Crisi Venezuela, anche Coca Cola ferma la produzione: manca lo zucchero

Coca Cola ferma la produzione in Venezuela, dove imperversa una grave crisi economica e politica. Si temono rivolte violente. Il paese è sfinito, manca di tutto e l'inflazione è alle stelle.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Coca Cola ferma la produzione in Venezuela, dove imperversa una grave crisi economica e politica. Si temono rivolte violente. Il paese è sfinito, manca di tutto e l'inflazione è alle stelle.

Coca Cola, stop a produzione in Venezuela. Manca lo zucchero. Coca Cola ha annunciato il lunedì scorso di essere costretta a sospendere temporaneamente la produzione di bevande in Venezuela, a causa della carenza di zucchero. Il portavoce della società, Kerry Tressler, ha assicurato che gli impianti potrebbero tornare in funzione al più presto, il tempo di accumulare scorte sufficienti di zucchero, ma non ha indicato alcuna tempistica. Si tratta solo dell’ultima società di una lunga lista ad avere annunciato lo stop alla produzione. Il paese andino è alle prese con una gravissima carenza di ogni bene primario, a causa del combinato tra controllo amministrato dei prezzi, inflazione esplosiva e insufficienza di dollari per le importazioni. Secondo un sondaggio pubblicato sul Miami Herald, ad aprile l’86% dei venezuelani intervistati avrebbe risposto di avere comprato “meno” o “molto meno” cibo di prima, mentre solo il 54% ha ammesso di mangiare 3 volte al giorno.

Crisi Venezuela appare senza fine

La mortalità infantile negli ospedali pubblici è stimata oggi nel Venezuela 100 volte più alta di 3 anni fa, quando era appena arrivato alla presidenza Nicolas Maduro, dopo la morte per cancro di Hugo Chavez, al potere sin dal 1999, segno che le condizioni di vita dei 30 milioni di abitanti starebbero deteriorandosi velocemente. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il pil sarebbe diminuito lo scorso anno del 5,7% e l’economia resterebbe in recessione almeno fino al 2019, mentre l’inflazione dovrebbe schizzare quest’anno fino al 720%. Le riserve valutarie, a causa di un cambio ufficiale irrealistico, sono implose a poco più di 12 miliardi di dollari, ai minimi dal 2003.      

Crisi bolivar contribuisce al caos

Sul Simadi, la piattaforma del governo per lo scambio di valuta locale contro dollari, servono quasi 480 bolivar per un biglietto verde, mentre al mercato nero oltre 1.030. La forbice tra i due mercati si sta riducendo, da quando il governo ha nelle scorse settimane consentito al Simadi di sforare la soglia di 200:1 per la prima volta dal maggio 2015, mese di debutto del nuovo cambio semi-libero. La carenza di beni primari, cibo in primis, sta provocando focolai di proteste qua e là nel paese, tanto che Maduro ha decretato lo stato d’emergenza contro un possibile colpo di stato ordito da potenze straniere. In verità, i sondaggi indicherebbero che il 70% dei venezuelani vorrebbe che si dimettesse. In attesa che il Consiglio Elettorale Nazionale si esprima sulle 1,85 milioni di firme raccolte dalle opposizioni per chiedere la fine anticipata del mandato del presidente, si temono violenze, che potrebbero esplodere in maniera rabbiosa e incontrollata man mano che gli scaffali dei negozi si svuoteranno sempre più. Sono in pochi gli analisti a prevedere che Maduro riuscirà a portare a termine il mandato fino al 2019, anche se le opposizioni potrebbero avere ben poco da rallegrarsi, visto che nel caso di una sua cacciata, a sostituirlo vi sarebbe il vice, anch’egli appartenente al partito socialista del fu Chavez. Dunque, l’impostazione non cambierebbe granché, anche se è probabile che il successore si mostrerebbe più pragmatico.      

Timori per violenze

Nel tentativo di impedire una rivolta sanguinaria, il principale leader dell’opposizione, Henrique Capriles, ha lanciato un messaggio ai militari nei giorni scorsi, invitandoli ora o mai più a scegliere di schierarsi o con la Costituzione o con Maduro. Per quanto l’insofferenza monti presso tutte le classi sociali, il governo si è assicurato la fedeltà dei vertici militari con alcune promozioni mirate, volte a garantire che i soldati non siano spinti a solidarizzare con i manifestanti nei casi di rivolta contro l’esecutivo. Il caos politico-istituzionale si somma a quello economico ed è evidente come non vi sia una sola società straniera disposta a investire nel paese o anche solo a mantenervi attivi gli impianti. Fatto sta, che sembra essere svanita la speranza tra gli investitori di una svolta, dopo che le opposizioni avevano conquistato per la prima volta dal 1999 la maggioranza dei seggi in Parlamento (oltre i due terzi). Il “chavismo” potrebbe uscire di scena solo con un bagno di sangue.    

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Argomenti: Altre economie, Crisi del Venezuela, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti