Cassonetti gialli: ecco come la malavita guadagna con gli abiti riciclati

Ecco l'ultima inchiesta pubblicata dall'Espresso: i cassonetti gialli e quanto guadagna la malavita con gli abiti usati.

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Ecco l'ultima inchiesta pubblicata dall'Espresso: i cassonetti gialli e quanto guadagna la malavita con gli abiti usati.

L’Espresso, nei giorni scorsi, ha denunciato un nuovo crimine ovvero quello del guadagno dagli abiti riciclati. Secondo quanto rivelato, infatti, i vestiti usati ,lasciati nei bidoni gialli, sarebbero rivenduti in Tunisia e da lì in Africa attraverso una rete gestita dalle mafie ed in primis dalla camorra.

Ecco le info.

Cassonetti gialli: ecco come la malavita guadagna con gli abiti riciclati

L’Espresso rivela che gli abiti usati, quelli che vengono inseriti nei cassonetti gialli in Italia e nel Nord dell’Europa, non finiscono in beneficenza ma diventano un affare di lucro per la criminalità organizzata e in special modo per la camorra. A rivelarlo è uno degli ultimi report della Fondazione Antimafia Caponnetto. Secondo il rapporto stilato, ogni anno vengono raccolte centodieci tonnellate di indumenti usati per un giro d’affari di duecento milioni di euro che dalla Campania arriva fino a Prato.

Secondo la Direzionale Nazionale Antimafia, poi, in quest’ultima città, il monopolio del commercio dell’usato è del clan Birra-Iacomino che, una volta acquistati gli abiti raccolti in Italia e nel Nord Europa, li rivende in Tunisia. Inoltre quando gli abiti sono presi dai cassonetti gialli, questi ultimi dovrebbero essere igienizzati ma tutto ciò non avviene.

Secondo la Dda di Firenze, l’azienda che ha lucrato più di tutte, inviando in Tunisia circa venticinquemila tonnellate di abiti usati per un giro d’affari di oltre quattordici milioni di euro, sarebbe la Tesmapri.Tra le società indagate, poi, ci sarebbe anche la Bz che nella vendita di abiti usati avrebbe tratto un profitto di cinque milioni di euro. E ancora la Eurofrip e la Viltex che avrebbero guadagnato, infine, quattro milioni di euro.

Non solo abiti usati ma anche scarti plastici

Inoltre dalle indagini condotte, si evince che da Prato non partirebbero soltanto abiti usati ma anche dei ritagli tessili di aziende cinesi e scarti plastici che però arriverebbero in Cina ed in Vietnam.Sarebbero proprio le imprese cinesi a spedirle in quanto, in Cina, le esportazioni di rifiuti plastici sono permessi a patto che si abbia la licenza rilasciata dall’autorità di quel Paese.

Le indagini della Dda di Firenze hanno inoltre evidenziato che alcuni carichi, a volte, passano alla dogana con qualifiche diverse da quella reale. Ad esempio sono stati sequestrati tre container che all’interno non avevano polveri ma 400 ppm di metallo. Infine è stato evidenziato che, dietro al traffico, vi è anche l’evasione fiscale in quanto i carichi sono pagati prima della partenza e molto meno rispetto al costo reale.

Anche alcuni colossi del settore riciclo, secondo quanto emerso dall’indagine Dda, commetterebbero delle irregolarità e tra queste ci sarebbero l’azienda bergamasca Montello e quella trevigiana Aliplast.

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