Come Francia e Germania hanno destabilizzato l’euro dopo avere deriso l’Italia

Francia e Germania minacciano l'euro, mentre per anni è stata additata l'Italia come causa della crisi. I nodi sono arrivati al pettine e l'asse franco-tedesco si è dimostrato incapace.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Francia e Germania minacciano l'euro, mentre per anni è stata additata l'Italia come causa della crisi. I nodi sono arrivati al pettine e l'asse franco-tedesco si è dimostrato incapace.

Era l’ottobre del 2011, quando la conferenza stampa congiunta tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel esita uno spettacolo raccapricciante ai danni dell’allora premier italiano Silvio Berlusconi. Alla domanda di un giornalista se si fidassero delle rassicurazioni di Roma sulla manovra di bilancio e le riforme economiche promesse, il presidente francese reagiva con una incontenibile risata di scherno e la cancelliera tedesca, un po’ imbarazzata, si adeguava. Fu l’immagine simbolo di quello che stava accadendo: l’Italia veniva messa sul banco degli imputati con l’accusa di essere la principale responsabile della crisi di fiducia dei mercati verso l’euro, derisa per la sua incapacità di riformarsi e di abbattere il debito pubblico e mandata in pasto allo spread, che di lì a giorni avrebbe toccato il record nell’era euro di 576 punti base sulla scadenza a 10 anni, segnando la fine del governo Berlusconi, il quale era sì arrivato alla frutta per dinamiche interne al centro-destra, ma certo non si era mostrato incauto fiscalmente negli anni precedenti della crisi.

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Inutile rimuginare sugli eventi, questa è stata la storia. Semmai, pensavamo di avere già visto il finale, mentre l’aspetto interessante sta in quel secondo tempo di un film che si sta annunciando sorprendente e per certi versi richiede di munirci di popcorn e birra. A 7 anni di distanza, la cancelliera è ancora al suo posto, pur prossima al pensionamento politico, mentre la Francia di presidenti ne ha cambiati due, passando prima per l’insignificante socialista François Hollande e da un anno e mezzo per l’europeista riformatore e partiticamente trasversale Emmanuel Macron. Nel frattempo, l’Italia di governi ne ha avuti ben cinque e di ogni sfaccettatura: dall’eurofilo tecnocrate guidato dal Prof Mario Monte a quelli riformatori eurofili di centro-sinistra di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, finendo per il primo euroscettico della nostra storia, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega e capeggiato (formalmente) da Giuseppe Conte.

Qual è stata la costante di questi ultimi 7 anni e 5 governi italiani? Lo spread alto, mediamente superiore persino a quello spagnolo (adesso anche di quello portoghese e vicino ai livelli della Grecia) e la bassa crescita dell’economia. Risultato? Nonostante l’Italia abbia fatto meglio di tutte le altre grandi economie d’Europa sul piano dei conti pubblici, fuorché della sola Germania, chiudendo i bilanci con un deficit pari o inferiore al limite massimo del 3% sin dal 2012, i mercati finanziari non hanno di certo premiato gli sforzi e il pil reale è rimasto inferiore ai livelli pre-crisi del 2007, unico caso tra tutte le principali economie avanzate del pianeta. Vi stupite che il malcontento abbia portato al governo gli euroscettici?

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E i “primi della classe”, quelli della risatina del 2011? La Germania si è comportata da secchiona, raggiungendo il pareggio di bilancio già nel 2013 e chiudendo i conti pubblici in attivo sin dal 2014. Il suo debito pubblico, che nel 2012 aveva toccato il picco dell’82% rispetto al pil, ha ripiegato verso il 60%. La crescita economica non è stata entusiasmante, pari alla media del 2%, ma tanto le è bastato per ridurre il tasso di disoccupazione ai minimi dalla caduta del Muro di Berlino, mentre l’occupazione supera il 75% nella fascia di età lavorativa tra i 15 e i 64 anni, superiore di ben 17 punti rispetto al tasso attuale in Italia, che pure giace ai massimi storici. Il “boom”, se così possiamo definirlo, è stato trainato dalle esportazioni, che ormai si attestano intorno al 7-8% del pil, al netto delle importazioni.

E la Francia? Un’altra storia. Il debito pubblico di Parigi è esploso di 450 miliardi tra il 2011 e il 2017, 100 più di quello dell’Italia. E la crescita del pil è risultata mediamente dell’1% all’anno. Il governo ha tagliato il deficit sotto il 3% massimo del Patto di stabilità per la prima volta dal 2007 solo lo scorso anno, salvo avvertire pochi mesi fa che per il 2018 dovrebbe stagnare al 2,6% per via di una crescita del pil inferiore alle attese e che nel 2019 verrà fissato al 2,8%, percentuale rivista al rialzo da lunedì sera di almeno mezzo punto percentuale, a seguito delle promesse di Macron ai francesi dopo le violente proteste dei “gilet gialli”. E una cosa accomuna il giovane presidente alla cancelliera: l’estrema impopolarità.

Potrebbe sembrare paradossale, ma Frau Merkel è detestata ormai da gran parte dei suoi stessi elettori, a causa sia della sciagurata decisione del 2015 di aprire le frontiere a un milione di profughi in pochi mesi, sia della sua leadership senza risposte sui temi europei. L’opinione pubblica tedesca è stata sfamata per anni dai governi di Berlino a colpi di cliché sui partner dell’Eurozona, per cui vi sarebbero gli stati del sud “spendaccioni” e “irriformabili” e quelli del nord virtuosi grazie alle riforme economiche varate. Piccole verità e grandi menzogne sono state mescolate per creare una narrazione, che è finita per ritorcersi contro la stessa Germania, paralizzandone le scelte decisionali sull’euro.

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Ora Francia e Germania sono fonti di guai per l’euro

I gilet gialli e il crollo di Mutti non sono tra loro storie slegate, anzi! Le riforme economiche inserite nell’agenda macroniana appaiono in sé molto fondate, una risposta di medio-lungo termine alla scarsa competitività della Francia e all’ipertrofia della sua sfera pubblica. Tuttavia, come per l’Italia, esse si mostrano ancora più indispensabili per l’assenza di meccanismi di riequilibrio delle asimmetrie economiche dentro l’unione monetaria. Non solo non esistono più i tassi di cambio capaci di compensare l’eventuale perdita di competitività di uno stato verso gli altri, ma l’Eurozona non si è voluta nemmeno dotare di criteri di redistribuzione in favore delle economie in crisi. Per cui, o gli stati rilanciano la competitività agendo sulla sola domanda aggregata interna (tagliandola) o sono destinati al declino costante e inesorabile.

Queste problematiche sono state accresciute dalla Germania, che avvalendosi di una moneta relativamente debole per la sua economia, ha potuto segnare record su record con le esportazioni, accompagnando i surplus commerciali con altri surplus fiscali, finendo per “esportare disoccupazione” nel resto dell’area. Se, anziché puntare il dito sulle effettive inefficienze del sud, la Merkel avesse contribuito a risolvere i problemi dell’unione monetaria con l’istituzione di meccanismi di trasferimento della ricchezza e di garanzia sui debiti sovrani dei singoli stati, oppure avesse evitato di chiudere i bilanci tedeschi così fortemente in attivo, in modo da sostenere la domanda interna a beneficio delle esportazioni dei partner, il parziale sollievo avrebbe probabilmente provocato minori tensioni sociali, finanziarie e politiche nell’area, nell’interesse della stessa Germania. Adesso, invece, proprio l’esplosione delle tensioni da nord a sud per lo stato sub-ottimale in cui versa l’euro, ha creato le condizioni perfette per alimentare l’euroscetticismo persino tra i tedeschi, i quali hanno voltato le spalle alla cancelliera e al suo partito.

La Francia di queste settimane protesta contro le riforme resesi obbligate per stimolare la crescita, in conseguenza di una Germania dei surplus, oggetto di disappunto anche all’infuori della UE, come dimostrano i toni di astio del presidente americano Donald Trump contro Berlino. A sua volta, i tedeschi si mostrano incapaci di deviare dalla loro impostazione fiscale, in quanto è troppo diffuso tra di loro il pregiudizio che gli altri stati dell’area stiano sfruttando la Germania per vivere al di sopra delle proprie capacità, quando altrove si racconta l’esatto contrario, ovvero che le imprese tedesche si siano avvantaggiate dell’euro per vendere i loro prodotti all’estero. E così, l’avere additato l’Italia come capro espiatorio di ogni nefandezza nell’Eurozona è servito solo a spostare l’attenzione dai problemi strutturali per alcuni anni. Ma i nodi sono arrivati al pettine e le narrazioni di comodo non convincono più nessuno, mentre mai come adesso l’euro rischia di schiantarsi contro un malcontento praticamente dilagante e imperante ovunque. I patti, i vincoli e gli accordi a nulla servono, se le condizioni di vita dei popoli non migliorano in tempi umani. E l’asse franco-tedesco, che ha retto le sorti dell’Eurozona sin dalla sua previsione, si è rivelato del tutto inadeguato a gestirla alla minima crisi e sembra destinato ad essere rottamato da forze incoerenti, contrastanti e disgreganti in netta avanzata.

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Argomenti: Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Francia, Germania