Come Draghi ha dato ieri una mano all’Italia con lo spread

Draghi ha dato ieri una mano all'Italia sullo spread, pur confermando che la BCE non interverrà a sostegno del nostro debito pubblico, non rientrando nel suo mandato. Ecco le parole che aiutano il governo Conte.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Draghi ha dato ieri una mano all'Italia sullo spread, pur confermando che la BCE non interverrà a sostegno del nostro debito pubblico, non rientrando nel suo mandato. Ecco le parole che aiutano il governo Conte.

L’Italia è stata ieri il tema dominante della conferenza stampa di Mario Draghi dopo il board della BCE. Le domande dei giornalisti gli sono state rivolte essenzialmente tutte sul problema dello spread, sul rischio di contagio e su cosa potrebbe fare Francoforte. Il governatore ha risposto senza pathos, dosando bene ogni parola e il bilancio che ne è scaturito può considerarsi complessivamente positivo per il nostro Paese, come ha segnalato lo spread BTp-Bund a 10 anni, che ieri ha chiuso in lieve calo, pur sempre sui 310 punti base. Anzitutto, l’istituto ha confermato che i tassi rimarranno fermi fino all’estate prossima e pur ribadendo nel comunicato ufficiale che il “quantitative easing” cesserà di esistere da gennaio, ha anche aggiunto che “il mix degli strumenti” monetari potrà essere rivisto “se occorre”. A tale proposito, è stato importante il riferimento ai “rischi bilanciati”, perché Draghi ha lasciato intendere che una loro ridefinizione vi sarebbe nel caso in cui le prossime proiezioni macro per l’Eurozona fossero più deboli di quelle fornite a settembre. In sostanza, ha rinviato per dicembre, in occasione dell’ultimo board dell’anno, una parole definitiva su QE e traiettoria sul “tapering”.

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Qualcuno gli ha chiesto se l’uscita dall’accomodamento monetario non rischi per caso di aumentare gli spread. Il governatore ha risposto notando che condizioni monetarie più restrittive appaiono neutre da questo punto di vista, per cui gli spread si muoveranno sulla base delle “emissioni nette di debito” dei vari stati membri. Come dire, chi più fa deficit, maggiore il rischio di ritrovarsi con rendimenti dei bond in ascesa rispetto agli altri. Nello specifico sull’Italia, egli ha invitato le parti ad abbassare i toni, così come aveva fatto un paio di settimane fa. Il suo appello coinvolge la Commissione europea quando sollecita a non metter in discussione “la cornice istituzionale dell’euro”, perché se da un lato il governo giallo-verde rassicura quasi quotidianamente che non intende portare l’Italia fuori dall’unione monetario, dall’altro i commissari se ne escono spesso con dichiarazioni dai toni apocalittici, che non fanno che aggravare la percezione del nostro debito pubblico sui mercati.

Allo stesso tempo, Draghi ha spronato Roma a mettere in atto politiche che combattano lo spread, chiarendo che non è nel suo mandato “finanziare i deficit” dei governi (nemmeno nel caso di ricorso all’OMT, ha specificato, sarebbe questo l’obiettivo di Francoforte) e notando come, per il momento, non si abbiano segni di contagio verso altri mercati nazionali dei bond. Per la seconda volta, poi, si è detto fiducioso che un accordo tra Italia e Commissione verrà raggiunto. Poco dopo, chiarirà che la sua sarebbe una sensazione dovuta al buon senso e parlerà di necessità di “convergenza” delle parti. Anche in questo caso, quindi, Draghi ha voluto indirettamente sottolineare come non solo Roma, bensì pure Bruxelles abbia il dovere di andare incontro alle richieste della controparte.

Savona insoddisfatto di Draghi

Il ministro delle Politiche europee, Paolo Savona, non si è mostrato affatto soddisfatto dell’intervento del governatore, si sarebbe aspettato toni decisi a sostegno del nostro debito sovrano, sostenendo che da un lato la BCE ha avocato a sé poteri di vigilanza sulle grandi banche dell’area, dall’altro non esercita i doveri che gli derivano da tale compito, visto che l’innalzamento dello spread erode i ratios patrimoniali degli istituti detentori dei nostri BTp, per cui calmierare lo spread serve proprio a difendere la stabilità del sistema bancario italiano. Savona, tuttavia, quasi si corregge quando aggiunge che bisogna assegnare maggiori poteri alla BCE, sostanzialmente riconoscendo che, allo stato attuale e con questo mandato, Draghi non avrebbe potuto dire una sola parola in più a sostegno dell’Italia. Lo stesso QE, pur favorendo i conti pubblici, è stato formalmente studiato e pensato solo per centrare l’unico obiettivo di Francoforte, ossia un tasso d’inflazione nel medio termine “vicino, ma poco inferiore al 2%”.

Nessun dettaglio è emerso su come verranno impiegati i proventi dei titoli nel portafoglio della BCE e giunti a scadenza dal prossimo anno. Da mesi si parla di “operazione twist”, con cui l’istituto si concentrerebbe sugli acquisti di titoli più longevi, in modo da abbassare i costi di lungo periodo a carico dei governi e consentire loro il consolidamento dei debiti sovrani, pur in un ambiente di rialzo dei tassi. Per il momento, l’aspetto positivo della conferenza stampa di ieri resta quell’ostentato ottimismo sul raggiungimento di un accordo tra Roma e Bruxelles e l’indiretto invito ai commissari a cedere qualcosa anch’essi nella trattativa. Basterà? Vedremo nelle prossime settimane. Siamo lontanissimi da una Francoforte che scenda in campo a calmierare gli spread e a fornire coperture ai debiti sovrani. Per quello servirebbe un accordo politico a modifica dello statuto della BCE, scenario ad oggi inverosimile.

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Argomenti: Bce, Crisi del debito sovrano, Debito pubblico italiano, Economia Europa, Economia Italia, Mario Draghi, quantitative easing, Spread, stimoli monetari