Cina, yuan e borsa in rialzo sul voto USA: perché Pechino non ha paura?

La Cina non ha paura di Trump, anzi sembra persino essere contenta della sua vittoria. E lo yuan si rafforza, così come la Borsa di Shanghai sale. La politica del nuovo presidente potrebbe comportare diversi benefici per Pechino.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cina non ha paura di Trump, anzi sembra persino essere contenta della sua vittoria. E lo yuan si rafforza, così come la Borsa di Shanghai sale. La politica del nuovo presidente potrebbe comportare diversi benefici per Pechino.

La vittoria di Donald Trump alle elezioni USA di martedì sarebbe dovuta essere una pessima notizia per la Cina, la quale, invece, non solo sembra ignorarne le conseguenze, ma si attende persino sviluppi positivi con il nuovo inquilino alla Casa Bianca. Eppure, il candidato repubblicano ne ha dette di ogni su Pechino, accusandola di essere un “manipolatore” del cambio, tanto da arrivare a proporre dazi del 45% sulle importazioni di merci cinesi. Non c’è stato discorso di Trump, in cui non abbia pronunciato la parola “Cina”, chiaramente per esternare la sua opposizione a un’economia, che distruggerebbe posti di lavoro negli USA, vendendo merci a basso costo e attraverso metodi di dumping. Molti “colletti blu” del Rust Belt lo hanno votato proprio per questa sua veemenza contro i cinesi.

E sapete come ha reagito lo yuan alla riapertura dei mercati il mercoledì mattina? Con un guadagno dello 0,4% contro il dollaro, mentre la Borsa di Shanghai ha guadagnato fino alla chiusura di ieri mattina lo 0,75%. Ce ne sarebbe stato per creare tensioni finanziarie nella seconda economia del pianeta, già indispettita con Europa e USA per il mancato riconoscimento del suo status economico di mercato. (Leggi anche: Crisi acciaio, Cina segna un punto: vicino status di mercato)

Governo cinese temeva più Clinton

Pechino reclama di essere considerata un’economia effettivamente di mercato, a distanza di 15 anni dal suo ingresso nell’Organizzazione del Commercio Mondiale e il portavoce del Ministero del Commercio, Shen Danyang, ha esternato tutto il suo disappunto per la decisione di Bruxelles di prevedere una clausola sulla “eccessiva distorsione dei prezzi”, facendo riferimento a quelli internazionali, per i casi in cui scatti il sospetto che la Cina pratichi politiche di dumping. (Leggi anche: Cina, economia di mercato o causa di dumping?)

Quanto all’elezione di Trump, il governo cinese si è limitato a fare appello alla collaborazione, senza particolari patemi d’animo. Com’è possibile? In effetti, il gotha del Partito Comunista al potere non sembra affatto dispiaciuto per la vittoria di Trump, avendo temuto di ritrovarsi alla Casa Bianca la ben meno accomodante Hillary Clinton, di cui si ricordano già negli anni Ottanta i discorsi all’ONU contro il mancato rispetto dei diritti umani in Cina.

 

 

 

Trump contrario al TTP

Trump ha segnalato di non volersi impicciare negli affari in casa d’altri, ripiegando verso un orgoglioso isolazionismo. Già questa è una buona notizia per i cinesi, che mal sopportano la presenza “ingombrante” degli USA nel sud-est del Pacifico. Di più: Trump è contrario al TTP (“Trans-Pacific Partnership”), un accordo di libero scambio tra 12 paesi del Pacifico, siglato un anno fa e che non comprende volutamente la Cina. L’amministrazione Obama lo ha fortemente voluto per cercare di circondare commercialmente il Dragone asiatico, opponendogli un’area economica quasi alternativa.

Il nuovo presidente potrebbe quanto meno ridurre la portata del TTP e alla sola idea i cinesi appaiono più che soddisfatti. Per non parlare, poi, del fatto che Trump vorrebbe persino ridurre la presenza militare americana nell’area. Se lo facesse, a Pechino si starebbe lo champagne. (Leggi anche: Il Trans-Pacific Partnership accerchia la Cina)

Esportazioni cinesi a rischio?

Tuttavia, il possibile contraccolpo derivante da un rallentamento delle esportazioni verso gli USA e la possibile imitazione anche dell’Europa di misure protezionistiche simili non sarebbe una notizia, che la Cina dovrebbe prendere alla leggera. Nel 2015, ha esportato verso gli USA qualcosa come 367 miliardi di dollari netti, corrispondenti a oltre il 3% del suo pil. Verso la UE, le esportazioni nette sono state pari a 180 miliardi di euro, un altro 2% del pil.

Tra USA ed Europa, quindi, ci sono in ballo 5 punti di pil, che quand’anche non fossero messi totalmente a rischio, andrebbero ad intaccare il principale driver della crescita cinese, già in rallentamento ai minimi dal 1990. Le esportazioni cinesi sono diminuite verso il resto del mondo del 7,7% nei primi 10 mesi dell’anno, le importazioni del 7,5%. Poiché tali dati rispecchiano, però, il deprezzamento dello yuan, al netto di questo dato si hanno cali più contenuti, pari rispettivamente al 2% e all’1,8%; ma pur sempre di segno meno si tratta. (Leggi anche: Trump o Clinton, dollaro e Cina prossime vittime)

 

 

 

Buone notizie per le commodities

Un dazio del 45% sulle importazioni di beni cinesi non sarebbe, però, così popolare come appare. Significherebbe un aumento dei prezzi per i consumatori americani, compresi gli stessi che hanno votato Trump per ottenere un maggiore protezionismo. E non è detto che a fronte di questo costo sarebbero creati nuovi posti di lavoro negli USA, dato lo stato di piena occupazione nel paese, che spingerà più in alto i salari nei prossimi anni, rendendo meno allettante per le imprese trasferire quote di produzione verso l’America.

Infine, la Cina potrebbe avere un altro buon motivo per sorridere. Il piano economico di Trump prevede grossi investimenti in infrastrutture. Se mantenesse fede alle promesse, l’America avrà bisogno nei prossimi anni di maggiori quantità di materie prime, tra cui l’acciaio, uno dei settori maggiormente in crisi negli ultimi tempi e per il quale proprio i cinesi sono accusati di averne colpito i prezzi, gonfiando la produzione ed esportandone gli eccessi di offerta. Vuoi vedere che quello che avrebbe dovuto essere il nemico di Pechino potrebbe diventare un suo alleato involontario? (Leggi anche: Guerra commerciale dell’acciaio)

 

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Argomenti: Economia USA, Economie Asia, economie emergenti, Rallentamento dell'economia cinese, valute emergenti