Caso banche, Renzi e Boschi pagano l’appiattimento del PD sulla finanza

Sulle banche non c'è un pregiudizio degli italiani contro il PD, ma è la sinistra ad avere fornito diversi spunti per essere biasimata. Ecco tutte le riforme "sospette" di questa legislatura.

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Sulle banche non c'è un pregiudizio degli italiani contro il PD, ma è la sinistra ad avere fornito diversi spunti per essere biasimata. Ecco tutte le riforme

In politica, una delle regole non scritte consiste nel non prestare il fianco agli avversari rispetto ai propri punti deboli. Ora, quando è stata istituita la Commissione d’inchiesta sulle banche, l’ex premier e attuale segretario del PD, Matteo Renzi, dopo averla osteggiata per mesi, ha pensato bene che potesse essere trasformata in uno strumento per ribaltare le accuse di grillini, centro-destra e opinione pubblica diffusa contro il Nazareno, attaccando a testa bassa gli organi di vigilanza e tentando così di addossarne le responsabilità per la degenerazione della crisi del credito degli ultimi anni, tutto questo alla vigilia delle elezioni politiche.

(Leggi anche: Crisi banche, Padoan sfiducia Boschi e Renzi e si apre un varco per Palazzo Chigi)

Non serviva un guru della comunicazione per capire che sarebbe stata un’operazione difficilissima da compiere, se non impossibile. Anche perché il PD e le banche non sono un connubio che nell’immaginario collettivo va avanti da poco tempo, ma esso risale praticamente agli esordi della Seconda Repubblica e nel 2005 ebbe una sua conferma, sempre mediaticamente parlando, con quel “abbiamo una banca” dell’allora segretario dei Ds, Piero Fassino, che così esclamava nel corso di una telefonata intercettata, a proposito della tentata scalata di Unipol nei confronti di Bnl. L’espressione simboleggiò per anni la considerazione quasi proprietaria che la sinistra italiana avrebbe del sistema bancario-assicurativo nazionale.

Ieri, in audizione alla Commissione, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, ha dichiarato di essere stato avvicinato dall’allora premier Renzi sul caso Banca Etruria, ma spiega di avergli risposto alla domanda su eventuali fusioni in atto che ne avrebbe parlato solo con il ministro competente, ovvero quello all’Economia, Pier Carlo Padoan. Lo stesso Visco ha sostenuto anche di non avere ricevuto pressioni da Maria Elena Boschi, ex ministro delle Riforme e attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sul caso dell’istituto aretino.

PD partito delle banche nell’immaginario pubblico

La testimonianza di Visco si presta a una doppia lettura: conferma un certo interesse di Renzi e Boschi per Etruria, ma non le pressioni.

E che il capo di un governo chieda al numero uno di un istituto di vigilanza se un istituto sia nei guai non solo non pare affatto inopportuno, ma persino naturale. E quand’anche la Boschi avesse interpellato orde di funzionari di Bankitalia e Consob per chiedere lumi o fare richieste sulla banca di Arezzo, pur esulando formalmente dalle proprie competenze, nulla di criminoso sarebbe stato commesso, né appare inverosimile che un ministro della Repubblica si occupi anche di temi che esulino dalle proprie competenze.

E allora, contro il “giglio magico” si è scatenata una campagna d’odio? Pur non potendosi escludere che l’eventuale antipatia percepita dei personaggi in questione possa essere stata presa a pretesto sul piano politico per lanciare invettive, tornando all’incipit di questa riflessione non possiamo nasconderci dietro un dito: il PD si presta quasi naturalmente ad essere associato alle banche e lo segnala anche questo finale triste di una legislatura, in cui i monenti clou di scontro politico hanno riguardato proprio le banche. E questo anche prima che al governo andasse Renzi. Vi ricordate il decreto del governo Letta su Bankitalia, che costrinse le banche azioniste a cedere le quote superiori al 3% e allo stesso tempo rivalutava il capitale di Palazzo Koch di 7,5 miliardi? Pur essendo in sé legittimo e persino corretto, non è sfuggito ai più che si sarebbe trattato di un espediente per sostenere le ricapitalizzazione di alcuni istituti in difficoltà per le elevate sofferenze, con Intesa-Sanpaolo a maturare plusvalenze nette per 1,7 miliardi e Unicredit per altri 1,2 miliardi. (Leggi anche: Rivalutazione quote Bankitalia)

Le riforme renziane sulle banche

Diciamo che la legislatura è iniziata con quello che le cronache politiche hanno descritto come “un regalo alle banche” da parte della maggioranza. E considerando che al Ministero dell’Economia vi era allora l’ex direttore generale di Bankitalia, Fabrizio Saccomani, il sospetto parve persino confermato. Quando a Palazzo Chigi arrivò Renzi, molte delle riforme annunciate riguardarono proprio e ancora una volta le banche.

Singolarmente presi, i decreti sarebbero persino condivisibili, almeno negli obiettivi, ma come dicevamo, il PD non ha fatto nulla per allontanare da sé alcune ombre, che al contrario si sono allungate.

Nella seconda parte del gennaio 2015, il governo vara il decreto sulle banche popolari: quelle con attivi superiori a 8 miliardi saranno costrette a quotarsi in borsa, trasformandosi in società per azioni. Nulla di scandaloso, per quanto opinabile intervenire per legge sul tema della veste societaria e istituendo soglie che hanno alimentato diversi sospetti e dubbi. Senonché, nei giorni immediatamente precedenti ai rumors, la Consob rileva “movimenti anomali” da parte di brokers, che avrebbero acquistato azioni, quando queste erano in fase calante, rivendendole dopo le indiscrezioni e il varo del decreto a prezzi nettamente più alti. In tutto, spiega la Vigilanza, le plusvalenze dubbie maturate sarebbero state di 10 milioni di euro e i rialzi sono avvenuti tra il 3 gennaio e il 9 febbraio. Si va dal +8% messo a segno da Ubi al +63% di Banca Etruria (rieccola, sempre).

Nei giorni precedenti il varo del decreto, di tenne un incontro tra il premier Matteo Renzi, il dg di Bankitalia, Fabio Panetta, e Carlo De Benedetti, tessera numero uno del PD e a capo del Gruppo L’Espresso. La Consob ha indagato su tale vertice, archiviando le posizioni di Renzi e De Benedetti. Il punto è che la cassaforte di quest’ultimo, Romed, è stata tra le beneficiarie di quei “movimenti anomali” di cui parlava la Consob, per cui si capisce quanto queste coincidenze abbiano almeno alimentato le fantasie degli avversari politici, che si sono visti servire su un piatto d’argento una pietanza succulenta. Per inciso, il decreto sulle popolari è stato bocciato dal Consiglio di Stato. (Leggi anche: Banche, riforma popolari: terremoto giudiziario per Renzi?)

Il piano Renzi non funziona

E anche il decreto per il riordino delle banche di credito cooperativo si è prestato a dubbi e sospetti, se è vero che esso costringe i 368 piccoli istituti esistenti a fondersi tra di loro e ad essere assoggettati perlopiù al controllo di una holding nazionale.

Se le ragioni possono anche essere meritorie, il rischio di una simile riforma risiede nel porre il complesso delle centinaia di piccole banche cooperative sotto il controllo dei governi nazionali, pur sottraendolo da quello degli enti locali. Ancora una volta, il PD ha dato adito a chi lo accusa di tendere sempre e comunque a rafforzare il proprio legame con le banche e a favorirne potenzialmente alcune per ragioni di vicinanza politica e di operatività geografica. (Leggi anche: Banche, garanzia pubblica e riforma credito cooperativo: i rischi)

E’ assai probabile che contro la Boschi e Renzi vi sia in corso una tempesta in un bicchier d’acqua. Tuttavia, essa è stata scatenata dalla spregiudicatezza con cui il PD da anni si muove nel settore bancario, come se fosse il proprio ambiente di riferimento. Del resto, se la risposta alle critiche fosse sempre e solo quella di Pierluigi Bersani, che nel corso della campagna elettorale del 2013 avvertì che si sarebbe “mangiato” chiunque avrebbe fiatato su connivenze tra il PD e MPS, capiamo perché l’opinione pubblica sia giunta a livelli di intolleranza così alti nei confronti degli attuali esponenti democratici. Del resto, un anno fa abbiamo salvato con svariati miliardi di euro proprio Siena, il cui cda veniva nominato in maggioranza dalla Fondazione, a sua volta sotto il controllo di sindaco, presidente della Provincia e Regione, tutti saldamente da decenni in mano al PD. Che gli italiani nutrano sfiducia verso il Nazareno sulle banche è più che legittimo e che si tenti di cancellare anni di errori, almeno sul piano della comunicazione, con urla contro gli organismi di vigilanza è qualcosa che solo Renzi avrebbe potuto immaginare che potesse andare a buon fine.

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