Cina, debito imprese gigantesco e il governo vara il piano per tagliarlo

Il debito corporate in Cina è diventato abnorme e il governo vara un piano per convertirlo in azioni. Banche e aziende chiamate a porre fine a una bolla finanziaria esplosiva.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il debito corporate in Cina è diventato abnorme e il governo vara un piano per convertirlo in azioni. Banche e aziende chiamate a porre fine a una bolla finanziaria esplosiva.

Il Consiglio di Stato di Pechino, l’organo esecutivo della Cina, ha annunciato un piano per abbassare l’immenso debito delle imprese del paese, schizzato al 169% del pil dal 105% del 2005, ovvero a 18.000 miliardi di dollari, portando l’indebitamento totale (pubblico e privato) al 247% del pil di fine 2015, quando era ancora al 165% dieci anni prima. Le misure sono frutto di un coordinamento con la People’s Bank of China, il Parlamento e i ministri economici del governo, oltre che con i rappresentanti delle authority di controllo sulle imprese statali.

I policy makers cinesi hanno preso formalmente atto che il debito delle imprese nel paese è più elevato di quello delle altre grandi economie mondiali, per cui hanno varato un piano di conversione in azioni, il cosiddetto “debt-for-equity swaps”. (Leggi anche: Cina verso la crisi, come gli USA nel 2008)

Banche cinesi esposte a crediti eccessivi

Esso prevede che le società possano convertire il loro debito verso le banche in capitale, chiaramente raggiungendo un accordo con i creditori. Questi ultimi non sono obbligati ad accettare, mentre è fatto divieto di conversione in favore delle aziende “zombie”, ovvero quelle che presumibilmente sono destinate a chiudere nel prossimo futuro e che, quindi, sfrutterebbero il piano solo per non pagare le scadenze e allungare l’agonia finanziaria.

Affinché la conversione possa avere successo, il Consiglio di Stato sta ricercando come soluzione l’istituzione di agenzie apposite, che faranno da tramite tra aziende e banche per la conversione dei debiti. Gli istituti cederanno loro i crediti verso le aziende coinvolte e saranno, poi, proprio le agenzie ad occuparsi della conversione, finanziandosi sul mercato, anche ricorrendo all’emissione di obbligazioni. In sostanza, i crediti delle banche cinesi verrebbero cartolarizzati, similmente a quanto si tenta di fare in questi mesi in Italia con la cessione degli Npl o crediti deteriorati. (Leggi anche: Cina, scricchiola debito corporate)

 

 

 

Debito imprese cinesi insostenibile in molti casi

Gli organismi pubblici renderanno noti anche i criteri necessari per accedere al piano di conversione, mentre hanno chiarito che lo stato non si farebbe, in ogni caso, carico delle perdite subite eventualmente dalle agenzie, avvertendo che come dimostra l’esperienza all’estero per casi analoghi, il “debt-for-equity swaps” può anche essere a volte un flop. Confermato anche che lo stato lascerà fallire le aziende in crisi finanziaria, in modo da introdurre la disciplina del mercato. Infine, la conversione del debito in azioni avverrà ai prezzi di mercato, cosa che implica la possibilità per le agenzie di subire perdite rilevanti, che si tradurrebbero in un prezzo tendenzialmente basso pagato per rilevare le sofferenze dalle banche. (Leggi anche: In Cina occhio alla Reaganomics)

Secondo una recente analisi Reuters, un quarto delle imprese cinesi nella prima metà di quest’anno avrebbe riportato utili troppo bassi per anche riuscire solo a coprire le scadenze finanziarie, un fatto che sta allarmando il governo di Pechino, che fiuta il rischio di un’esplosione della bolla finanziaria, dopo anni di boom di credito facile.

Da mesi, ad esempio, i regolatori del mercato in Cina hanno chiesto alle banche di cessare i finanziamenti in favore sia delle imprese finanziariamente deboli, sia di quelle statali più inefficienti, in quanto queste ultime tendono a mostrare una performance deludente e a spiazzare gli investimenti privati (effetto “crowding-out”).

 

 

 

Rallenta economia cinese

I policy makers hanno altresì rassicurato che il deleveraging sarà accompagnato da una soluzione per l’eccesso della capacità produttiva cinese. Facile a dirsi, difficile da farsi, se è vero che il governo non sta affatto assecondando alcun taglio della produzione di acciaio, nonostante gli eccessi di offerta in Cina abbiano provocato un crollo dei prezzi sul mercato siderurgico mondiale, nei mesi scorsi, tanto da avere ottenuto come reazione l’elevazione di barriere doganali altissime negli USA e adesso anche da parte della UE. (Leggi anche: Cina economia di mercato o causa di dumping?)

A complicare lo scenario c’è il rallentamento dell’economia cinese in corso, che rende quanto mai necessaria cautela da parte di Pechino nell’adottare politiche di contenimento del credito, che hanno alimentato il pil nell’ultimo decennio. Per quest’anno, la Cina dovrebbe espandersi tra il 6,5% e il 7%, il ritmo più basso degli ultimi 26 anni.

 

 

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Argomenti: bolla finanziaria, Economie Asia, Rallentamento dell'economia cinese