Caro spread, l’allentamento della tensione sui BTp ci restituisce 13 miliardi di euro

L'allarme spread non è rientrato, ma l'allentamento delle tensioni ci sta facendo già risparmiare qualcosa come 13 miliardi di euro a regime, ossia nell'arco di circa 7 anni. Resta un conto salato da 23 miliardi rispetto all'aprile scorso.

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L'allarme spread non è rientrato, ma l'allentamento delle tensioni ci sta facendo già risparmiare qualcosa come 13 miliardi di euro a regime, ossia nell'arco di circa 7 anni. Resta un conto salato da 23 miliardi rispetto all'aprile scorso.

L’allarme spread non è rientrato, ma almeno la tensione sui BTp si è allentata nell’ultimo mese e mezzo, da quando il mercato ha iniziato a percepire l’avvicinamento delle posizioni tra Italia e Commissione europea sulla manovra di bilancio per il 2019. L’accordo sul deficit è stato trovato al 2% dal 2,4% inizialmente fissato dal governo Conte. Il giudizio di Bruxelles rimane sospeso, ma è un dato di fatto che la procedura d’infrazione contro i nostri conti pubblici non è scattata e probabilmente non sarà mai avviata, complice l’innalzamento del deficit a oltre il 3% da parte della Francia di Emmanuel Macron, in aperta violazione delle regole fiscali dell’Eurozona.

Dicevamo, tensione allentata, sebbene non possiamo certo affermare che la situazione si sia normalizzata per i nostri bond. Si pensi che ancora oggi, un BTp a 10 anni rende il doppio di un omologo spagnolo e oltre 100 punti base (1%) in più di quello emesso dal Portogallo. Per capire come si siano mossi i nostri titoli di stato negli ultimi mesi, abbiamo fatto riferimento ai dati della Banca d’Italia, noti anche come “Rendistato”. Essi segnalano su base mensile il livello medio ponderato dei rendimenti, distinguendo tra BTp e BoT. Ad aprile, il mese prima che esplodesse lo spread con l’avvio delle trattative tra Movimento 5 Stelle e Lega per la formazione del nuovo governo, mediamente i nostri bond rendevano l’1,049% sul mercato secondario. In particolare, i titoli con scadenza fino a 12 mesi offrivano il -0,49% e solo sopra i 2 anni e mezzo si riscontravano rendimenti sopra lo zero. A maggio, il quadro mutava, con i BTp ad offrire un rendimento positivo già dall’anno in poi.

I risparmi con il calo dello spread

L’apice delle tensioni si è avuto ad ottobre, quando la Commissione UE ha minacciato l’apertura della procedura d’infrazione contro l’Italia e i toni delle due parti sono stati abbastanza bellicosi. Mediamente, quel mese i nostri bond hanno reso il 2,844%, l’1,8% in più rispetto ad aprile. Considerando che i nostri bond sul mercato ammontano a un controvalore di circa 2.000 miliardi di euro, parliamo di un aumento del costo di rifinanziamento di ben 36 miliardi a regime. Per fortuna, essendo la durata media del nostro debito pubblico prossima ai 7 anni, tanto sarebbe stato il tempo necessario per subire un simile aggravio. Già a novembre, però, i rendimenti hanno iniziato a scendere, attestandosi alla media del 2,185% a dicembre, circa lo 0,66% in meno rispetto a due mesi prima, seppure ancora dell’1,14% in più su aprile.

Possiamo affermare, quindi, che rispetto al periodo nero dello spread sopra i 300 punti base per la scadenza decennale, il risparmio a regime per le casse dello stato sarebbe già stimabile in almeno 13 miliardi, anche se il conto da pagare è di 23 miliardi per via della lievitazione dei rendimenti dall’aprile scorso. Certo, parte di tale aumento sarebbe verosimilmente verificatosi lo stesso, anche in assenza di frizioni con Bruxelles, in previsione della fine del “quantitative easing”. Ad ogni modo, dovremmo sperare che il trend si consolidi e che anche a gennaio si registri una discesa dei rendimenti sovrani italiani. Per quanto questo inizio di nuovo anno sui mercati si stia rivelando turbolento, i segnali non sarebbero negativi. Sia i titoli a 2 anni che quelli a 10 anni, ad esempio, stanno rendendo su livelli di circa lo 0,1% in meno rispetto alla media dicembrina. Non tanto, ma almeno la tendenza sarebbe giusta. Di questo passo, la discesa sotto la media del 2% non sarebbe impensabile. E si consideri che parliamo di valori assoluti storicamente molto bassi: nel 2013 si viaggiava intorno al 3,5% e fino al maggio dell’anno successivo si restava su livelli superiori a quelli odierni. Poi, è arrivata la mano santa della BCE, la stessa che starebbe venendo meno con il ritiro parziale degli stimoli.

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