Cinque provvedimenti sull’economia che hanno segnato la legislatura

Quali sono stati i cinque provvedimenti di questa legislatura, che hanno avuto un impatto maggiore sull'opinione pubblica o sull'economia?

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Quali sono stati i cinque provvedimenti di questa legislatura, che hanno avuto un impatto maggiore sull'opinione pubblica o sull'economia?

Il presidente Sergio Mattarella ha sciolto le Camere e ha indetto nuove elezioni politiche per il 4 marzo prossimo. E’ tempo, quindi, di fare un bilancio della legislatura appena conclusasi e iniziata formalmente nel marzo del 2013, successivamente al rinnovo del Parlamento, avvenuto alla fine di febbraio, che esitò la vittoria di misura del PD e degli alleati di Sel sul centro-destra, ma senza la maggioranza assoluta dei seggi al Senato, nonostante la prima formazione per numero di consensi fosse stato il Movimento 5 Stelle.

Tasi anche sulle prime case

Il governo guidato dal premier Enrico Letta dura in carica meno di dieci mesi, ovvero dall’aprile 2013 al febbraio 2014. Poco per esprimere un giudizio approfondito. Il provvedimento forse più importante per l’impatto che ebbe sull’opinione pubblica forse è stato quello che con la legge di Stabilità 2014 ha istituito la Tasi, ovvero la Tassa sui servizi indivisibili. Su pressione dell’allora PDL, che era entrato nell’esecutivo, Letta rimise mano all’IMU, l’imposta sugli immobili, comprese le prime abitazioni, che era stata ripristinata per queste ultime dal governo Monti. La Tasi esordì tra l’assoluta impopolarità e la confusione sulle aliquote, anche perché sin da subito sono stati i contribuenti a dovere provvedere al calcolo. La vera rivoluzione della Tasi ha consistito nell’addossare parte dell’onere anche all’affittuario, in qualità di soggetto che usufruisce dell’immobile. Il Comune ha diritto alla metà del gettito fiscale complessivo nell’anno sul presupposto che esso gli serva per il finanziamento dei servizi indivisibili, come l’illuminazione pubblica, la sicurezza. La legge di Stabilità 2016 ha soppresso la Tasi sulle prime abitazioni. (Leggi anche: Tasi, Scelta Civica chiede rinvio pagamento a giugno)

80 euro

E veniamo al governo Renzi, partito in quarta con la famosa legge sugli 80 euro al mese in busta paga, noti anche come bonus Irpef Renzi. Per aumentare il potere di acquisto degli italiani, colpiti pesantemente dalla crisi economica più lunga e pesante dalla Seconda Guerra Mondiale, il nuovo esecutivo decide di erogare 80 euro al mese ai lavoratori dipendenti (prima a quelli del settore privato, ma con la legge di Stabilità 2015, la misura fu estesa ai dipendenti pubblici) con reddito minimo lordo annuo di 8.000 euro e massimo di 24.000 euro.

Dai 24.000 ai 26.000 euro, il bonus viene erogato in via decrescente e in proporzione al reddito fino ad annullarsi. Trattasi di una detrazione sul piano formale, che si rivela subito molto popolare, se è vero che forse si deve ad essa il risultato straordinario ottenuto dal PD alle elezioni europee nel maggio 2014, quando contrariamente a tutti i sondaggi, il partito ottiene il 40,8%. (Leggi anche: Il bonus Irpef degli 80 euro non stimola i consumi)

Jobs Act

E sin dalle prime settimane di governo, Matteo Renzi inizia a mettere in atto il suo programma sulla riforma della legislazione del lavoro, introducendo il cosiddetto Jobs Act, attraverso due provvedimenti, rispettivamente varati a marzo e dicembre del 2014 e attuati sin dai primi mesi del 2015. Il Jobs Act è forse il provvedimento in materia economica più significativo non solo di questa legislatura ormai finita, bensì degli ultimi anni, in generale. Esso crea tutele crescenti per i lavoratori dipendenti del settore privato, consentendo alle imprese di assumerli a tempo indeterminato senza l’obbligo di soggiacere per i primi tre anni all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello che prevede il divieto di licenziamento senza giusta causa e l’obbligo di reintegro nei casi di infrazione per le imprese dai 15 dipendenti in su.

Un’altra parte forse persino più allettante per le imprese ha riguardato la totale decontribuzione per i primi tre anni dalla data di assunzione, parziale per le assunzioni avvenute nel 2016. Il Jobs Act ha stimolato all’impatto le assunzioni a tempo indeterminato e l’occupazione, ma già dallo scorso anno, con il venir meno degli incentivi, si è rivelato di breve efficacia, anche se resta una pietra miliare per le riforme economiche degli ultimi anni, rivendicato con orgoglio dal suo più accanito sostenitore, l’ex premier Renzi. (Leggi anche: Referendum Jobs Act, a rischio unica vera riforma di Renzi)

Decreto salva-banche

E arriviamo al 22 novembre 2015.

Il governo Renzi, in sintonia con Bankitalia, varia il cosiddetto decreto salva-banche, forse segnando l’inizio della propria irreversibile crisi politica. Con il provvedimento, vengono salvati quattro istituti sull’orlo del collasso, ovvero Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. Le azioni e le obbligazioni subordinate di queste banche vengono azzerate, anticipando la disciplina sul “bail-in”, che sarebbe entrata in vigore dall’1 gennaio successivo. I crediti deteriorati furono appioppati alle “good banks” al 17,5% del loro valore nominale, scatenando una crisi di fiducia in borsa sulle valutazioni a bilancio degli Npl per le altre banche. Migliaia di risparmiatori rovinati per avere perso l’intero valore dell’investimento danno vita a una rumorosa campagna mediatica contro il governo, che forse si rivela più che efficace nel contribuire ad affossare il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. (Leggi anche: Obbligazioni subordinate MPS, quanto hanno perso dal decreto salva-banche?)

Salvataggio MPS e banche venete

Infine, un altro decreto sulle banche. Stavolta, a vararlo è il neo-premier Paolo Gentiloni, che eredita la guida dell’esecutivo da Renzi dopo la bocciatura delle riforme istituzionali per via referendaria. Vengono stanziati 20 miliardi di euro per salvare altre banche, MPS in primis, ma anche le due banche venete in difficoltà: Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Gli strascichi di tali salvataggi hanno caratterizzato proprio le ultime settimane di legislatura, con l’ex premier Matteo Renzi e il suo braccio destro Maria Elena Boschi sul banco degli imputati di parte dell’opinione pubblica proprio sul caso banche e, in particolare, su Etruria. Va detto, che se le azioni bancarie italiane erano arrivate a perdere quasi il 60% dal novembre 2015 all’estate del 2016, nell’ultimo anno sono risalite mediamente del 16%. (Leggi anche: Crisi banche, tutti gli errori del tragico Padoan)

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