Ceto medio italiano rimasto senza rappresentanza?

Elezioni vicine, ma il ceto medio italiano da chi sarebbe rappresentato? Veloce carrellata per analizzare il mutamento in atto.

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Elezioni vicine, ma il ceto medio italiano da chi sarebbe rappresentato? Veloce carrellata per analizzare il mutamento in atto.

Tra poche settimane, l’Italia tornerà alle urne per rinnovare il Parlamento e per quanto l’appuntamento potrebbe non essere in sé concludente, complice una legge elettorale disfunzionale, esso servirà a segnalare il grado di rappresentanza di ciascuna delle quattro coalizioni in campo, ovvero centro-destra (Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e altri), Movimento 5 Stelle, PD e alleati, sinistra di Liberi e Uguali. La prima appare con il vento in poppa, viaggiando intorno al 35% dei consensi secondo i sondaggi, mentre i grillini si attesterebbero poco sotto il 30%, il PD sarebbe scivolato a meno del 24% e la sinistra capeggiata da Pietro Grasso sarebbe, invece, risalita al 6-7%.

Vale la pena chiedersi quale delle suddette coalizioni rappresenterebbe le istanze del ceto medio italiano. Anzitutto, cos’è il ceto medio? Nessuna reale definizione univoca, ma la consapevolezza che esso esprimerebbe i valori prevalenti e numericamente il corpo maggioritario di una società, l’ossatura di un’economia. Da esso vi sarebbero esclusi le classi più povere da una parte e le famiglie più ricche dall’altro, rappresentando questi le ali estreme di una società, tali da non captarne i valori e le ambizioni. Ad occhio e croce, l’80-85% della popolazione italiana sarebbe ceto medio, anche se per un recente sondaggio di Swg, solo un italiano su tre si sentirebbe di appartenervi. (Leggi anche: Quella classe media che in Italia non esiste più: rapporto Demos)

Il ritorno di Berlusconi

Detto ciò, chi possiamo immaginare rappresenti oggi il ceto medio italiano? Il centro-destra deve il suo successo nella Seconda Repubblica proprio a tale capacità del suo leader Silvio Berlusconi, politicamente più volte morto e risorto per il fiuto fuori dal comune verso le istanze dell’uomo comune.

Con la condanna definitiva subita nel 2013 e la successiva esclusione dal Senato della Repubblica, nonché per l’avvento al governo di Matteo Renzi, si è a lungo pensato che fosse in atto un passaggio del testimone dal centro-destra al PD, da Berlusconi al giovane premier, ma tale opinione sembrerebbe essere stata seppellita proprio durante quest’anno agli sgoccioli. Sempre Swg ha trovato il mese scorso che tra quanti si dichiarano del ceto medio, il 35,2% voterebbe il centro-destra, il 28% il Movimento 5 Stelle, il 25,4% l’attuale maggioranza e il 7% la sinistra. A conti fatti, il ceto medio o anche solo chi pensa di farvi parte sembra interpretare grosso modo i sentimenti più generali del Paese.

Berlusconi è tornato in testa nei sondaggi, grazie a quel proverbiale fiuto, che lo spinge a mostrarsi critico verso le istituzioni europee, specie sulla gestione del fenomeno immigrazione, ma senza toni esasperati, mentre può capitalizzare parte dello scontento di imprese e famiglie per una pressione fiscale che non scende, una povertà che sale e un’assenza di lavoro cronica tra i giovani e non solo. Da qui, il suo programma economico, che in poche battute può riassumersi in pensioni minime a 1.000 euro, reddito di dignità anch’esso a 1.000 euro al mese, flat tax e decontribuzione per le assunzioni dei più giovani. (Leggi anche: Pensioni minime e reddito a 1.000 euro, flat tax: 3 proposte economiche di Berlusconi)

In questi punti, troviamo un mix di tematiche liberali tipiche del suo repertorio elettorale (taglio delle tasse e incentivi per il lavoro), ma che forse vengono oscurate stavolta da tematiche più sociali, come l’aumento delle pensioni minime e il reddito garantito a 1.000 euro. Nessun accenno all’esigenza di liberare energie con le liberalizzazioni, nessuno nemmeno sulla necessità di privatizzare almeno parte degli assets statali. Insomma, Berlusconi torna protagonista con un programma meno liberale di un tempo, ma che non per questo non sembrerebbe intercettare gli umori di una fetta non minoritaria della popolazione italiana.

Il PD renziano delle riforme

Passiamo al PD. Le riforme hanno caratterizzato il corso renziano, nonostante proprio i democratici abbiano condotto dall’opposizione una battaglia feroce contro i governi del centro-destra su temi come flessibilità del lavoro, taglio della spesa pubblica, taglio delle tasse, pensioni e riduzione della burocrazia. Ma quelli erano altri tempi. L’attuale segretario ha stravolto i connotati identitari del partito, ma con il risultato di avere alienato l’area più di sinistra del PD, esponendosi adesso al calo dei consensi proprio al centro e in favore del centro-destra, che sembra attirare gli elettori in fuga da Renzi. In realtà, molte delle riforme del governo di quest’ultimo sono parse pasticciate, incomplete come il Jobs Act, opinabili come sulle banche, confuse e non meditate, come quelle istituzionali, bocciate a furor di popolo. Eppure, proprio sulle riforme Renzi si era giocato la carta della rappresentanza del ceto medio, che a sua volta aveva assecondato il giovane leader al suo debutto al governo, in occasione delle elezioni europee.

Di quel Leitmotiv è rimasta solo una difesa a giorni alterni dell’Europa, in chiave anti-euroscettica, che il PD ancora ritiene essere l’unica grande arma a sua disposizione per accreditarsi nelle stanze dei bottoni a Bruxelles dopo le elezioni. (Leggi anche: Perché Renzi ha già perso e il ceto medio voterà Berlusconi o Grillo)

La lotta anti-casta di Grillo

E passiamo all’M5S. La lotta al sistema, alla corruzione, ai privilegi della “casta”, all’Europa dei banchieri è da anni la chiamata attorno al quale gli uomini di Beppe Grillo radunano piazze affollate e strappano consensi crescenti a ogni tipo di elezione. Sulle politiche fiscali regna la confusione, con l’orientamento dei pentastellati a oscillare tra il taglio delle tasse e della spesa pubblica a toni forcaioli contro gli evasori e a proposte assistenziali, come il reddito di cittadinanza e criteri meno rigidi per andare in pensione. Sul lavoro, i grillini non sposano la linea della flessibilità, in ciò non interpretando le istanze del variegato mondo delle partite IVA.

Infine, la sinistra. Qui, manca persino la volontà di rappresentare il ceto medio, ponendosi l’area politica oggi guidata da Grasso l’obiettivo di intercettare il consenso tra le fasce più deboli della popolazione, puntando su temi come la lotta alla precarietà del lavoro, il potenziamento dello stato sociale, la redistribuzione della ricchezza con un’imposizione fiscale più progressiva e finanche con l’introduzione di un’imposta patrimoniale, ma invocando anche lo “ius soli” per i figli degli immigrati nati in Italia e l’apertura delle frontiere verso i migranti. (Leggi anche: La sinistra italiana ha trovato l’anti-Renzi)

E’ cambiato il ceto medio

Escludendo che Liberi e Uguali possa rappresentare il grosso del ceto medio, cosa ne è degli altri? Per quanto sopra accennato, pur molto sinteticamente, tutte e tre le principali coalizioni contengono spunti in grado di attirare il ceto medio, anche se la contesa sembra perlopiù tra centro-destra e PD, mentre i grillini sarebbero di gran lunga più capaci di captare il voto di protesta, specie tra i giovani e i disoccupati. E se Berlusconi potrebbe per l’ennesima volta mostrarsi più abile nel rappresentare la pancia del ceto medio, ma anche di parte delle classi popolari, il PD riuscirebbe a tenere tra gli strati della popolazione più imborghesiti e filo-europeisti, che vedono nell’aggancio alla UE e nell’abbattimento dei confini nazionali un’assicurazione per il futuro dell’Italia. D’altra parte, la vicenda banche pesa come un macigno proprio sull’appeal dei renziani tra il ceto medio, perché è stato proprio parte di esso ad averci rimesso con miliardi di risparmi “bruciati” e, a torto o a ragione, il Nazareno viene percepito come appiattito sulle posizioni dei banchieri.

Il PD, tuttavia, pagherà pegno per la povera performance economica italiana sotto i suoi governi, per avere deluso le speranze di chi per la prima volta lo aveva votato con Renzi a Palazzo Chigi e per l’immagine spesso eccessivamente professorale ed elitaria dei suoi dirigenti. Del resto, il centro-destra ha “proletarizzato” le sue istanze e in altri tempi ciò avrebbe allontanato e non attirato elettori. Il fatto è che lo stesso ceto medio italiano non sarebbe più quello di 10 o 20 anni fa. La crescente povertà o il rischio di impoverimento che affliggono categorie impensabili fino a poco tempo fa hanno mutato anche le sue istanze nel senso di una maggiore tutela e della ricerca di una politica più rassicurante. Vincerà chi sarà in grado credibilmente di offrire questo. Eppure, del ceto medio storico sembra esservi poco oggi. Ma il fenomeno non nasce e non muore con l’Italia, coinvolgendo un po’ tutto l’Occidente. (Leggi anche: La crisi della classe media italiana affievolisce la speranza di una svolta)

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