City contro petrolio a Londra: i soldi dei sauditi non comprino le nostre regole!

L'affare del secolo potrebbe subire un nuovo rallentamento tra divisioni interno all'Arabia Saudita e contestazioni dei fondi verso la City. In ballo decine di miliardi di dollari con l'IPO di Aramco, la compagnia petrolifera di Riad.

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L'affare del secolo potrebbe subire un nuovo rallentamento tra divisioni interno all'Arabia Saudita e contestazioni dei fondi verso la City. In ballo decine di miliardi di dollari con l'IPO di Aramco, la compagnia petrolifera di Riad.

Era il gennaio del 2016, quando il giovane Principe Mohammed bin Salman annunciava la quotazione entro il 2017 di Aramco, la compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita, scioccando persino i vertici della stessa. Il 5% di questa gallina dalle uova d’oro, dalle riserve per 266 miliardi di barili – le seconde più grandi al mondo dopo quelle del Venezuela – dovrebbe essere ceduto sul mercato entro la fine dell’anno prossimo, stando ai piani del regno, che hanno spostato in avanti l’appuntamento, data l’IPO a dir poco impegnativa che attenderà i mercati di tutto il mondo.

Riad valuta Aramco 2.000 miliardi di dollari, per cui ipotizza di ricavare 100 miliardi dalla quotazione di appena un suo ventesimo di capitale. Secondo i calcoli del Financial Times, invece, il valore reale della compagnia si attesterebbe intorno ai 1.000 miliardi (range 880-1.100 miliardi). In ogni caso, il 5% di 1.000 miliardi farebbe 50 miliardi di introiti, l’IPO più grande di sempre. (Leggi anche: Petrolio vale davvero $2.000 miliardi per i sauditi?)

La quotazione dovrebbe avvenire quasi certamente alla Borsa di Riad, ma con IPO secondarie anche a New York, Singapore, Hong Kong e Londra. Servono mercati molto liquidi, in grado di assorbire l’elevata offerta, senza che la cessione ai privati si traduca in un flop. E quale migliore mercato di Londra, hub finanziario per eccellenza e ultimamente anche allettante per la finanza islamica, avendo aperto ai Sukuk, le obbligazioni compatibili con la Sharia, la legge penale disposta dal Corano?

City divisa su IPO Aramco a Londra

Ad aprile, il premier britannico Theresa May si è recato dai Saud per convincerli di quotare Aramco a Londra. Il Regno Unito avrebbe bisogno come l’aria di un evento del genere, in modo da smentire le cassandre, che vedono fosco per il futuro finanziario del paese dopo la Brexit. Eppure, a non volere che il petrolio saudita fluisca nella City sono stavolta proprio i fondi d’investimento, specie quelli indicizzati, che all’inizio del mese, riuniti nella Investment Association, hanno scritto alla Financial Conduct Authority, la Consob britannica, chiedendole di non accettare alcuna deroga alle regole della finanza londinese, tra cui quella per la quale il flottante minimo debba essere del 25%.

Aramco cederà sul mercato appena il 5% del capitale, ma i fondi di Londra non accettano che il governo e parte della finanza stessa sarebbero disposti a derogare alla previsione, in nome dell’accoglienza di un immenso flusso di capitali atteso. All’authority, tali fondi hanno chiarito che la ragione per cui la regola del 25% sia stata introdotta e dovrebbe essere mantenuta senza eccezione stia nella tutela degli interessi degli azionisti di minoranza.

Se la monarchia saudita continuasse a detenere il 95% del capitale della compagnia petrolifera, come si potrà mai pensare che la voce degli azionisti possa avere un peso sulle scelte aziendali? Il timore lievita ulteriormente, pensando che Aramco fornisce ancora oggi il 70% delle entrate fiscali a Riad, grazie alle sue estrazioni quotidiane per 10 milioni di barili, di cui i tre quarti esportati. (Leggi anche: Ecco i numeri impressionanti dell’IPO di Aramco)

Scontro tra fondi e banche d’investimento

I fondi indicizzati, poi, temono che l’inserimento di Aramco tra i titoli azionari del listino Ftse 100 possa spostarne eccessivamente il peso sul comparto energetico, esponendolo alle oscillazioni delle quotazioni petrolifere e alle tensioni mediorientali. Un fatto non gradito per quanti investono in tale listino e sarebbero costretti a comprare anche le azioni della compagnia saudita, di cui ancora non si conoscono i dettagli della struttura finanziaria, essendo stata ad oggi gestita in maniera molto efficiente, ma anche nell’assoluta riservatezza.

Nella City si scontrano così due interessi contrapposti: il primo, di quanti (vedasi le banche d’investimento potenzialmente beneficiarie delle laute commissioni sul collocamento del capitale) vedono nell’IPO la possibilità di sfruttare le potenzialità di una compagnia, che si distingue per dimensioni gigantesche e una buona gestione; il secondo, di quanti vorrebbero far rispettare le regole, non fini a sé stesse, bensì per tutelare i diritti e il peso degli azionisti. Anche perché, spiegano, le dimensioni dell’IPO non sarebbero una ragione sufficiente per pretendere che la percentuale offerta sul mercato sia fissata inferiore a quella minima imposta, altrimenti l’eccezione dovrebbe riguardare tutte le grandi società, con tendenziale affievolimento dei diritti dell’azionariato.

E a inizio mese, il Wall Street Journal pubblicava un articolo, secondo il quale vi sarebbe a Riad una divisione tra manager aziendali e famiglia reale sulla borsa in cui dovrebbe avvenire la quotazione secondaria. I primi vorrebbero evitare gli USA, citando il rischio di esporsi a potenziali “class actions” contro la società, in conseguenza della struttura legale americana. Al contrario, la famiglia dei Saud propenderebbe proprio su Wall Street, sia per ragioni politiche (Riad e Washington sono alleati storici, come di recente ha confermato la visita di successo del presidente Donald Trump proprio in Arabia Saudita), sia perché ritengono che per dimensioni, solo l’America potrebbe assicurare quella liquidità tale da rendere l’IPO un evento senza problemi di particolare natura. (Leggi anche: Mondo islamico accoglie Trump con mega-accordi miliardari)

Pesano anche basse quotazioni petrolio

In verità, l’IPO di Aramco potrebbe anche essere rinviata ulteriormente per ragioni prettamente finanziarie. Le quotazioni del petrolio sono scivolate sotto i 50 dollari, quando a quest’ora sarebbero dovute essere sui 60 dollari per le previsioni disattese dei sauditi. Meno vale il petrolio sui mercati internazionali e minore sarà anche il valore della compagnia che lo estrae e lo commercializza nel mondo. Per questo, Riad potrebbe attendere che l’accordo OPEC sul taglio della produzione spiri al marzo dell’anno prossimo e se verificasse prezzi ancora bassi, potrebbe decidere di prorogare nel frattempo l’accordo per la seconda volta e spostare al 2019 la cessione del 5% in borsa.

Già a marzo, nel tentativo di rendere più appetibili le azioni future della compagnia, la monarchia aveva tagliato le imposte sugli utili di Aramco dall’85% al 50%. Pur restando la tassazione molto elevata, il passo compiuto dal Re Salman e, in particolare, dal figlio Mohammed, numero due del regno, va nella direzione auspicata dagli investitori.

Un’ulteriore normalizzazione del peso fiscale potrebbe arrivare negli anni futuri, quando verranno gradualmente attuate le riforme contemplate dal “Saudi Vision 2030” e svelate nella primavera dello scorso anno, tese a sganciare l’economia saudita dalla dipendenza verso il petrolio entro la fine del prossimo decennio. A Riad si parla apertamente di come il petrolio non sia la risorsa del futuro, per cui si cerca di capitalizzarne i benefici al massimo fino a quando ciò sarà ancora possibile. (Leggi anche: Piano saudita da 2.000 miliardi: tasse tagliate al 50%)

 

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