Clausole di salvaguardia addio? Contro aumenti di IVA e accise servono 20 mld

Clausole di salvaguardia, un'ipoteca sul futuro dell'Italia. Il governo Renzi promette di abolirle, ma nel frattempo rischia di farne scattare per 20 miliardi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Clausole di salvaguardia, un'ipoteca sul futuro dell'Italia. Il governo Renzi promette di abolirle, ma nel frattempo rischia di farne scattare per 20 miliardi.

Gli italiani sanno che i loro conti pubblici non sono floridi e che il debito è alto, ma non sono in molti ad essere consapevoli che sulle loro teste pende una spada di Damocle di quasi 20 miliardi di euro al 2018. A tanto ammontano le clausole di salvaguardia. Molti storceranno il naso dinnanzi a questa espressione dal significato oscuro, ma che vi spiegheremo con estrema semplicità e franchezza. In questi ultimi anni di crisi del debito sovrano, conseguenza del collasso della finanza prima e dell’economia dopo, i governi italiani, così come quelli del resto d’Europa, hanno dovuto fare i conti con un peggioramento dei saldi fiscali, ovvero con un aumento dei deficit, anche molto al di sopra del tetto massimo consentito dalla UE, pari al 3% del pil.

Clausole di salvaguardia, cosa sono

Al fine di rientrare nei limiti e di assicurare una discesa graduale del peso del debito, l’Italia ha dovuto impegnarsi con un piano pluriennale credibile di tagli alla spesa e di aumenti delle imposte, a garanzia del risanamento dei conti pubblici. Tuttavia, sin dall’ultimo governo Berlusconi non è stato sempre possibile impegnarsi sin da subito con misure dettagliate per gli anni seguenti, considerando che l’aggiustamento del bilancio ha richiesto il varo di manovre per decine di miliardi di euro, aumentate con il tracollo del pil e, quindi, delle entrate tributarie. Per garantire alla Commissione europea il raggiungimento dei target fiscali concordati per gli anni seguenti, i governi nel tempo si sono vincolati all’adozione di cosiddette clausole di salvaguardia. Cosa sono? L’Italia promette ai commissari di riuscire a migliorare i suoi conti nell’anno X di un tot miliardi. Se entro una certa data prefissata, non risultano varate le misure necessarie per raggiungere tale obiettivo, automaticamente scattano aumenti di imposte, come IVA e accise, che copriranno l’ammanco.      

Espedienti deprimenti per l’economia

La ratio alla base di questi espedienti è duplice: da un lato, guadagnare tempo, rassicurando l’Europa, dall’altro rappresentano un incentivo allo stesso governo a fare di tutto perché scattino le clausole, in quanto ciò darebbe vita ad aumenti impopolari delle tasse. In verità, l’unico vero risultato di queste misure è stato ad oggi la generazione di incertezza sul mercato. Pensate a un’impresa, che dovrebbe programmare la produzione e le vendite in Italia, ma non sa se per effetto di tali clausole, l’IVA applicata sui beni e i servizi ceduti sarà più alta e di quanto. Pensate anche a una famiglia, che non riesce a capire se tra pochi mesi o al massimo qualche anno scatteranno aumenti a raffica dell’IVA e delle accise sul carburante, tali da rendere più costosa la loro vita. E’ evidente che questa incertezza deprimi gli investimenti e i consumi.

Governo promette: mai più queste clausole

D’altra parte, non è che i governi in Italia abbiano dimostrato maggiore virtù negli ultimi tempi. Al contrario, quello in carica ha rinviato di anno in anno tutti i target fiscali precedentemente concordati con la Commissione, arrivando a usufruire della massima flessibilità possibile e concedibile, spostando di 12 mesi l’entrata in vigore delle clausole di salvaguardia, che già dall’anno prossimo potrebbero ammontare a oltre 15 miliardi, quasi l’1% del pil. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha promesso di recente di mandare in soffitta una volta per tutte il ricorso a questi trucchi negoziali, che rappresentano un cappio al collo dell’economia nazionale, pronto ad essere stretto in automatico al mancato raggiungimento degli obiettivi.      

Pressione fiscale rischia di esplodere con clausole salvaguardia

Facile a dirsi, ma con quasi 20 miliardi da coprire nei prossimi due anni appare un esercizio sempre più difficile da attuare. Vediamo nel dettaglio cosa rischiano i contribuenti italiani. Dall’anno prossimo, o il governo Renzi trova 15,1 miliardi o dovrà riempire il “buco” con un aumento dell’aliquota IVA sui beni primari dal 10% al 13% (+7 miliardi attesi) e di quella più alta dal 22% al 24% (+8,2 miliardi attesi). Dal 2018 dovranno essere reperiti altri 4,4 miliardi, che il governo si è impegnato eventualmente a trovare in un ennesimo aumento dell’IVA dal 24% al 25%, nonché gravando le accise sul carburante di altri 350 milioni. Cosa significano nel concreto queste clausole? Il massacro dell’economia italiana: nuovo tonfo dei consumi, peggioramento della fiducia di imprese e famiglie, deterioramento dei conti pubblici, necessità di nuove misure di risparmio di spesa e/o di aumenti delle imposte. Insomma, il circolo vizioso dal quale non sembriamo uscire da decenni si riproporrebbe con maggiore forza nei prossimi anni. Rinunciare finalmente alle clausole di salvaguardia sarebbe solo un beneficio per l’Italia, a patto di mostrarsi credibile con i partner europei e i mercati sugli impegni a medio-lungo termine. E qui sta il punto di maggiore debolezza del nostro paese, l’incapacità di tenere fede agli impegni pluriennali, che costringe chi sta dall’altra parte del tavolo delle trattative a sollecitarci di prestare garanzie con automatismi demenziali, dato che aumenterebbero la pressione fiscale in un paese già ai vertici delle classifiche internazionali, quando necessiteremmo azioni di contenimento della spesa pubblica.  

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Argomenti: clausole di salvaguardia, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia