Germania oggi un po’ italiana con la crisi politica e la Giamaica resta lontana

La cancelliera Merkel potrebbe anche rinunciare a formare il prossimo governo. Oggi, i tre partiti al tavolo delle trattative faranno il punto, ma la Germania resta in piena confusione politica.

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La cancelliera Merkel potrebbe anche rinunciare a formare il prossimo governo. Oggi, i tre partiti al tavolo delle trattative faranno il punto, ma la Germania resta in piena confusione politica.

Le elezioni federali in Germania si sono tenute il 24 settembre scorso e alla faccia dell’efficienze teutonica, non si ha ancora nemmeno idea se un nuovo governo a Berlino possa formarsi, quando tra una settimana saranno passati due mesi esatti dal voto. Da un mese, i conservatori della cancelliera Angela Merkel intavolano trattative con altri due partiti, i liberali della FDP e i Verdi, al fine di dare vita alla prima maggioranza a tre al Bundestag dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. E’ definita dai giornali di tutto il mondo la possibile coalizione “Giamaica”, dai colori delle tre formazioni, che coincidono con quelli della bandiera dello stato americano. Oggi, i vertici dei tre schieramenti si vedranno per fare il punto della situazione e decidere una volta per tutte se proseguire il negoziato o se prendere atto che le differenze sarebbero incolmabili e tali da non consentire di governare assieme. (Leggi anche: Germania, dimissioni Merkel possibili dopo 40 giorni senza governo)

Nulla appare scontato, perché le divisioni appaiono nette su temi cruciali, riflettendo le diverse sensibilità e la necessità di ciascuno di non mostrarsi cedevole verso gli altri. La CDU-CSU ha riportato il peggiore risultato dal 1949 con un tonfo al 33%, mentre i liberali hanno più che raddoppiato i consensi al 10%, tornando al Bundestag, e i Verdi li hanno aumentati di poco attorno all’8,5%.

La prima differenza notevole si ha sulla lotta ai cambiamenti climatici. I Verdi, che dell’ambientalismo fanno una bandiera, chiedono al chiusura di 20 impianti di carbone, al fine di centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, tagliando le emissioni inquinanti di CO2 di 90-120 milioni di tonnellate. Conservatori e liberali ritengono, invece, che le stime siano molto più basse, nell’ordine di 32-66 milioni.

E aprono semmai disponibili alla chiusura di non oltre una decina di impianti per la produzione di carbone, con l’eccezione dei bavaresi della CSU, partito gemello di quello di Frau Merkel, che non si mostrano favorevoli a una simile concessione.

Migranti, Europa e tasse

Non è meno divisivo il capitolo immigrazione. I conservatori hanno raggiunto al loro interno un accordo per limitare a 200.000 all’anno gli ingressi massimi di profughi. I liberali approvano la restrizione, pur ambendo a una cifra più flessibile e compresa tra 150.000 e 250.000 all’anno. I Verdi, al contrario, chiedono che per almeno i prossimi due anni vengano facilitati i ricongiungimenti familiari, stimando i nuovi arrivi in poche decine di migliaia all’anno, mentre i due potenziali partners di governo temono che gli afflussi salirebbero di centinaia di migliaia ogni anno.

C’è, poi, l’Europa. Tutti pro-euro e pro-Bruxelles, ma con accenti abbastanza variegati. I Verdi abbracciano le proposte di riforma della UE e dell’Eurozona, in particolare, del presidente francese Emmanuel Macron. I conservatori sarebbero disponibili a negoziare con Parigi un bilancio comune e un unico ministro delle Finanze nell’unione monetaria, al fine di esercitare la leadership tedesca, mentre i liberali sono netti: niente condivisione di rischi sovrani e bancari con chicchessia; niente più bailouts di stati e banche; chi vuole stare nell’euro, deve rispettare i vincoli di bilancio o addio.

Sulle tasse, non vi sarebbero minori distanze. I liberali chiedono un taglio di 30 miliardi all’anno, ma avrebbero già trovato un compromesso con i conservatori per ottenerne almeno uno di 15. I Verdi puntano a favorire i redditi bassi e temono che il taglio delle tasse favorisca i ceti più abbienti. Inoltre, i liberali hanno fatto campagna per abrogare la “Soli”, la tassa di solidarietà applicata sin dalla riunificazione delle due Germanie sui redditi dichiarati dai contribuenti residenti nei Laender occidentali e finalizzata a finanziare gli investimenti infrastrutturali nella ex DDR.

I Verdi appaiono contrari, sostenendo che non vi sarebbero così risorse sufficienti per sostenere gli investimenti per la digitalizzazione. I conservatori sarebbero disponibili a una eliminazione progressiva dal 2019. Il tema è caldo, perché riflette anche la eterogeneità degli elettorati: molto concentrata ad ovest per la FDP, più omogeneo per la CDU-CSU, che ha preso una batosta, però, a settembre proprio nei Laender orientali, superata in diverse aree dagli euro-scettici dell’AfD. (Leggi anche: Germania dell’est tradita dal quarto governo Merkel?)

Le alternative di Frau Merkel

Cosa succede se i tre partiti non riuscissero a trovare un’intesa tra oggi e domani? Le alternative in mano alla cancelliera sarebbero essenzialmente tre: ricercare una ennesima alleanza – la terza dal 2005 – con i socialdemocratici della SPD, ancora partners nel governo uscente. Tuttavia, l’opzione appare poco probabile, perché il segretario Martin Schulz ha escluso una nuova Grosse Koalition e ha annunciato che il suo partito, reduce dal peggiore risultato di sempre con poco più del 20% dei consensi, passerà all’opposizione.

A questo punto, restano altre due strade. La prima sarebbe la formazione di un governo di minoranza. Ora, se consideriamo che nel 2013 la CDU-CSU mancò la maggioranza assoluta dei seggi al Bundestag per appena 3 seggi e che allora escluse l’ipotesi di un governo di minoranza per ragioni di stabilità, appare ancora meno comprensibile che compiesse un simile passo adesso, quando i conservatori detengono appena un terzo dei seggi e si trovano alla loro destra un partito euro-scettico con circa il 13% dei seggi, pronto a farli a brandelli a ogni minimo errore politico commesso. Certo, sarebbe pensabile, invece, che il governo di minoranza fosse formato insieme ai liberali, ma esso rimarrebbe per quattro anni in balia delle opposizioni, che per ragioni di consenso non farebbero nemmeno tanti sconti alla cancelliera.

Ecco, quindi, che si affaccia, almeno come ipotesi teorica non improbabilissima, quella delle elezioni anticipate. Il problema sarebbe, però, un altro: ammesso che si torni a votare, cambierebbero granché gli equilibri tra i vari schieramenti? Il rischio sarebbe duplice: risultati fotocopia di quelli del settembre scorso o, persino peggio per Frau Merkel, un’ulteriore avanzata dell’AfD e potenzialmente ai danni della sua CDU-CSU.

Ecco perché, tra oggi e domani, i tre partiti partecipanti al negoziato dovranno trovare per forza di cose un accordo. Non ne nascerà un governo forte, ma frutto di mediazioni realizzate col bilancino. Ad aiutarli vi sono quei 30 miliardi di attivo di bilancio stimati, che quanto meno consentono alle parti di attingere a risorse per soddisfare i rispettivi elettorati. Per l’Europa, la Germania sarà un leader confuso, impacciato, introverso, non decisionista e forse pure paralizzato al suo interno. Lo scenario peggiore che potesse capitare per Bruxelles. (Leggi anche: Con Merkel debole, l’Europa rischia di perdere altri 4 anni)

 

 

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