Le banche italiane ci salveranno dallo spread, facendosi un favore

Le banche italiane stanno accrescendo le loro esposizioni verso il debito sovrano nazionale e nei prossimi mesi potrebbero contribuire in misura determinante a mantenere ripida la curva dei rendimenti dei BTp.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le banche italiane stanno accrescendo le loro esposizioni verso il debito sovrano nazionale e nei prossimi mesi potrebbero contribuire in misura determinante a mantenere ripida la curva dei rendimenti dei BTp.

L’aria di possibile intesa tra governo italiano e Commissione europea sulla manovra di bilancio sta allentando parecchio la tensione sul mercato dei BTp, i cui rendimenti sono scesi di diverse decine di punti nelle ultime sedute. In appena una settimana, i decennali sono passati dal 3,62% al 3,29%, avendo raggiunto un minimo del 3,17% lunedì. I biennali hanno fatto persino meglio, scendendo dall’1,39% all’0,87%. Al momento, lo spread a 10 anni si attesta in area 295 punti base e quello tra decennali e biennali sembra stabilizzarsi intorno ai 240, un differenziale più che sufficiente ad allontanare il rischio di appiattimento della curva, generalmente percepito come segnale negativo per l’economia e causa stessa di una sua probabile contrazione, rendendo meno conveniente per le banche prestare denaro.

Banche italiane colpite dalla crisi dei BTp

E proprio le banche italiane stanno accrescendo le loro esposizioni verso il debito pubblico tricolore. Secondo Bankitalia, alla fine di ottobre detenevano BTp per un controvalore pari a 382,5 miliardi di euro, in crescita dai 378,7 miliardi di settembre (+3,8 miliardi) e, soprattutto, in netto aumento dai 334,7 miliardi di fine 2017, rispetto a cui i nostri istituti risultano avere acquistato quasi 48 miliardi di bond netti. Non si tratta, tuttavia, di un record. Il massimo era stato toccato nel febbraio 2015, quando le banche italiane erano arrivate a detenere sui 440 miliardi di titoli di stato domestici, dato replicato tra febbraio e aprile dello scorso anno.

L’aiuto necessario delle banche

Questi numeri ci fanno tirare parzialmente un sospiro di sollievo. Da maggio ad oggi, gli investitori stranieri avrebbero dismesso BTp per quasi una settantina di miliardi. Si spera che l’allentamento delle tensioni prosegua nelle prossime settimane e faccia tornare almeno parte di questi flussi di capitali andati perduti e che hanno provocato l’esplosione dello spread sopra i 300 punti base sulla scadenza decennale. Se così non fosse, si calcola che il Tesoro si troverebbe a gestire un ammanco di domanda nell’ordine di una sessantina di miliardi. E fare leva sul solo canale dei risparmiatori individuali non rassicurerebbe, visto com’è andata a finire con l’ultima asta del BTp Italia, praticamente disertata dalle famiglie e persino dagli investitori istituzionali.

Se le banche italiane tornassero ai picchi di un anno e mezzo fa, avrebbero spazio per accrescere i loro acquisti di quasi una sessantina di miliardi. In sostanza, riuscirebbero a rattoppare il buco, sempre che la tensione sul mercato non si rafforzasse, anziché diminuire. Il punto per gli istituti sta nel trovare una mediazione tra il loro ruolo di “salvatori del sistema” e la necessità di non peggiorare i ratios patrimoniali. L’aumento dei rendimenti, infatti, riduce i prezzi delle obbligazioni in portafoglio e ciò colpisce il valore del patrimonio netto. Accrescere le esposizioni verso i BTp nel bel mezzo dell’ascesa dei rendimenti, quindi, non sarebbe un gesto salutare per la solidità bancaria percepita.

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Come le banche daranno una mano allo stato

Tuttavia, non tutti i titoli vanno valutati al “mark to market”, ossia al valore di mercato. Vi soggiacciono solo i bond inseriti nel “trading book”, il portafoglio di negoziazione, quello composto dai titoli disponibili alla vendita prima della scadenza. Va da sé, infatti, che se una banca acquista un BTp per mantenerlo fino alla scadenza, il crollo dei prezzi per via del boom dei rendimenti non avrebbe alcuna conseguenza, in quanto l’istituto si vedrà rimborsare dallo stato l’esatto valore nominale indicato nel titolo. Dunque, le banche potrebbero dare una mano al Tesoro, magari ottenendo benefici dallo stesso e dalla BCE tramite nuove sempre più probabili aste T-Ltro, senza per questo mettere a repentaglio il proprio grado di solidità patrimoniale. Come? Acquistando titoli da tenere fino alla scadenza, senza farli passare per il trading book e, quindi, schivando così eventuali tonfi dei prezzi e impennate di spread.

C’è un problema: detenere un bond fino alla data del suo rimborso implica privarsi della liquidità investita per tutto il tempo. Un istituto non può rischiare, specie in una fase di preparazione all’aumento dei tassi, di investire eccessivamente in assets non liquidabili prima della loro scadenza, se non a rischio di subire perdite. Come risolvere il problema? Puntando sui BTp a breve. Se le banche italiane acquistassero perlopiù titoli a 2-3-5 anni, si priverebbero della liquidità impiegata per un periodo ragionevole e si esporrebbero anche a rischi relativamente contenuti, nel caso in cui decidessero in un secondo momento di vendere i titoli prima della scadenza, in quanto l’aumento dei rendimenti colpisce generalmente più la parte lunga della curva. Ad esempio, dalla metà maggio ad oggi, il BTp a 10 anni ha perso il 10%, quello a 5 anni il 9% e il biennale il 3,7%.

Inoltre, contribuirebbero in misura determinante a irripidire la curva dei rendimenti, un fatto che farebbe bene ai loro stessi bilanci, visto che le banche sono solite prendere denaro in prestito dai clienti a breve e prestarlo a famiglie e imprese a lungo. Concentrandosi sui BTp di breve durata, ne conterrebbero i rendimenti e manterrebbero la curva ripida, a beneficio dei propri margini sui tassi e della stessa economia italiana, allontanando il rischio di “credit crunch” e di una lievitazione eccessiva del costo del denaro per chi investe o acquista beni durevoli. Per il Tesoro una buona notizia, che sarebbe bissata nel caso in cui la BCE desse vita alla cosiddetta “Operazione Twist”, tramite la quale reinvestirebbe i titoli in portafoglio con altri di durata più longeva, al fine di contenere i rendimenti a più lungo termine e per ciò stesso spingendo gli altri istituzionali a puntare più sul tratto breve.

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Argomenti: Banche italiane, bond sovrani, Crisi delle banche, Economia Italia, rendimenti bond, Spread