Come il debito della Cina lo pagheranno le borse di Europa e America

La crisi del debito in Cina rischia di colpire molte società quotate di Europa e USA. E una prossima vittima sarebbe la tedesca Deutsche Bank.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi del debito in Cina rischia di colpire molte società quotate di Europa e USA. E una prossima vittima sarebbe la tedesca Deutsche Bank.

La Cina ha un problema e non si chiama Donald Trump. Sì, i dazi imposti dalla Casa Bianca su centinaia di nuovi prodotti Made in China per un controvalore di 200 miliardi di dollari non aiutano certo la seconda economia mondiale, che già prima delle tensioni commerciali con gli USA ha iniziato un rallentamento dei suoi tassi di crescita, attualmente compresi tra il 6,5% e il 7%. Il punto è che il boom economico Pechino lo ha sostenuto incentivando il ricorso al credito. Fino al 2008, il debito totale del Dragone asiatico si attestava al 150% del pil, mentre nel 2017 risultava esploso al 266%, crescendo in valore assoluto del 14% rispetto all’anno precedente e arrivando a quota 34.000 miliardi di dollari. Contrariamente a quanto accade nel mondo avanzato, a preoccupare qui non è il debito pubblico, pari a circa il 30% del pil, bensì quello privato e, in particolare, delle imprese o “corporate”, lievitato alla bellezza del 170%.

Secondo i dati del Ministero delle Finanze, le sole passività delle società pubbliche ammonterebbero a 16.360 miliardi, circa il 150% del pil, equivalenti al 64,9% del valore medio degli assets. Il governo ha fissato di recente nuove regole, in base alle quali scatteranno azioni contro tali entità al raggiungimento di un rapporto debito/patrimonio tra il 60% e il 70%. Saranno, ad esempio, spinte a tramutare i loro debiti in capitale per i creditori (“debt-for-equity swaps”) e a liquidare le detenzioni azionarie, specie all’estero. Lo scorso anno, le linee-guida di Pechino hanno imposto tra l’altro alle società cinesi di disinvestire dai comparti non strategici all’estero, un fatto che non ha consentito alla passata proprietà del Milan di iniettare nel club nuovi capitali per arginare la crisi finanziaria.

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Il caso Deutsche Bank

Presto, a pagare sarà probabilmente Deutsche Bank, allorquando uno dei suoi principali azionisti, il gruppo cinese HNA, dovesse vendere il pacchetto del 7,64% del capitale, di cui il 6,6% detenuto tramite contratti di opzioni siglati con la banca svizzera UBS. L’azionista è gravato da debiti per quasi 100 miliardi di dollari e ha investito all’estero 40 miliardi per svariate acquisizioni, facendosi prestare dalla stessa UBS sui 3,5 per la quota nel solo istituto tedesco, per cui approfitterebbe delle prossime scadenze per liquidare gli assets e abbattere un po’ il suo immenso debito. Nel primo trimestre 2019, ad esempio, scadono put options a uno “strike price” di 11,45 euro e l’ultima tranche giunge a termine nel dicembre 2020 a un prezzo pattuito di 14,53 euro. Si consideri che attualmente le azioni Deutsche Bank viaggiano a 10 euro e che senza una loro risalita costringerebbero HNA a vendere il pacchetto, al fine di monetizzare dai contratti, incassando un prezzo superiore a quello di mercato e realizzando così una plusvalenza.

In realtà, al fine di proteggersi dai rischi, il gruppo cinese ha pattuito anche contratti di opzione “call”, che ridurranno i profitti potenziali nel caso di esercizio delle opzioni put. Ad ogni modo, la banca tedesca rischia di subire pressioni ribassiste in borsa, quando già ha perso quasi il 90% rispetto all’apice toccato nel 2017. Del resto, quest’anno il titolo ha perso oltre un terzo del suo valore e, guarda caso, HNA ha ridotto la sua quota dal 9,9% inizialmente posseduta. E’ un esempio lampante di come i problemi debitori degli investitori cinesi rischino di tradursi in un “sell-off” per i titoli azionari di Europa e America, in particolare, dove hanno sede le borse in cui principalmente il variegato mondo corporate cinese ha fatto shopping finanziario negli ultimi anni. Considerando che le esposizioni societarie cinesi siano qualcosa come quasi 20.000 miliardi di dollari e che solo lo scorso anno gli investimenti non finanziari all’estero sono cresciuti a 185,4 miliardi dai 170,2 miliardi del 2016 (dati American Enterprise Institute), si capisce come in gioco vi siano numeri da fare tremare i mercati, nel caso in cui la crisi del debito a Pechino dovesse culminare in qualcosa di più serio. L’ingresso della Borsa di Shanghai nell’orso sarebbe già un segnale sufficiente e si spera non anticipatore di una tendenza più generale.

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Argomenti: bolla finanziaria, Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese