Il ciclo rialzista dei tassi negli USA è quasi finito? E dovremmo preoccuparci?

I rendimenti dei Treasuries americani sono in discesa da settimane e Citi taglia le previsioni sul trentennale. E se la Federal Reserve stesse per terminare il ciclo restrittivo sui tassi?

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I rendimenti dei Treasuries americani sono in discesa da settimane e Citi taglia le previsioni sul trentennale. E se la Federal Reserve stesse per terminare il ciclo restrittivo sui tassi?

Nell’ultimo mese, i rendimenti decennali dei Treasuries americani sono crollati dal 2,88% al 2,74%, mentre quelli a due anni risultano di poco saliti dal 2,24% al 2,26%. I primi sono scesi così ai minimi da oltre due mesi. Di fatto, la curva delle scadenze si sta appiattendo, un fatto che tipicamente annuncerebbe l’arrivo di una recessione economica negli USA. A dire il vero, di segnali che lascino presagire una crisi imminente presso la prima economia mondiale non ve ne sarebbero. Il pil è stato rivisto da poco in rialzo al +2,9% annuo nell’ultimo trimestre del 2017 e non si esclude un’accelerazione per il primo trimestre di quest’anno, grazie anche al taglio delle tasse voluto dall’amministrazione Trump. Di fatto, negli ultimi tre trimestri certificati, la crescita tendenziale americana ha accelerato a circa il 3%. Questo, mentre il mercato del lavoro continua a creare occupazione e il tasso di disoccupazione, già al 4,1%, è atteso scendere di diversi decimali da qui ai prossimi trimestri. Nel frattempo, l’inflazione si è portata al target, ma senza brusche accelerazioni e mantenendosi sempre intorno al 2%.

Tra gennaio e febbraio avevamo assistito a un’impennata dei rendimenti americani ai massimi da 4 anni sui timori di reflazione, ovvero della fine della cosiddetta “goldilocks economy”, quel mix tra crescita e bassa inflazione, che si traduce in un optimum per le famiglie, segnalando aumento di potere d’acquisto e condizioni monetarie ancora molto accomodanti. Nelle ultime settimane, specie dopo che i dati sui salari a febbraio hanno allontanato tali timori, i Treasuries sono tornati a guadagnare e i rendimenti a scendere, a dire il vero anche sulle brevi scadenze, tenuto conto che il 20 gennaio scorso i biennali avevano sfiorato il 2,35%. Tuttavia, da allora lo spread 10/2 anni si è ristretto di una decina di punti base.

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Nei giorni scorsi, gli analisti europei di Citi hanno tagliato le loro previsioni sul trentennale americano al 2,85% entro la fine dell’anno. Si consideri che il titolo al momento rende il 2,98%, ma anch’esso in calo dal picco del 3,22% di un mese e mezzo fa. Sono interessanti le parole utilizzate dalla banca per giustificare la previsione: “I tassi a lungo di solito raggiungono il picco prima della Fed. L’idea che staremmo per porre fine a un andamento bullish di svariati decenni non è fondata, perché tassi più alti colpiscono gli assets a rischio e successivamente l’economia”. In altre parole, i tassi americani avrebbero raggiunto già il loro picco massimo, anticipando non una stretta, bensì un allentamento delle condizioni monetarie da parte della Fed.

Davvero siamo alla vigilia di una recessione americana?

In effetti, il rialzo, pur minimo, dei rendimenti a breve e la discesa di quelli a lungo presupporrebbe aspettative ribassiste sui tassi: il mercato compra titoli a lungo, i cui prezzi tendono a beneficiare maggiormente di tassi più bassi e anche per impegnare liquidità su scadenze più lontane a rendimenti maggiori di quelli attesi per il futuro. Ma se così fosse, allora la Fed starebbe per cessare gli aumenti dei tassi USA? L’istituto stima di alzarli altre due volte quest’anno, tre volte nel 2019 e due nel 2020. A questo punto, i tassi da qui alla fine del 2020 sono attesi al 3,4%, il doppio dei livelli attuali. Evidentemente, il mercato non starebbe più comprando questa versione. Una causa di tale diffidenza risiederebbe nella statistica: l’economia americana è in espansione già da 8 anni e questa sarebbe la durata media del ciclo di crescita negli ultimi decenni.

Certo, viviamo in tempi eccezionali, anche perché mai le banche centrali si erano spinte a sostenere le rispettive economie con politiche così accomodanti. I tassi reali americani restano negativi, pur in presenza di una disoccupazione ai minimi dal Millennio e di un pil in aumento di almeno il 2,5%, tant’è che vi abbiamo spiegato nelle settimane scorse, come il rialzo dei rendimenti tra gennaio e inizio marzo fosse verosimilmente da addebitare non tanto alla previsione di una politica monetaria più restrittiva sotto il nuovo governatore Jerome Powell, quanto alla fuga dei capitali da bond ormai fin troppo cari, considerando che per quanto bassa sia l’inflazione, i rendimenti tendano ad essere poco remunerativi persino sulle lunghe scadenze.

Dobbiamo preoccuparci? Sì, se queste previsioni ribassiste avessero ragione. Immaginiamo che l’economia americana, che pesa quanto quasi un quarto di quella mondiale, iniziasse ad entrare in recessione da qui a breve, quando ancora non si sarebbe nemmeno concluso il ciclo restrittivo dei tassi. La Fed dovrebbe tornare a tagliarli, ma avrebbe scarso raggio di manovra, visto che li ha alzati appena sei volte dal dicembre 2015 (compreso). A quel punto, i tassi negativi non sarebbero più uno scenario fanta-finanziario, come del resto la stessa Fed ha fatto intendere di recente. A volerla dire tutta, sembra che la Yellen prima e Powell adesso stiano cercando da tempo di prepararsi più a una crisi che non alla reflazione, spingendo in alto i tassi, così da poterli abbassare adeguatamente all’occorrenza. Insomma, un modo per mettere munizioni a una pistola altrimenti quasi scarica. Questo spiegherebbe perché il dollaro abbia perso mediamente il 5,5% in 5 mesi e Wall Street abbia subito una correzione rispetto ai massimi di gennaio. Che ci si prepari a un peggioramento del quadro macroeconomico?

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Argomenti: Economia USA, Fed, tassi USA