Riserve valutarie cinesi sotto 3.000 mld e lo yuan non potrà che indebolirsi

Le riserve valutarie cinesi sono scese sotto i 3.000 miliardi per la prima volta da oltre 5 anni. E lo yuan potrebbe indebolirsi a oltre un cambio di 7 contro il dollaro.

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Le riserve valutarie cinesi sono scese sotto i 3.000 miliardi per la prima volta da oltre 5 anni. E lo yuan potrebbe indebolirsi a oltre un cambio di 7 contro il dollaro.

Per la prima volta da oltre cinque anni, le riserve valutarie della Cina sono scese sotto la soglia dei 3.000 miliardi di dollari, attestandosi alla fine di gennaio a 2.998 miliardi, dopo avere ceduto 12,3 miliardi nel mese, in decelerazione dai -41 miliardi segnati a dicembre. E così, in appena due anni, le riserve sono diminuite di 833 miliardi, arretrando decisamente dal picco di quasi 4.000 miliardi, che era stato toccato nella metà del 2014.

Alla base di questo trend negativo vi è l’ingente deflusso di capitali, che sta riguardando la seconda economia del pianeta da un anno e mezzo, durante il quale avrebbero preso la via dell’estero circa 1.200 miliardi.

La People’s Bank of China sta cercando di porre rimedio a una simile situazione, sbarazzandosi di buona parte dei Treasuries detenuti e scendendo così al secondo posto dopo il Giappone nella lista dei principali creditori dell’America. Non una decisione politica, insomma, legata al cambio dell’amministrazione a Washington, bensì la necessità di fermare il deprezzamento del cambio con la vendita di assets in valuta straniera, dopo che lo yuan ha perso nel 2016 il 6,6% contro il dollaro, il peggiore risultato dal 1994. (Leggi anche: Cina, yuan chiude il peggior anno dal 1994)

Yuan atteso più debole

In queste prime settimane dell’anno, però, lo yuan ha recuperato lo 0,9%, anche se al costo di imporre restrizioni sui capitali e di intaccare proprio le riserve, che lo strategist di Ubs, Wayne Gordon, si attende scendano a 2.700-2.800 miliardi entro l’anno, mentre il cambio tra yuan e dollaro dovrebbe finire a 7,2, implicando un ulteriore indebolimento di quasi il 4,5% rispetto ai livelli attuali.

Proprio le prospettive negative sul cambio cinese terrebbero alla porta i capitali stranieri. In pochi decidono di investire in assets denominati in yuan, se ci si attende che perda valore. Paradossalmente, le misure adottate dalla PBoC per evitare che il cambio s’indebolisca ancora starebbero rallentando la stabilizzazione dei movimenti finanziari, perché fino a quando il mercato ritiene che lo yuan resti sopravvalutato, non tornerà a portare i suoi denari in Cina.

(Leggi anche: Cambio cinese ha toccato il fondo?)

Riserve cinesi continueranno a scendere

Piaccia o meno all’amministrazione Trump, quindi, Pechino dovrà consentire nei prossimi mesi una fase di deprezzamento del cambio, se non vorrà assistere a un allontanamento della ripresa dei ri-afflussi dei capitali. In teoria, anche una svalutazione one-off, ancora più marcata della serie effettuata nell’agosto del 2015, potrebbe arrestare i deflussi, convincendo gli investitori che il punto più basso per il cambio sarebbe stato toccato. Difficile, però, che sia un’azione possibile, sia per gli sconvolgimenti finanziari globali che provocherebbe, come la tristemente nota seduta del 24 agosto 2015 ci rammenta, sia per le ire, che scatenerebbe nel presidente Donald Trump, che potrebbe presto tacciare la Cina di manipolare il cambio, similmente a quanto sinora fatto con Germania e Giappone.

Quanto alle riserve valutarie, la soglia dei 3.000 miliardi era più psicologica che altro, anche se gli analisti non concordano sul livello minimo, al di sotto del quale potrebbero scatenarsi reazioni finanziarie anche violente contro Pechino. Non è escluso, che in questa fase i deflussi accelerino, prima che si arrestino, una volta che lo yuan abbia toccato il fondo, specie se la Federal Reserve continuerà ad alzare i tassi USA. E la Cina continuerà a vendere Treasuries, accentuandone la risalita dei rendimenti. (Leggi anche: Germania e Cina alleate contro Trump)

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