Il Venezuela perde Chavez, quale futuro per il paese?

Il leader rivoluzionario si è spento dopo una lunga malattia lasciando un incolmabile vuoto di potere. Quali scenari si apriranno per la successione e quale sarà il destino del paese sudamericano?

di Mirco Galbusera, pubblicato il
Il leader rivoluzionario si è spento dopo una lunga malattia lasciando un incolmabile vuoto di potere. Quali scenari si apriranno per la successione e quale sarà il destino del paese sudamericano?

Il Venezuela ha perso il suo leader carismatico in seguito a un tumore contro cui ha lottato per due anni. Hugo Chavez, morto ieri sera,  è stato uno dei leader più noti dell’America Latina antimperialista, vera e propria spina nel fianco di Washington quasi come il lider maximo cubano. Per 14 anni al potere, Chavez non nascondeva la tentazione di voler guidare il Venezuela fino al 2031 per completare la rivoluzione bolivariana.  

Morte Chavez: quali saranno le mosse della nuova leadership venezuelana

Su tutti i fronti, dall’economia alla società, dalla politica alla cultura, ha cambiato radicalmente la faccia del Paese. Cosa succederà adesso? Tutti si domandano se il vuoto lasciato ai vertici del potere statale troverà un adeguato successore, ma in tanti cominciando a credere che molte cose cambieranno d’ora in poi. La nuova leadership venezuelana sarà inesorabilmente tentata dal rivedere le proprie relazioni commerciali con Cuba, che è stata aiutata con forniture di petrolio a prezzi troppo di favore dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica, ma anche con il resto dell’America Latina e con la potente Cina. Se non altro perché anche il Venezuela, a dispetto di enormi risorse energetiche, soffre per la stagnazione economica e le forti disuguaglianze sociali interne alle quali Chavez avrebbe dovuto dare adeguata risposta dopo la sua rielezione per un mandato presidenziale fino al 2019.  

La monocultura del petrolio non basta al Venezuela

  venezuelapetrolio L’economia venezuelana è prevalentemente basata sull’industria petrolifera: circa il 75% delle entrate dello stato ha origine da quel settore. Tuttavia, nonostante il tipo di industria occupi una porzione così massiccia del reddito nazionale (95%), solo il 3% della popolazione è impiegato nel settore. Negli ultimi decenni, in conseguenza alla crisi petrolifera mondiale, anche in Venezuela ha iniziato a sfruttare maggiormente le risorse minerarie come ferro, bauxite e carbonio, presenti in ingenti quantità nel sottosuolo del paese. La favorevole posizione geografica e la presenza di fiumi navigabili aperti sul mare ha reso possibile lo sviluppo delle transazioni commerciali con il resto del continente. Ma ciò non basta a consolidare un’economia che rimane strutturalmente debole e dipendente dalla domanda di paesi importatori di petrolio, come si può vedere dalla sua moneta, il bolivar venezuelano che tre mesi fa ha perso il 46% a seguito della svalutazione adottata dal governo di Caracas per passare dal bolivar fuerte al vecchio bolivar nazionale (da 4,30 a 6,30) minacciando di aggravare ulteriormente l’instabilità della società venezuelana alle prese con un’iperinflazione. Del resto i problemi economici del paese sudamericano sono noti da tempo: dall’arrivo di Chavez al potere, il Pil del Venezuela è cresciuto da 91 a 338 miliardi di euro (+270%). Un buon risultato, ma non così brillante se confrontato con il prezzo del petrolio, balzato nello stesso periodo da 17 dollari a 100 dollari al barile (+488%).  

Il Venezuela spende le proprie risorse per le forze armate e per aiutare i paesi amici

Cosa succederà adesso? Esperti ed economisti ritengono che finché il prezzo del petrolio rimarrà alto, intorno ai 100 dollari al barile (il Venezuela è un membro dell’Opec), problemi di approvvigionamento di valuta straniera non ce ne saranno e il Venezuela potrà continuare a impiegare i petrodollari per finanziare importanti piani di sviluppo per gli strati più bassi della popolazione. La ricetta, per quanto efficace, finora ha prodotto grandi riforme nel settore dell’alfabetizzazione, della sanità, ma anche grandi diseguaglianze sociali e povertà a tutto vantaggio della macchina statale, delle forze armate e dell’aiuto ai paesi stranieri. In sette anni, più di 100 miliardi di  dollari sono andati a finire alla Fonden, società costituita nel 2005 per gestire fondi governativi, e che ha investito molto nel debito di paesi esteri, come l’Ecuador, Cuba, l’Argentina, l’Honduras. O ancora, nell’industria edilizia statale per garantire 2,7 milioni di abitazioni per i meno abbienti. Manca però un tessuto industriale diverso da quello petrolifero, un’industria manifatturiera e una rete commerciale interna moderna in grado di attutire eventuali contraccolpi da una caduta del prezzo del greggio.  

Il debito pubblico del Venezuela è nelle mani di Pechino

  images Il debito pubblico venezuelano è sempre più grande e soprattutto in mani straniere. La Cina detiene più di 42 miliardi di dollari di obbligazioni emesse dallo Stato e dalla compagnia petrolifera statale PDVSA e la dipendenza potrebbe aumentare, dato che Pechino ha sempre più bisogno di greggio e il Venezuela, che detiene le maggiori riserve al mondo, glielo fornisce. Un giogo che potrebbe rivelarsi fatale se improvvisamente la Cina dovesse interrompere le relazioni commerciali con il futuro assetto politico venezuelano, dopo la scomparsa di Chavez il cui obiettivo era quello di innalzare la capacità produttiva fino a raddoppiarla a 6 milioni di barili di petrolio al giorno entro il 2018 (2,7 nel 2011) avvicinandola a quella dell’Arabia Saudita (11,1 milioni al giorno) per attuare quelle profonde interne di cui il Venezuela ha disperatamente bisogno.

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