Come un crollo di Wall Street porrebbe fine alla stretta sui tassi Fed negli USA

Il crollo di Wall Street mercoledì segnala potenziali rischi per l'economia americana e nella battaglia tra Casa Bianca e Federal Reserve, la prima ha adesso qualche freccia in più dalla sua.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il crollo di Wall Street mercoledì segnala potenziali rischi per l'economia americana e nella battaglia tra Casa Bianca e Federal Reserve, la prima ha adesso qualche freccia in più dalla sua.

Ha fatto impressione mercoledì sera il profondo rosso accusato in chiusura di seduta da tutti gli indici azionari a Wall Street, con il Dow Jones e l’S&P 500 ad avere chiuso le contrattazioni con un tonfo superiore al 3% e il Nasdaq a -4%. Ieri, i cali sono stati replicati, pur in misura inferiore. A preoccupare gli investitori hanno concorso diversi fattori: le tensioni commerciali USA-Cina, con la prospettiva che l’amministrazione Trump definisca Pechino “manipolatrice del cambio”, di fatto dichiarando guerra alle sue esportazioni più di quanto non abbia fatto sinora; il tonfo delle quotazioni del petrolio sul report settimanale di American Petroleum Institute, secondo cui le scorte commerciali negli USA sono cresciute di 9,75 milioni di barili in 7 giorni al venerdì scorso, ben al di sopra dei +2,62 milioni attesi dagli analisti; i timori per una stretta sui tassi da parte della Federal Reserve, conseguente all’ottimo stato di salute dell’economia americana, il cui tasso di disoccupazione è sceso al 3,7% a settembre – la percentuale più bassa dalla fine del 1969 – mentre l’inflazione viaggia ormai stabilmente sopra il 2% e la crescita del pil sta accelerando al 2,8% quest’anno, avendo raggiunto il 4,2% tendenziale nel secondo trimestre.

Dura la reazione del presidente Donald Trump, che dalla Pennsylvania, dove stava tenendo un comizio elettorale, ha dichiarato che “la Fed è uscita fuori di testa” sui tassi, mostrandosi “troppo restrittiva”, pur “non esistendo un problema di inflazione”. Funzionari dell’istituto e Fondo Monetario Internazionale hanno subito fatto quadrato attorno alla necessaria “indipendenza” della Fed rispetto alla sfera politica. Accadde lo stesso ad agosto, quando Trump aveva accusato il governatore Jerome Powell, pur nel corso di un incontro a porte chiuse con alcuni donatori per il Partito Repubblicano, di non essere “il ragazzo dal denaro facile” che sperava all’atto della sua nomina.

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I numeri della borsa americana

Che la Fed sia e resti indipendente è fuori di dubbio, che possa ignorare i segnali in arrivo dai mercati no. Intendiamoci, le quotazioni azionarie sono salite alle stelle a New York, se è vero che le società dell’indice S&P 500 capitalizzano ormai mediamente 22,75 volte gli utili, pur meno di un paio di anni fa, quando si attestavano a 24,4, grazie al miglioramento dei profitti negli ultimi trimestri. Tuttavia, la loro crescita non potrà durare all’infinito, benché l’economia a stelle e strisce si mostri in ottima salute. Una correzione dei prezzi sarebbe persino auspicabile, purché non degeneri in qualcosa di incontrollato e vada oltre una pausa fisiologica. Wall Street vale qualcosa come 36.000 miliardi di dollari, circa 1,8 volte il pil americano. Basta questo dato per capire che ci troviamo dinnanzi a numeri da capogiro, perché qui sono investiti i destini di miliardi di persone di ogni angolo del pianeta, non solo delle famiglie americane.

Grazie all’enorme liquidità garantita, non c’è grande azienda nel mondo che non si quoti almeno in via secondaria al Nyse e certamente non esiste un solo fondo pensione che non punti parte dei propri assets sugli USA. Quando la borsa americana cresce, ad essere felici non risultano solo avidi finanzieri del tipo “Una Poltrona Per Due”, bensì centinaia di milioni di cittadini che possono confidare in una pensione integrativa più sostanziosa per la vecchiaia e/o in un maggiore rendimento per i propri risparmi. Tutto questo stimola i consumi, attraverso ciò che in economia è noto come “effetto ricchezza”. Di cosa parliamo? Possiedo azioni investite in una società e il loro valore sale. Ebbene, sono portato a sentirmi più ricco e questo mi sprona a consumare di più. Viceversa, il mio umore diventa nero e spendo di meno.

Ora, gli investitori stranieri deterrebbero circa un quarto della capitalizzazione totale al Nyse, ma resta il fatto che sui 27.000 miliardi di dollari o il 135% del pil siano di proprietà di famiglie americane. Come la prenderanno, se a Wall Street si passasse da una correzione salutare a uno scivolamento verso il “mercato orso”? Stando agli studi realizzati all’inizio del Millennio da Robert J. Shiller, Karl E. Case e John M. Quigley, gli americani tenderebbero a spendere di più o di meno sulla base dell’andamento dei valori immobiliari, mentre il legame con i prezzi delle azioni sarebbe nel migliore dei casi “debole”. Tuttavia, all’inizio di quest’anno un altro studio condotto da Moody’s Analytics, Visa ed Equifax avrebbe trovato una correlazione ben più marcata tra andamento della borsa e consumi delle famiglie negli USA.

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L’effetto depressivo del tonfo di Wall Street

In generale, quando la ricchezza sale di un dollaro, i consumi aumenterebbero di 3 centesimi, mentre quando la prima scende di un dollaro, i secondi si ridurrebbero di 5 centesimi; ma un calo del 10% di Wall Street sarebbe in grado di ridurre dello 0,7% la crescita del pil. Ora, poiché i consumi degli americani equivalgono a quasi il 70% del pil, queste cifre evidenzierebbero che l’impatto delle variazioni della borsa americana sarebbe sulle famiglie pressappoco equivalente all’1% del pil. Ceteris paribus, se le quotazioni ripiegassero stabilmente del 10%, verrebbero “bruciati” sui 3.600 miliardi ai dati attuali, di cui 2.700 presumibilmente in mano agli americani. Il contraccolpo sui consumi sarebbe stimabile in 200 miliardi, l’1% del pil. Abbastanza per preoccuparsi, pur partendo da una crescita tendenziale prossima al 3%. Se, però, si registrasse un tonfo del 20%, i minori consumi sarebbero nell’ordine dei 400 miliardi, il 2% del pil. Dalla crescita alla recessione, il passo sarebbe breve, anche perché l’economia è essenzialmente psicologia e se le imprese notassero di avere raggiunto il picco delle vendite e di dovere affrontare una domanda calante, effettivamente ridurrebbero prima i prezzi e dopo anche la produzione, con conseguenze potenzialmente negative.

Questo scenario non lascerebbe insensibile la Fed, che per mandato deve assicurarsi che vi sia stabilità dei prezzi (inflazione al 2%), compatibilmente a un mercato del lavoro in piena occupazione (disoccupazione al 4,5%). Dunque, qualche crollo potrebbe essere tollerato in borsa, fino a quando non impattasse abbastanza negativamente sulle previsioni riguardo l’inflazione e l’occupazione. A quel punto, la prima mossa di Powell sarebbe di segnalare ai mercati di volersi prendere una pausa sul rialzo dei tassi, magari giustificando il cambio di rotta con le mutate (in peggio) “condizioni esterne”, le cause a cui sarebbe fatto risalire il tonfo azionario. Se non bastasse, i tassi verrebbero tagliati, anche se questa ipotesi resta estrema, essendo ancora a livelli storicamente molto bassi. Per Trump sarebbe sufficiente che la stretta finisse qui o non si spingesse oltre l’anno, così da alimentare la crescita economica con l'”easy money” di cui è fautore e arrivare alla scadenza del mandato senza il rischio di una recessione in corso. Tirerebbe un sospiro di sollievo anche Mario Draghi, perché se persino la Fed con un’economia così florida è costretta a diventare più accomodante, figuriamoci la BCE con tutti i problemi che abbiamo nell’Eurozona.

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Argomenti: bolla finanziaria, Economia USA, Fed, tassi USA