Come il caro petrolio impatterebbe sull’economia italiana e innalzerebbe lo spread

Quotazioni del petrolio in ripiegamento oggi sulle dichiarazioni di Goldman Sachs. Ma da dicembre segnano +50% e per l'economia italiana sono solo cattive notizie.

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Quotazioni del petrolio in ripiegamento oggi sulle dichiarazioni di Goldman Sachs. Ma da dicembre segnano +50% e per l'economia italiana sono solo cattive notizie.

C’è una buona notizia per automobilisti e non: la corsa del petrolio almeno per oggi non ha avuto un seguito sulle parole dell’esperto di materie prime di Goldman Sachs, Jeff Currie, secondo cui le quotazioni non sarebbero destinate a salire sopra gli 80 dollari per il Brent, bensì ad attestarsi tra 70 e 75 dollari nel prossimo futuro, intravedendo un possibile ritorno ai 60 dollari sul mancato rinnovo del taglio dell’offerta da parte dell’OPEC, sulla crescita delle estrazioni negli USA e l’aumento della produzione non-OPEC.

Resta il fatto che, rispetto ai minimi toccati a dicembre, i prezzi sono risaliti di circa il 50%, pur mantenendosi di oltre una decina di dollari al barile più bassi dei massimi toccati a ottobre.

Il boom del petrolio preannuncia un tonfo delle quotazioni in estate?

Il caro petrolio non avrebbe effetti negativi solo per le tasche degli automobilisti; l’impatto rischia di essere negativo per tutta l’economia italiana. Vediamo perché. Il surriscaldamento delle quotazioni delle materie prime alimenta quella che definiremmo inflazione “cattiva”. Un po’ come il colesterolo, permetteteci di dire che esiste una crescita dei prezzi sostenuta da fattori positivi, come l’aumento della domanda per via della vivacità economica; poi, ve n’è un’altra negativa, cioè i prezzi di beni e servizi aumentano o perché il cambio si deprezza e il costo dei beni importati sale e/o perché le materie prime costano di più.

I contraccolpi sull’economia italiana

In questo secondo caso, l’inflazione accelererebbe per una ragione che nulla avrebbe a che vedere con le condizioni di salute della nostra economia, anzi in questa fase impatterebbe negativamente su un pil contrattosi per due trimestri consecutivi nella seconda metà del 2018. La BCE ha allontanato il primo rialzo dei tassi a marzo, spostandolo a non prima dell’inizio del 2020. Una eventuale risalita drastica dell’inflazione sgonfierebbe le probabilità di un nuovo rinvio della stretta monetaria nell’area, accendendo i fari dei mercati sui bond governativi più a rischio. E quali sarebbero? Quelli degli stati più indebitati e di economie più deboli.

Tutti gli indizi portano a Roma, dove il rapporto debito/pil non accenna a diminuire dal quasi 133% a cui sosta da anni e la crescita economica è diventata una sorta di Godot perenne.

Sarà un caso, ma lo spread BTp-Bund, complice l’attesa per il responso di S&P di dopodomani sul rating sovrano italiano, si è impennato di 17 punti base sulla scadenza a 10 anni dallo scorso 12 aprile. E non è tutto. A parità di cambio euro-dollaro, il petrolio più caro aumenta i costi energetici e riduce i già magri redditi disponibili degli italiani, sottraendo risorse ai consumi. In un contesto internazionale debole, tra tensioni commerciali e odissea della Brexit, la solidità della domanda aggregata interna appare cruciale per evitare di continuare ad arretrare, specie per un’economia esportatrice come l’Italia, che a differenza della Germania non dispone di margini di manovra sui conti pubblici per potenziare gli investimenti, tanto per fare un esempio.

Il reddito di cittadinanza? Ce lo darà il petrolio

Infine, così come vi abbiamo spiegato la differenza tra inflazione “buona” e “cattiva”- da prendere con la dovuta ironia – lo stesso dicasi più nello specifico per il greggio. Quotazioni in crescita potrebbero essere espressione di una domanda in rapido aumento, a sua volta per effetto del buon andamento delle grandi economie mondiali. Non è questo il caso: stavolta, la materia prima rincara per il semplice fatto che l’OPEC ha ridotto la produzione e le estrazioni sono letteralmente precipitate nel disastrato Venezuela, potrebbero diminuire nella caotica Libia e le esportazioni verrebbero azzerate in Iran sulle sanzioni USA. E l’economia globale non sembra granché in forma per sostenere quotazioni significativamente più alte di quelle attuali.

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