Come la Turchia sta scivolando verso una nuova grave crisi finanziaria

Crisi della lira, rendimenti e inflazione alle stelle, economia in caduta. La Turchia sembra compiere nuovi passi verso il precipizio.

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Crisi della lira, rendimenti e inflazione alle stelle, economia in caduta. La Turchia sembra compiere nuovi passi verso il precipizio.

Le banche statali turche hanno raddoppiato gli interventi a sostegno del cambio nelle ultime sei settimane, vendendo assets in valute straniere per 8,3 miliardi di dollari. Queste misure stanno servendo per mantenere piuttosto stabile la lira turca, che già contro il dollaro quest’anno perde il 13%. Attualmente, scambia a 6,86 (-56% dal fallito golpe di 4 anni fa). Se non fosse per quelli che nei fatti sono diventati controlli informali sui movimenti dei capitali, la lira risulterebbe oggi molto più debole. I fondamentali lo gridano apertamente. Mentre il pil è in caduta, similmente al resto dell’economia mondiale per l’emergenza Covid-19, la bilancia commerciale viaggia in profondo rosso, così come anche le partite correnti.

Nei primi 5 mesi dell’anno, le importazioni hanno superato le esportazioni di quasi 21 miliardi di dollari, mentre gli afflussi netti dei capitali per circa 4 miliardi sono risultati largamente insufficienti per mantenere l’equilibrio con l’estero. Di fatti, l’economia turca rimane ampiamente non competitiva, ma non può più permettersi un cambio ancora più debole, se è vero che a giugno l’inflazione è risalita ulteriormente al 12,62%, quando la banca centrale ha mantenuto i tassi d’interesse all’8,25%. In sostanza, il costo del denaro reale è profondamente negativo, un fatto che tiene alla larga gli investimenti esteri e alimenta le speculazioni sul cambio.

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Riserve valutarie in picchiata

E a pagarne il costo è la banca centrale stessa, le cui riserve valutarie sono crollate dai circa 78 miliardi di inizio anno a meno di 50 miliardi di dollari. Quelle nette sono ad appena 32,2 miliardi, praticamente sufficienti a coprire nemmeno 5 mesi di importazioni. E si consideri che la Turchia possiede un debito estero lordo di oltre 430 miliardi e netto di 245 miliardi, quest’ultimo pari a un terzo del pil.

Non solo, quello che scade entro i 12 mesi a fine aprile ammontava a oltre 115 miliardi.

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Tutto questo significa che le riserve valutarie turche siano ormai palesemente incongrue per garantire all’economia di continuare a commerciare e intrattenere relazioni finanziarie con l’estero. L’istituto non potrà più attuare interventi di sostegno al cambio, intaccando i suoi assets in dollari, euro, etc, per cui l’unica soluzione di cui teoricamente disporrebbe per perseguire l’equilibrio del saldo corrente sarebbe di alzare i tassi. Tuttavia, in piena crisi è qualcosa che nessuno può permettersi di fare e a maggior ragione non può il governatore Murat Uysal, pressato dal governo per tagliare ancora di più i tassi, così da stimolare l’economia.

Sta di fatto che in piena disinflazione e azzeramento dei tassi globali, la Turchia sta vivendo una fase di surriscaldamento dei prezzi interni, che si ripercuote sui rendimenti dei titoli di stato, eccessivi rispetto ai livelli medi vigenti sugli stessi mercati emergenti. Il decennale offriva l’altro ieri il 12,58%, il biennale il 10,45%. Eppure, considerate che il debito pubblico turco a fine 2019 si attestava al 33,1%, un rapporto da sogno per gran parte delle economie mondiali. Il punto è che tra inflazione alle stelle e cambio alle stalle, nessuno è disposto a comprare bond turchi a rendimenti vagamente occidentalizzati.

Verso controlli sui capitali?

Tirando le somme, Ankara ha perso la fiducia dei mercati per via di una politica monetaria disfunzionale, incoerente rispetto all’obiettivo dichiarato di perseguire un tasso medio d’inflazione al 5%. Per questo, i capitali fuggono e provocano il collasso della lira, facendo galoppare l’inflazione e tenendo alti i rendimenti sovrani e corporate, nonché alimentando ulteriormente la crisi del cambio, dato che i tassi reali non fanno che diventare sempre più negativi. Da qui, o l’istituto torna ad alzare i tassi, ma con impatto rovinoso su un’economia già in affanno, o si rassegna a lasciar sprofondare il cambio, cosa che richiederebbe, comunque, un rialzo dei tassi nei mesi successivi per sventare il pericolo di una totale destabilizzazione dei prezzi.

Esiste una prospettiva diversa e, forse, più credibile per Ankara: l’introduzione di controlli sui capitali. Un po’ il film che abbiamo visto in Grecia nel 2015, quando i capitali defluirono copiosi per il timore di un’uscita dall’euro. E’ una strada che sinora il governo ha sempre smentito di voler percorrere, ma che non avrebbe alternative praticabili che non fossero dolorose nel breve termine per l’economia. E da tempo i mercati stanno scontando un po’ questo scenario.

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