Come l’Iran dell’ayatollah Khameini ha resistito alle sanzioni americane

Economia persiana devastata dall'embargo USA, ma il regime non ha fretta di tornare a negoziare sull'accordo nucleare. Vediamo perché.

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L'economia di resistenza dell'Iran

Se la tensione tra USA e Russia è salita alle stelle dopo le ultime dichiarazioni del presidente americano Joe Biden su Vladimir Putin, le relazioni tra Casa Bianca e Iran presto potrebbero svoltare verso il meglio. Nelle settimane precedenti all’insediamento di Biden, il rial iraniano si era rafforzato del 20% sull’auspicio per un nuovo accordo nucleare che ponga fine alle sanzioni americane contro Teheran. Tuttavia, è bastata una frase del segretario di Stato, Antony Blinken, a raggelare gli entusiasmi: “l’intesa è lontana”. Né da parte dell’ayatollah Khameini, guida spirituale e massima autorità anche politica di Teheran, si è registrata una qualche significativa apertura. Anzi, egli ha notato come dovrebbe essere l’America a fare concessioni, essendo stata la parte che si è ritirata unilateralmente dall’accordo.

L’economia iraniana versa in pessime condizioni. A febbraio, l’inflazione è salita ulteriormente sopra il 48%. Il tasso di cambio sul mercato nero è decisamente più basso rispetto a quello ufficiale. Un dollaro vale 252.000 rial, quando legalmente dovrebbe acquistarsi per soli 42.000. La povertà è alta e il lavoro scarseggia. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato a soli 8,8 miliardi di dollari l’ammontare delle riserve valutarie prontamente disponibili del paese. Parliamo di qualcosa come appena il 2% del PIL.

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Nessun collasso dell’economia iraniana dopo l’embargo

Eppure, quando gli USA nel 2011 sotto l’amministrazione Obama imposero le sanzioni, riattivate nel 2018 da Donald Trump, si aspettavano che l’economia iraniana implodesse e che il regime fosse costretto a precipitarsi a trattare. Non è accaduto e per una ragione ben precisa: l’economia iraniana si è adattata, pur tra grossi affanni, all’embargo.

Negli ultimi 10 anni, ad esempio, il numero degli occupati è cresciuto da 20 a 23,5 milioni di unità. Lo avreste mai pensato in una fase del genere? Ciò è stato possibile anche grazie al rafforzamento dell’economia non petrolifera. I servizi sono lievitati dal 49% al 56% del PIL, la manifattura è passata dal 12,2% al 14,8%.

E il greggio è sceso dal 30% al 17% del PIL, incidendo adesso per non oltre il 30% delle entrate. Del resto, l’incidenza della materia prima è scesa dal 78% al 55,4% delle esportazioni, per una contrazione in valore assoluto pari a 75 miliardi (da 98 a 14 miliardi). Meno drammatico è stato il crollo del valore delle esportazioni degli altri beni, da 27 a quasi 11 miliardi. Parimenti, le importazioni sono scese da 84 a 35 miliardi.

Questi dati non dimostrano che l’Iran se la passi bene anche senza poter esportare greggio, tutt’altro. Semmai, ci forniscono un quadro più variegato di quanto sia accaduto alla sua economia. Essa è diventata meno greggio-dipendente e ha visto salire produzione, occupazione e domanda interna. Il crollo del cambio, poi, ha ridotto la convenienza ad importare beni e servizi dall’estero, spingendo le imprese a produrre più per il mercato domestico. E così, il regime ha subito la pressione delle piazze, ma non al punto di traballare. Il rialzo delle quotazioni petrolifere e la ripresa delle esportazioni in economie come la Cina affievoliscono il disagio e concedono all’ayatollah ulteriore tempo per trattare. D’altra parte, un nuovo accordo nucleare non costituisce una priorità neppure per l’amministrazione Biden.

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