'era Trump coincide con la fine della globalizzazione economica e l'inizio di una nuova forma di protezionismo? Vediamo meglio la dottrina del nuovo presidente USA.

Venerdì 20 gennaio, tra quanti presenzieranno alla cerimonia per l’inaugurazione della presidenza di Donald Trump, vi sarà l’ex ministro dell’Economia italiano, Giulio Tremonti, che invitato dal Partito Repubblicano americano ha definito la data “storica”, “la fine di un mondo”, quello della globalizzazione economica come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi e che affonda le sue radici, spiega l’ex braccio destro di Silvio Berlusconi, nel 1996, quando l’allora presidente Bill Clinton ottiene il secondo mandato. Il commercio mondiale non sarà come prima, allora?

Se dovessimo profetizzare come saranno i quattro anni di Trump sulla base della raffica di tweets inviati nelle ultime settimane e indirizzati a questa e quella impresa, questo o quel politico, ne otterremmo un quadro abbastanza chiaro da interpretare. Il presidente eletto ha confermato che costruirà un muro al confine con il Messico e che ne addosserà i costi al suo governo, minacciando dazi contro General Motors e Bmw per la loro intenzione di investire proprio in Messico. (Leggi anche: Guerra economica, Trump a Germania: dazi su Bmw)

Nuovo protezionismo?

Ha anche apertamente sfidato la Cina su un terreno abbastanza sensibile, quello del riconoscimento dell’indipendenza di Taiwan, accusando Pechino di manipolare il cambio tra yuan e dollaro e di “rubare” così lavoro agli americani.

Più in generale, la sua politica commerciale è rivolta a sostenere le esportazioni USA e a disincentivare le importazioni. Sembra una nuova era di protezionismo, esattamente il contrario di quanto sia avvenuto negli ultimi decenni nel pianeta con la globalizzazione, che implica apertura delle economie al commercio mondiale; politica propugnata proprio dall’America, che è stata una delle grandi beneficiarie di questa evoluzione.

(Leggi anche: Commercio mondiale, Trump potrebbe portargli fortuna)

 

 

 

 

Economia americana poco aperta al commercio mondiale

Quando parliamo dell’economia americana, però, tendiamo a commettere un errore di pregiudizio, ovvero a pensare che essa sia molto aperta agli scambi con il resto del mondo, mentre così non è. Il grado di apertura di un paese possiamo ottenerlo sommandone le esportazioni e le importazioni, rapportando il risultato al pil. Ebbene, nel 2015 gli USA hanno commerciato con il resto del pianeta per poco più di un quinto del loro pil.

A titolo di confronto, l’Italia mostra un grado di interscambio con l’estero per circa il 45% del suo pil, la Germania per circa i due terzi. Ciò è dato anche dall’abbondanza di materie prime e di risorse disponibili negli USA, il cui territorio è certamente molto vasto e in grado di produrre gran parte dei beni richiesti dai residenti. Il dato preoccupante, però, è che mediamente l’economia a stelle e strisce registra una bilancia commerciale in netto passivo, pari mediamente a 700 miliardi di dollari negli ultimi anni, ovvero circa il 4% del pil. (Leggi anche: Export Germania da record)

Gli americani esportano poco

Non è salutare che un’economia abbia un saldo commerciale costantemente negativo, perché è indice di un eccesso di consumi interni e/o di un cambio disfunzionale. Trump lega tale disavanzo cronico alla manipolazione del cambio di giganti come la Cina, che tenendo lo yuan disancorato dai fondamentali, continuerebbe ad esportare oltre quanto potrebbe alle reali condizioni di mercato.

Che la Cina non sia una vera economia di mercato lo dimostra anche quanto accaduto negli ultimi tempi con il settore siderurgico. Il paese asiatico produce circa la metà dell’acciaio dell’intero pianeta, ma nel 2014-2015 ha registrato un eccesso di offerta pari a un terzo dell’output. Anziché tagliare la produzione, le società pubbliche o sovvenzionate dallo stato hanno esportato i loro eccessi, mantenendo costanti i livelli offerti, ma facendo schiantare i prezzi internazionali. (Leggi anche: Crisi acciaio, Cina continua a inondare il mercato)

 

 

 

 

La dottrina Trump? Produci dove vendi

Un siffatto commercio mondiale non si regge in piedi, perché i giocatori non sono sottoposti alle stesse regole.

Sarebbe come pensare che un corridore con una palla al piede possa tenere una gara in condizioni di parità contro un altro corridore libero da pesi. E’ presto per parlare di dottrina Trump, ma se questa esistesse già, potremmo riassumerla con la seguente battuta: produci dove vendi.

Il presidente eletto intende far valere il peso dell’economia americana, che è pari al 23% del pil mondiale, rispetto a realtà giudicate scorrette, come la Cina, ma anche la Germania. Entrambe le economie, a suo avviso, beneficerebbero di un cambio debole. Nel complesso, Trump ritiene che i troppi vincoli alla produzione posti nelle economie sviluppate e i troppo pochi presenti in quelle emergenti abbiano creato una situazione sfavorevole alla produzione nelle prime. (Leggi anche: Dazi USA contro Germania, Trump minaccia ritorsioni sull’euro debole)

Come Trump vuole incentivare le esportazioni USA

Contrariamente alla sola deregulation di reaganiana memoria, però, egli ha in animo l’introduzione di una “border adjustment tax”, uno schema fiscale, per cui il costo dei beni importati non è detraibile dal reddito, mentre quello dei beni esportati sì. (La proposta è dello speaker alla Camera, il repubblicano Paul Ryan, ma il presidente l’ha stamattina definita “troppo complicata”, per cui resta da vedere quale sarà la sua linea). Esempio? L’impresa americana Alfa importa un’auto dalla Germania per 100 e la rivende negli USA per 150. Il suo profitto è pari a 50, immaginando l’assenza di altri costi, ma ad essere tassato sarebbe tutto 150, perché il costo di 100 relativo alle importazioni non sarebbe riconosciuto come detraibile.

Viceversa, se la stessa impresa Alfa costruisse in patria un’auto per un costo di 100 e la esportasse all’estero per 150, l’imposta graverebbe su 150 – 100 = 50. Lo schema a cui ambisce Trump, quindi, consiste in una palese volontà del nuovo presidente di riportare la produzione di beni e servizi negli USA, prendendo atto di quanto costante ed elevato sia il passivo commerciale.

Chiamatelo pure protezionismo, ma tant’è.

 

 

 

 

Ecco il “Make America great again”

“Produci dove vendi” avrà implicazioni molto più pregnanti forse sul piano psicologico, perché le multinazionali saranno probabilmente costrette a prendere atto di non potere continuare ad adottare una politica degli investimenti, per cui producono in un’area del mondo, mentre quella rimanente è intesa da loro solo come un puro mercato di consumo.

Non si tratta di combattere la globalizzazione, secondo la prospettiva di Trump, bensì di reagire a un commercio mondiale iniquo, in quanto basato su disparità normative e comportamentali degli stati, con l’introduzione di misure dalla finalità correttiva, che dovrebbero nelle intenzioni del nuovo presidente portare al ri-trasferimento di posti di lavoro verso la sua America. E’ quanto intendeva in campagna elettorale con “Make America great again”. (Leggi anche: Dazi USA, Trump propone 5% su tutte le importazioni)

 

 

 

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