Come Trump sta riscrivendo la globalizzazione senza che l’Europa tocchi palla

L'America di Trump sta riscrivendo le regole sul commercio mondiale e l'Europa non sta toccando palla sulla nuova forma di globalizzazione che avanza.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'America di Trump sta riscrivendo le regole sul commercio mondiale e l'Europa non sta toccando palla sulla nuova forma di globalizzazione che avanza.

Il vertice del G20 in Argentina si è concluso con un comunicato congiunto, nel quale emerge la volontà dei leader delle prime venti economie mondiali di trovare un’intesa minima per superare le profonde divisioni e che, tuttavia, di fatto le cristallizza. Rispetto al passato, è stato eliminato il riferimento alla “lotta contro il protezionismo”, mentre si è optato per definire il commercio multilaterale “non all’altezza” con riguardo agli obiettivi di crescita e sull’occupazione, con tanto di propositi di riforma del WTO per “migliorarne il funzionamento”. Emerge nitida la svolta “trumpiana”, con il presidente americano ad essere riuscito in appena un anno dal passare da una condizione di quasi assoluto isolamento internazionale sul tema del commercio mondiale a fungere da riferimento per i nuovi equilibri in corso di costruzione.

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Con la Cina, Donald Trump ha evitato la resa dei conti, che rimane solamente rinviata. Ha preso tempo – per l’esattezza, 90 giorni – prima di decidere se innalzare dal 10% al 25% i dazi su 250 miliardi di dollari di prodotti cinesi importati dall’America ogni anno. In questi tre mesi, le parti dovranno trattare per giungere a un accordo commerciale, teso a rendere più equilibrati gli scambi tra le due potenze. Oggi, gli USA registrano un disavanzo nell’ordine di 570 miliardi di dollari annui verso la Cina. E il presidente Xi Jinping si è impegnato ad accrescere gli acquisti di prodotti agricoli americani, un fatto che la Casa Bianca può vendere a parte dei propri elettori.

Trump punta su un aspetto cruciale: il commercio mondiale deve essere certamente “free” (libero), purché sia, anzitutto, “fair” o “giusto”. Ciò significa che le economie devono importare ed esportare tra di loro a condizioni di reciprocità e di uguaglianza delle regole. E’ il leitmotiv del trumpismo: la Cina starebbe barando da anni, praticando politiche di dumping e avvalendosi di un tasso di cambio manovrato a proprio piacimento. Sinora, il Tesoro americano ha evitato di inserire Pechino tra i manipolatori del cambio, cosa che gli consentirebbe sul piano legale di adottare le misure che riterrebbe necessarie per difendere le imprese a stelle e strisce. Se non lo ha fatto, è solo perché Trump sta cercando di accrescere la pressione sul governo cinese, così da strappare il migliore accordo possibile dal negoziato in corso sui commerci bilaterali. Se non ci riuscisse, verrebbero spolverate tutte le opzioni nucleari di cui disporrebbe.

Il modello del nuovo NAFTA

Per capire a cosa punti il presidente americano, bisognerebbe dare una letta allo USMCA, l’accordo tra USA, Messico e Canada appena siglato e che sostituisce il NAFTA, quello che nel 1994 avviò il libero scambio tra i tre paesi. La prima differenza sta nella forma: trattasi non più di un contratto a tre, ma di due accordi separati e stipulati bilateralmente. Questo, perché Trump non crede alle intese multilaterali, puntando a soppiantarle con accordi a tu per tu con ogni altra economia del mondo. Perché? Ritiene di potere assumere il massimo peso negoziale nelle trattative con i singoli governi, anziché avere a che fare con i rappresentanti di interi blocchi di stati. Il nuovo accordo si fonda su criteri rivoluzionari rispetto alle condizioni ancora vigenti nei rapporti tra i tre: per essere considerate esenti dai dazi, le auto devono essere costruite per almeno il 75% in uno dei tre paesi; almeno il 40-45% delle auto devono risultare costruite da lavoratori con paga oraria non inferiore ai 16 dollari entro il 2023; il Canada dovrà aprire ai prodotti caseari americani.

L’aspetto più interessante riguarda la definizione di manifattura prodotta in loco e la cosiddetta clausola sociale. Almeno tre quarti del prodotto auto deve risultare costruito negli USA e/o in Messico e/o in Canada e per quasi la metà grazie a lavoratori, che devono godere di retribuzioni orarie minime. Questo significa che non sarà più possibile dopo l’entrata in vigore dello USMCA importare un’auto quasi del tutto costruita in Cina o altrove, completarne la produzione e spacciarla come made in loco. E non viene più accettata la concorrenza al ribasso dei salari. Quest’ultimo punto è assai importante, perché sottolinea come nella visione di Trump, commercio equo significa quello intercorrente tra stati in condizioni socio-economiche molto simili. Sappiamo che la Cina, ad esempio, il cui pil pro-capite è ancora oggi intorno ai 9.000 dollari all’anno contro i quasi 65.000 degli USA, non potrebbe mai garantire salari pressappoco simili a quelli dei lavoratori occidentali, per cui sarebbe quasi automaticamente tacciabile di commercio iniquo, stando a queste premesse.

Stando così le cose, Trump sugli scambi avrebbe idee ben più radicali di quelle che pensiamo, nel senso che vorrebbe non soltanto riscrivere le regole del commercio mondiale, ma anche restringere l’import-export degli USA gradualmente alla cerchia delle economie ricche, ossia essenzialmente Nord America, Europa, Giappone e qualche altro stato asiatico e l’Australia. E il settore automobilistico resta il cruccio dell’amministrazione americana, tant’è che si avvicinano i dazi sui veicoli importati dalla UE, i quali verrebbero innalzati dal 2,5% al 25%. Per Barclays, ciò determinerebbe il calo delle esportazioni nette europee del 2% e la riduzione del tasso di crescita del pil dall’1,6% all’1,2%, costando all’area 75 miliardi di dollari. Dalla sua, Washington vanta un’ottima ragione per fare la faccia dura contro Bruxelles, visto che la UE impone sulle auto USA dazi al 10%.

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Con la Cina è semplice tregua

Clausole sociali e reciprocità sono gli ingredienti salienti del menù trumpiano, non una vera novità assoluta nella storia americana, visto che Washington da decenni persegue più o meno apertamente l’obiettivo di rendere meno concorrenziale possibile la manodopera straniera, sostenendo salari minimi orari negli altri stati. Con l’attuale governo, però, si salta di livello e l’obiettivo viene ambito apertamente e reso alternativo alla minaccia di dazi per chicchessia. Con Pechino, un accordo non sarà facile da trovarsi, sempre che Trump lo voglia davvero. A dividere sono due capitoli sensibili: il meccanismo di formazione dei cambi, come accennato sopra, e la tutela della proprietà intellettuale. Il governo USA accusa i cinesi di utilizzare lo spionaggio industriale per rubare idee e brevetti alle imprese americane.

Il presidente è arrivato ad appellarsi di recente anche ai consumatori italiani, affinché non comprino dispositivi Huawei, accusati di essere dotati di un microchip per spiarli e carpirne le preferenze, così da invadere i nostri mercati con prodotti cinesi. La guerra commerciale tra le prime due potenze economiche mondiali è già iniziata e coinvolge sempre più anche l’Europa. I tre mesi di tempo presi da Trump e Xi segnano una tregua temporanea, tesa più ad evitare di colpire l’umore dei mercati in una fase di drastica revisione al ribasso delle aspettative per il prossimo futuro. Un cessate il fuoco, seguito quasi certamente da nuove tensioni e che saranno pagate dalla UE, partendo dalle auto, specie adesso che General Motors ha annunciato 14.000 licenziamenti negli USA.

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Argomenti: Economia USA, Presidenza Trump