Caso Mediaset-Vivendi, in gioco la reputazione del mercato: ecco i possibili errori

Il caso Mediaset evidenzia alcuni mali del capitalismo italiano. La famiglia Berlusconi cerca di correre ai ripari, mantenendo il controllo della società, ma servono autocritica sugli errori recenti e una svolta per il futuro.

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Il caso Mediaset evidenzia alcuni mali del capitalismo italiano. La famiglia Berlusconi cerca di correre ai ripari, mantenendo il controllo della società, ma servono autocritica sugli errori recenti e una svolta per il futuro.

Si accinge a chiudere in fortissimo rialzo il titolo Mediaset, che prima della conclusione delle contrattazioni segnava un +23,7% a 4,45 euro, portando a 4,25 miliardi la capitalizzazione del primo gruppo televisivo privato italiano. Non può che andare così, dopo che il colosso francese Vivendi, controllato dal finanziere bretone Vincent Bolloré, ha comunicato l’intenzione di salire dall’attuale 20% del capitale (era al 3,1% una settimana fa) al 30%, ovvero esattamente a ridosso della soglia, oltre la quale scatta l’obbligo di lanciare un’offerta obbligatoria sulle azioni rimanenti.

Evidentemente, l’incontro di sabato a Cologno Monzese tra Arnaud de Puyfontaine, ad di Vivendi, e Piersilvio Berlusconi, vice-presidente di Mediaset, non è andato a buon fine. La famiglia Berlusconi e i vertici dell’azienda italiana anticipano nuove segnalazioni alla Procura di Milano, intravedendo anche nelle ultime comunicazioni dei francesi ulteriori profili di irregolarità. (Leggi anche: Mediaset Vivendi, scontro frontale)

Il caso Premium

Gli inquirenti milanesi hanno già aperto su esposto di Mediaset un’indagine a carico di Vivendi con l’ipotesi di reato per manipolazione del mercato. In effetti, Parigi sta cercando di scalare uno dei tempi del capitalismo italiano con modalità a dir poco sconcertanti.

Nell’aprile scorso, Bolloré, amico pluridecennale dell’ex premier Silvio Berlusconi, aveva siglato con Mediaset un accordo preliminare per l’acquisizione della controllata Premium, pay tv del Biscione, salvo compiere un passo indietro in estate, facendo crollare le azioni Mediaset, che alla fine del novembre scorso valevano la metà di oggi. (Leggi anche: Titolo Mediaset nel mirino dei francesi)

 

 

 

 

La scalata “ostile” di Vivendi

La settimana scorsa è partita, invece, la scalata. Secondo l’azienda, l’intento dei francesi sarebbe stato di firmare un accordo senza volontà di rispettarlo sin dall’inizio, al solo fine di turbare il mercato nelle settimane successive, ritirandosi dall’offerta e creando le condizioni per acquistare a prezzi di saldo.

Anche questa ricostruzione fa acqua, ma una cosa appare verosimile: Vivendi vuole scalzare i Berlusconi dal controllo di Mediaset.

Se venissero seguite le regole, non ci sarebbe niente di male. Che una società sia scalabile non è negativo, perché disciplina il mercato e conduce a una maggiore efficienza gestionale da parte dei manager Qui, il problema sono semmai le modalità e il fatto che gli stessi francesi controllino già un altro gruppo delle telecomunicazioni, Telecom Italia, detenendone quasi un quarto del capitale. (Leggi anche: Corsa agli acquisti di assets italiani, ecco le ragioni)

Governo compatto contro i francesi

Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, ha esternato le sue perplessità, dopo che anche il suo collega allo Sviluppo, Carlo Calenda, lo ha fatto più volte nel corso dell’ultima settimana. Alfano ha sostenuto la necessità che si rispettino le regole da entrambe le parti. Già, le regole.

Se c’è un esito potenzialmente dannoso per l’Italia in tutta questa vicenda sarebbe il fare sistema contro “lo straniero”, che renderebbe il nostro paese definitivamente un modello capitalistico di serie b nell’area occidentale. E il rischio è reale. Si vocifera, ad esempio, che dopo anni di trattative sempre fallite, stavolta Ray Way, che detiene le torri di trasmissione della Rai, potrebbe aggregarsi con EI Towers, controllato al 40% da Mediaset, al fine di creare un asse strategico, da sottrarre eventualmente dalle mire dei francesi.

 

 

 

 

Nuove modifiche legislative sulle OPA?

Con la sola eccezione del Movimento 5 Stelle, la politica si unisce nel sottolineare l’inopportunità dell’operazione portata avanti da Vivendi, mentre l’Agcom fa (giustamente) presente, che uno stesso soggetto non potrà controllare sia Mediaset che Telecom Italia, arrivando altrimenti a detenere una posizione dominante nel sistema delle telecomunicazioni italiane. La Consob potrebbe accendere i fari, su sollecitazione di Cologno Monzese.

Non più tardi di un paio di anni fa, proprio con lo sbarco dei francesi in Telecom, il governo varava una riforma del Testo Unico sulla Finanza, che modifica le regole sulle OPA, probabilmente peggiorandole e rendendole di comprensione meno immediata. Non possiamo escludere che accada di nuovo, ma un intervento legislativo sarebbe percepito come una pura reazione di chiusura agli investimenti stranieri, una barriera protezionistica contro i capitali dall’estero, il contrario di quanto da anni ci andiamo dicendo di avere bisogno. (Leggi anche: Ecco le leggi del protezionismo finanziario di Renzi)

La debolezza della gestione Mediaset

Il caso Mediaset, che forse si concluderà senza alcun cambiamento traumatico per l’assetto proprietario societario, evidenzia semmai come sia diventato possibile, che una delle famiglie principali del capitalismo nazionale – i Berlusconi – arrivino a rischiare il controllo del proprio gioiello, dopo essersene disfatti di un altro, il Milan.

I fattori di debolezza di Mediaset, che si sono tradotti in un crollo del valore in borsa da molto tempo a questa parte (pochi giorni fa valeva un terzo del 2006), sono essenzialmente tre: dirigenti inamovibili e probabilmente non più al passo con l’era della comunicazione in rete e dei contenuti digitali; scarsi investimenti (le produzioni aziendali sono scarse e poco esportate) e perdita di quote di mercato, conseguenza forse inevitabile con il passaggio al digitale terrestre.

 

 

 

 

Scalata certa senza svolta in Mediaset

Tutti questi aspetti hanno a che vedere con la (finora) non contendibilità del controllo, che rende eterni i dirigenti, i quali si adagiano nel godere solamente della fiducia incondizionata di Villa Arcore. Sono i mali del capitalismo italiano nel suo complesso, ma che la spocchia con cui i francesi pretenderebbero di rilevare assets rilevanti in Italia rischia di far passare quasi come aspetti meritevoli di tutela.

Scampato il pericolo, se ci riuscirà, sarebbe opportuno che la famiglia Berlusconi, anziché concentrarsi solo sulle carte bollate (diritto sacrosanto, se le daranno ragione i giudici), iniziasse a percepire la necessità di una svolta nella gestione aziendale, altrimenti di Vivendi se ne affacceranno di diversi e di svariate nazionalità.

Mediaset è ancora un asset di pregio nel panorama delle tlc, ma lo resterà ancora per poco, se continuerà ad essere diretta dagli stessi fautori di un successo certamente epico, ma che appartiene al passato. L’unico modo che un azionista ha di mantenere il controllo sta nella sua capacità di creare valore, cosicché da non trasformare il suo asset in un oggetto da discount per squali affamati. Servono investimenti, ergo capitali freschi, oltre che rinnovamento. O li inietteranno gli stessi Berlusconi, magari in sintonia con qualche fondo esterno, oppure la scalata prima o poi sarà certa.

 

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