Come l’Italia è riuscita in pochi giorni a passare da suddita a protagonista in Europa

Il Consiglio europeo di domani rischia di avere esiti nefasti per l'asse franco-tedesco. L'Italia ha smesso di avere paura e adesso non è più fuori dai giochi su euro, migranti e altre misure.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Consiglio europeo di domani rischia di avere esiti nefasti per l'asse franco-tedesco. L'Italia ha smesso di avere paura e adesso non è più fuori dai giochi su euro, migranti e altre misure.

L’Italia ha smesso di avere paura, forse consapevole di non avere più niente da perdere. Tanto è stata tirata la corda finché si è spezzata. E così, mentre il governo Conte muove i suoi primi passi sul palcoscenico internazionale, dall’Eliseo partono siluri continui all’indirizzo di Roma, rea di avere alzato la testa e la voce. Domani e venerdì sarebbe dovuto andare in scena a Bruxelles il Consiglio europeo, il quale avrebbe dovuto suggellare l’asse franco-tedesco sulle riforme dell’impalcatura europea, Eurozona inclusa, nonché la ritrovata leadership della Francia con l’incontinente verbale Emmanuel Macron. Invece, quello di questa settimana rischia di trasformarsi per Parigi e Berlino nel vertice della presa d’atto della loro non auto-sufficienza. L’Italia è tornata, ancora claudicante, ma è tornata.

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Dalle colonne del Financial Times, l’editorialista tedesco Wolfgang Muenchau, una delle menti più raffinatamente critiche delle vicende europee, ha scritto qualche giorno fa che il punto di forza dell’Italia di oggi è l'”assenza di paura”. Matteo Salvini, spiega, non teme le conseguenze delle sue azioni e il fatto che non ne abbia paura lo rende un politico del tutto nuovo nello scacchiere europeo, un tipo con cui la cancelliera Angela Merkel non ha mai avuto a che fare. La paura, sempre secondo Muenchau, è stata la molla su cui l’Europa ha potuto ottenere dall’Italia il via libera incondizionato a ogni legislazione e progetto, pur in contrasto con il suo interesse nazionale, come il “bail-in” e la nascita del Fondo salva-stati.

L’Italia non ha più paura

Già, la paura. Sono (ancora) sono parole, ma il leader della Lega, che definire solo il vice-premier o il ministro dell’Interno è palesemente riduttivo in questa fase, ha minacciato di tagliare i fondi alla UE, visto che l’Italia contribuisce con 6 miliardi netti all’anno, se non otterremo la dovuta solidarietà sul tema migranti. Più in generale, grazie a un asse apparentemente saldo con il premier Giuseppe Conte, sembra che per la prima volta dopo molti anni l’Italia si stia riprendendo una capacità di elaborazione autonoma del pensiero in Europa, senza inseguire Parigi e Berlino e temere i diktat dei commissari. Questo venir meno della paura di cui scrive Muenchau sta rafforzando la posizione negoziale dell’Italia, anche perché fortuna vuole che in Germania ad essere sotto pressione sia adesso la cancelliera.

Il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, condivide l’impostazione rigida sui migranti di Salvini e dell’Austria e ha dato tempo fino alla fine di giugno a Frau Merkel di trovare una soluzione europea, altrimenti avvierà i respingimenti alle frontiere tedesche e separerà il gruppo politico di cui è a capo – la CSU – dal partito gemello della CDU per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale. Un terremoto, che la cancelliera non supererebbe, rischiando il posto. Per questo, dovrà affannarsi entro pochi giorni per trovare una soluzione alla crisi migranti, trovandosi di fronte un’Italia non intenzionata affatto a cedere a posizioni di compromesso ostili ai nostri interessi. La Merkel ha messo le mani avanti e ieri ha ammesso che al vertice non saranno trovate soluzioni unitarie, ma si procederà con accordi bi- e trilaterali.

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Adesso è Frau Merkel ad avere bisogno dell’Italia

Il punto è che la cancelliera non potrà tornare a mani vuote a Berlino e rischia di perdere faccia e leadership anche all’estero, se non riuscisse nemmeno a trovare un’intesa sulle riforme. Quanto a queste ultime, Macron propone ministro delle Finanze unico e bilancio comune nell’Eurozona e ha ottenuto dai tedeschi la trasformazione dell’ESM in un Fondo europeo di soccorso alle economie in crisi, sebbene dalle parti della cancelleria abbiano puntualizzato ieri che non sarebbero previsti aiuti automatici, bensì condizionati all’adozione di riforme. Perché mai l’Italia dovrebbe accettarle? Ed ecco che, venuto meno il mantra per cui saremmo responsabili di ogni sciagura in Europa, il governo a trazione leghista si accingerebbe a un baratto politicamente costoso per l’asse franco-tedesco. Se Francia e Germania vorranno ottenere il via libera dall’Italia a riforme minime, dovranno concederle qualcosa di grosso. Oltre a una gestione unitaria della crisi dei migranti, Roma punterebbe alla cancellazione del Fiscal Compact, almeno inteso come insieme di previsioni vincolanti e soggette a sanzioni nel caso di infrazione. Non esclusa nemmeno la richiesta di rivedere le norme sul “bail-in”, che hanno travolto i governi Renzi-Gentiloni.

In sostanza, la moneta unica come immaginata da Berlino e Parigi svanirebbe. La prima desidererebbe regole stringenti, a contenimento dei rischi sovrani e bancari, per procedere in futuro a una loro mutualizzazione, mentre la seconda vorrebbe integrare politicamente di più i membri dell’area per condividere rischi e oneri sin da subito. Probabile che dal Consiglio di questa settimana non passi né l’una e né l’altra linea e che i due paesi, pur di non chiudere l’assise con un imbarazzante pugno di mosche in mano, siano costretti a mettere nero su bianco concessioni all’Italia. Di certo, da prova di forza, il vertice si sta trasformando in una dura prova di resistenza per Macron e Merkel. L’Italia non accetta più di essere considerata il fardello d’Europa, anche perché non lo è e ne ha preso politicamente consapevolezza.

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Certo, Roma ha compiuto un passo indietro sul famoso “piano B” con cui il ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, avrebbe voluto trattare da una posizione di maggiore forza con i commissari e gli alleati europei e che avrebbe contemplato l’uscita ordinata dell’Italia dall’euro nel caso in cui le nostre richieste non fossero state approvate. Tuttavia, a Bruxelles sanno che il ritiro di quella strategia è stato semplicemente tattico, per non indispettire i mercati e per ottenere la nascita del governo Conte. Non è casuale che lo spread BTp-Bund a 10 anni continui ad attestarsi su livelli doppi di quello spagnolo, segno che gli investitori non starebbero bevendo il racconto europeista del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, né le rassicurazioni di facciata del premier e dei ministri. Adesso, è la Merkel ad avere bisogno di noi per sopravvivere politicamente. E il nostro sostegno, se ci sarà sui migranti e/o le riforme, le sarà fornito a caro prezzo. Liberatici dalla paura, abbiamo acquisito forza.

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Argomenti: bail in, Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Economia Italia, Emergenza profughi, Fiscal Compact, Politica, Politica italiana

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