Cedolare secca sugli affitti, ecco perché ai proprietari di case conviene meno

La cedolare secca sugli affitti inizia a diventare meno conveniente per i proprietari delle case. Vi segnaliamo due cause.

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Cedolare secca sugli affitti

Dal 2011, la legislazione fiscale ha introdotto in Italia la cosiddetta cedolare secca sugli affitti. Si tratta di un regime impositivo alternativo a quello ordinario e di cui si può avvalere il proprietario di un immobile concesso in locazione a scopo abitativo. In cosa consiste? I canoni di locazione incassati sono sottoposti ordinariamente alle aliquote IRPEF. Ad esempio, se il mio inquilino mi paga 400 euro mensili di affitto e dichiaro al Fisco un reddito di 30.000 euro, questa entrata ulteriore di 4.800 euro mi sarà tassata al 35% (38% fino al febbraio scorso), perché rientra nel terzo scaglione di reddito ai fini IRPEF.

Con la cedolare secca, il proprietario dell’immobile si troverà a versare al Fisco il 21% dei canoni di locazione, indipendentemente dal suo reddito. Per il canone concordato, vale a dire che rispetta i massimali fissati dagli accordi locali tra associazioni in rappresentanza dei proprietari di case e quelle degli inquilini, la tassazione scende al 10%. Avvalendosi della cedolare secca, poi, il proprietario non pagherà neppure l’imposta di registro e l’imposta di bollo in sede di locazione dell’immobile.

Per contro, per l’intera durata del contratto non potrà adeguare il canone di locazione all’inflazione ISTAT, cosa che con il regime ordinario potrebbe fare annualmente. Questo è il rovescio della medaglia di un regime fiscale senz’altro favorevole ai proprietari, specie se dichiarino redditi medio-alti. Pensate che sopra i 50.000 euro lordi all’anno, il risparmio è di ben il 22% dei canoni di locazione incassati. Tale è la differenza tra l’aliquota IRPEF del 43% e il suddetto 21%.

Cedolare secca tra inflazione e aliquote in aumento

Finché l’inflazione era contenuta o azzerata, l’impossibilità di adeguare il canone di locazione era percepita come quasi insignificante.

Ma a marzo è schizzata al 6,7%, ai massimi dal 1991. L’inflazione acquisita è salita al 5,3%. Questo significa che il costo della cedolare secca inizia a farsi sentire. D’altra parte, il legislatore vorrebbe aumentare l’aliquota almeno al 23%, la stessa che grava sul primo scaglione di reddito ai fini IRPEF. Si parla, addirittura, di elevarla al 26%, che è l’aliquota ordinaria sui proventi di natura finanziaria.

Dunque, tra tassazione e inflazione entrambe in crescita la cedolare secca rischia di non essere più il grande affare che pensavamo finora, specie per i proprietari di case con redditi medio-bassi. Certo, speriamo tutti che l’alta inflazione sia solo temporanea. E non è detto che la stangata fiscale arrivi davvero o che eventualmente sia così drastica. Se questi auspici fossero traditi dai fatti, statene certi che molti contratti sarebbero sottoposti sin da quest’anno al regime ordinario. Infatti, la cedolare secca deve essere espressamente richiesta dai proprietari degli immobili anno per anno.

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