Caso Embraco, licenziamenti fanno emergere l’ipocrisia degli anti-Trump italiani

Il caso Embraco svela l'ipocrisia del "liberista" Calenda, che quando c'è da passare dalle parole ai fatti si mostra non meno protezionista di un Donald Trump.

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Non l’ha presa per niente bene il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, la decisione di Embraco, controllata Whirpool, di licenziare i quasi 500 dipendenti dello stabilimento di Riva di Chieri in Piemonte, senza chiedere nemmeno la cassa integrazione. La società brasiliana, presente in Italia sin dal 1993 e che produce motori per frigoriferi, intende delocalizzare la produzione in Slovacchia, dove pare che abbia ottenuto aiuti di stato. Calenda è furioso, tanto che ieri ha quasi definito “gentaglia” i dirigenti di Embraco (“Questa gent… gente non la ricevo più, ne ho fin sopra i capelli di questi consulenti del lavoro italiani”). In realtà, l’azienda non è seguita da consulenti del lavoro, che annunciano azioni legali contro il governo, bensì assistita da un noto studio legale di Milano. Ma il vero caso Embraco consiste nell’avere spinto il ministro, notoriamente su posizioni favorevoli al libero mercato, a ingaggiare una battaglia contro le legittime, per quanto discutibili, decisioni di managers, che starebbero avvenendo su considerazioni prettamente di natura economica, ovvero spostare la produzione in Slovacchia per sfruttare il più basso costo del lavoro, ma anche la minore burocrazia e godere forse di incentivi.

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Calenda sarà a Bruxelles per incontrare il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, al fine di capire se l’Italia disponga di un raggio di azione per replicare alla Slovacchia con la comminazione di aiuti di stato altrettanto efficaci e in quale misura. Quando mancano pochi giorni alle elezioni politiche, scopriamo che il campione del pensiero liberista nel governo Renzi prima e Gentiloni adesso stia optando per misure “protezionistiche”. E’ vero, il ministro rimarca la propria differenza da chi (leggasi Matteo Salvini) vorrebbe introdurre misure per “fare scappare le multinazionali”, mentre egli ambisce, spiega, a farle arrivare nel nostro Paese.

Anche su Alitalia Calenda liberista a metà

Pochi giorni fa, quando sul caso Alitalia il leader del Carroccio ha avvertito il governo di non “svendere” la compagnia a una multinazionale straniera, Calenda gli ha contrapposto il suo pensiero ben noto, ovvero che trattare l’operazione sulla base della nazionalità dell’acquirente sarebbe folle, in quanto una soluzione italiana costerebbe 8 miliardi ai contribuenti italiani, cosa che non farebbe certo felici i piccoli imprenditori e artigiani, ha chiosato.

Calenda non corre a queste elezioni, preferendo probabilmente mostrarsi quanto più equidistante possibile tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, in chiave post-voto. Ben che gli vada, manterrebbe la poltrona di ministro e se il 5 marzo dovessimo trovarci nel caos politico, non sarebbe nemmeno così remota l’ipotesi che un uomo così spesso bipartisan come Calenda vada a fare il premier di transizione. A parole, egli si mostra l’anti-Trump di casa nostra, avvertendo in più occasioni sui rischi di una deriva protezionistica, specie per un’economia esportatrice come l’Italia. Eppure, i casi Alitalia ed Embraco ne segnalano una certa ipocrisia.

La compagnia aerea è stata commissariata 10 mesi fa e avrebbe dovuto essere ceduta a un qualche pretendente dall’ottobre scorso. Invece, Calenda ha concesso ai commissari più mesi per gestire la transizione verso la cessione e ben 900 milioni dai 600 iniziali, che allo stato attuale appaiono di difficile restituzione. La settimana scorsa si è appreso che la cessione non avverrà prima delle elezioni. Ma Lufthansa aveva già avanzato un’offerta di almeno 300 milioni, comprensiva del taglio di 2.000 posti di lavoro sui 12.000 dipendenti attualmente in organico. Il ministro l’ha trovata socialmente costosa, specie sotto elezioni, per cui meglio attendere che passi il 4 marzo.

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E sempre Calenda avrebbe in mente (ma sono solo indiscrezioni) di appioppare Alitalia alla Cassa depositi e prestiti, ente controllato dal Tesoro.

Un’operazione, che equivarrebbe a una ri-nazionalizzazione, alla faccia del libero mercato e in barba all’apertura sbandierata dei mercati, quando c’è da contrapporsi ideologicamente al trumpismo. E con Embraco, la distonia tra parole e fatti appare ancora più evidente. I brasiliani hanno goduto di incentivi pubblici pure in Italia e, una volta cessati, come molto spesso capita alle realtà tenute in vita con artifici, stanno smontando le tende, trasferendosi altrove. Anziché recriminare sulla errata politica degli aiuti alle imprese, Calenda ha ripiegato per protestare contro i licenziamenti, un fatto che va contro il suo stesso pensiero, fondato sul rispetto del mercato. E se la Slovacchia concede aiuti di stato, abbiamo fatto lo stesso negli anni passati. Nel 2004, ad esempio, la Regione Piemonte concesse 15 milioni per la produzione di frigo extralusso.

Adesso, Calenda vorrebbe ottenere da Bruxelles il diritto di concedere aiuti a una società, che chiarisce esplicitamente di volersene andare dall’Italia, praticamente assistendola. Quale sarebbe la differenza sostanziale con un Donald Trump, che reagisce al dumping cinese, imponendo dazi sui pannelli solari e le lavatrici di importazione? Perché se Trump difende la sua manifattura dalle distorsioni del commercio mondiale è un protezionista, mentre se un Macron propone ricette simili in Francia o un Calenda mostra di agire persino peggio sarebbero campioni del libero mercato? Alitalia ed Embraco stanno svelando l’ipocrisia di chi gioca a Roma a recitare un ruolo che gli riesce bene fino a quando non bisogna passare ai fatti. La sfuriata del ministro contro la “gentaglia” dei dirigenti dello stabilimento piemontese e il rifiuto di vendere Alitalia ai tedeschi per difendere più posti di lavoro possibili sono più di un indizio che Calenda sarebbe un liberista come lo fu da premier il suo mentore Matteo Renzi. Ad intermittenza.

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